lunedì 3 aprile 2017

Direttamente dal Medioevo

Sono appena tornata da un viaggio incredibile. Sono stanca morta, ho addosso un jet lag impressionante, mi pare di non dormire da almeno 72 ore, sono tutta scombussolata e confusa. La cosa assurda è che per fare questo viaggio non ho preso un treno né tanto meno un aereo, questo viaggio l’ho fatto in una macchina del tempo e sono andata indietro di circa 800 anni, proprio nel bel mezzo del Medioevo. Per una serie di coincidenze che non sto qui a spiegare mi sono trovata scaraventata nel bel mezzo del Lazio, in un posto dimenticato da dio dove l’unico segno di civiltà era uno splendido ed imponete castello. Non sapevo cosa fare, ero tutta sola ai piedi del monte dove si ergeva la fortezza, fra i milioni di viaggi che ho fatto sia nel mio tempo che in altri mai mi ero ritrovata in un periodo del genere e le mie basi sui “buoni comportamenti medievali” diciamo che non sono il massimo. Ho preso coraggio e sono salita, ho superato il ponte di legno che permette l’accesso al grande portone del complesso e timidamente ho bussato.
“Qui est?” mi hanno chiesto dall'altra parte del portone.
“Emmhhh, sunt domna quo viene dal futurio”. Ho risposto io alla meno peggio, tanto nel medioevo non è che parlassero il latino di Cicerone, né il nostro italiano, ho provato con un volgare da me medesima inventato al momento ed ha funzionato.
“Quid volete domna futura?”
“Mi sono perduta et non pote trovare la via de casa mea, aiuto necessito, oh buon homo”.
“Et va bene domna, entrate, che mai si dica che in codesto borgo non semo ospitali et acolienti”.
Una volta varcata la soglia del grande e monumentale portale mi sono ritrovata in un grande spiazzo dove c’era tanta gente affaccendata: i contadini coi loro banchetti, un fabbro che ferrava un cavallo, cataste di legna, galline, pecore e capre governate da un giovanotto, fuocherelli accesi un po’ ovunque, soldati, donne e bambini, in sostanza la corte interna del castello brulicava di gente mentre fuori le mura non c’era nessuno.
Un volta dentro mi sono resa conto che il mio interlocutore era un monaco francescano, molto alto e in carne, con le mani grosse e tutte sporche di inchiostro.
“Ave, fratello” ho detto “non conosco absolutamente codesto posto, non so in quale modus vi sono arrivata, chiedo solo un rifugium per la nocte”
“Oh sorella, non temete, hic sunt multi amici, alimentum et un giaciglio per i viandanti”
Con tutta onestà mi sono subito fidata del monaco, mi sembrava uno a posto, l’unica cosa che mi lasciava perplessa erano le mani sporche di inchiostro, avrei dovuto dirgli di lavarle molto bene e non metterle mai in bocca? Decisi di farmi gli affari miei.
Dopo avermi accompagnata all’interno di una taverna il frate mi ha lasciata in compagnia di un bellissimo e biondissimo cavaliere.
“Cosa befete tonna? Cosa volere manciare?” Era tedesco, me ne sono accorta subito.
“Mi aggraderebbe un poco di acqua e un tozzo di pane, se est possibile pure un sorso di vino rubino”. Subito fui servita, bevvi un gran sorso di acqua, mangiai un po’ di pane e poi assaggia il vino che faceva schifissimo, era aceto, ma così acido che un altro po’ mi uscivano gli occhi dalle orbite.
“Perché cueste lacrime donzella? Un prutto ricordo riaffiora nella fostra mente?”
“No, no, è che il vino è assai forte, non vi offendete se non lo bevo?”
“Lo berrò io e fi racconterò la mia storia. Sono disperato, a causa di antico e perfido incantesimo, io e la mia donna non potremmo mai più incontrarci. Di giorno io sono uomo e lei falco, di notte io sono lupo e lei donna”. E come glielo dovevo dire che sapevo già perfettamente come sarebbe finita la sua storia d’amore? Anche in quel caso decisi di farmi gli affari miei.
A quel punto ero molto stanca, fuori era buio e una coltre di nebbia era scesa su tutto il castello, nel cortile non c’era più nessuno, un silenzio ovattato e sinistro mi faceva venire i brividi. Il monaco mi accompagnò in una stanza fredda, mi mostrò il mio letto (una balla di fieno con sopra una coperta di lana) e mi augurò la buona notte.
Il giorno appresso mi sono svegliata nel mio letto, sotto al mio morbido piumone, nel calore della mia stanza ed ho pensato “certo che sono proprio una stronza, glielo potevo dire come finivano le loro storie!”                                      
Questo è il Castello Orsini di Nerola, l'ameno luogo dove mi sono perduta.

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