lunedì 28 novembre 2016

CHANGES

Pronti, partenza, VIA!
Ricomincio con l’ennesimo trasloco, l’ennesima rottura di coglioni indescrivibile.
Così oggi vi spiego il perché del pessimo umore che mi ha accompagnata in questo ultimo periodo. Cambio casa per la quinta volta e stavolta non solo cambio la casa, cambio anche città. Eh già, dopo 18 anni di onorato servizio nella splendida città di Roma mi avvio a lasciarla per cambiare destinazione. La destinazione però ancora non la svelo, vi dirò solo che ho già trovato casa dopo una snervante ricerca, dopo essere stata aiutata da tanti amici, dopo aver mobilitato tutto lo stato maggiore della mia famiglia, dopo aver pianto come una bambina, dopo aver creduto di non avere più risorse alla fine ce l’abbiamo fatta. Il plurale è d’obbligo, mica me ne vado da sola! Negli ultimi 10 anni insieme io ed M tante volte abbiamo pensato di cambiare tutto e così eccoci qui, ancora una volta sepolti da scatoloni, ancora una volta a mettere in ordine la nostra vita in cartoni e a decidere cosa eliminare e cosa portare con noi.
Traslocare fa malissimo, è così traumatico che dopo aver finito con l’ultimo trasloco si tende a rimuoverlo dalla propria memoria nel giro di due giorni, così ogni volta che ti ritrovi a preparare quello nuovo ti chiedi “ma come cazzo ho fatto l’ultima volta?”
Questo però mi costa più fatica, anzi a dire il vero è proprio straziante. Lascio la città dove ho vissuto per metà della mia vita, lascio le mie abitudini, lascio il mio lavoro, lascio questa casa che mi piaceva tantissimo e poi (e questo credetemi lo dico con un nodo alla gola) lascio la maggior parte dei miei affetti. È che in questa stracazzo di vita la verità è che devi sempre scendere a compromessi, che niente è semplice, che se ti dà una cosa se ne riprende subito un’altra, che non ti fa mai essere felice del tutto e che è impossibile non rinunciare a qualcosa.
Quando ti dici “basta, ora cambio vita” sembra una cosa semplice e fighissima, sembra che tutto sia in discesa, sembra che nulla può fermarti, invece poi ti rendi conto che alcune cose dalla “vecchia vita” ti mancheranno da morire, che rifare tutto daccapo è sì bello ed entusiasmante, ma anche faticoso. Però non mi sto chiedendo “avrò fatto bene?”, no questo no, lo sentivo da tempo che necessitavo di un cambiamento, sentivo da almeno un paio d’anni di dover trasformare qualcosa, di andare avanti, di non fermarmi, di evolvermi, però fa male, è doloroso.
Oggi ho iniziato a smontare il soggiorno, ho svuotato le librerie, ho svuotato cassetti e cassapanche e con sommo piacere ho già buttato due sacchi enormi di monnezza, che poi io sono una che se una cosa non serve la elimina subito, non so come sia possibile aver collezionato tante minchiate.
Eppure mi guardo intorno e vedo che sono ancora in alto mare, penso costantemente che questa volta non ne uscirò viva, penso che ora mi smonto pure io, mi metto in una scatola e ne uscirò solo quando sarò nella casa nuova.
Amici e amiche, nelle prossime settimane sarò un po’ latitante, purtroppo sono nella merda fino al collo e mi ci vorrà del tempo prima che le cose si sistemino almeno un pochino. Domani passerò alla stanza da letto e poi alla cucina e così via fino alla fine.
Vi terrò aggiornati sempre, in un modo o nell'altro lo farò.
Questa sono io con la faccia afflitta circondata da scatoloni.
 
 

 

lunedì 21 novembre 2016

JAMBO JAMBO A TUTTI

Dovete perdonarmi ma oggi non posso scrivere il mio blog perché sono in Africa. Mi hanno chiamata per un Safari, poi mi hanno invitata per un tè a Nairobi e dopo ancora dovrò recarmi a Mombasa per una conferenza sull'uso erroneo del pongo fra gli adulti. 
Questa foto, scattata da un Masai, ritrae me e Robert Redford. Mi sta facendo lo shampoo poiché avevo dei capelli così zozzi che non vi dico. Dopo lo shampoo gli avevo chiesto pure di mettermi una maschera per capelli secchi ma mi ha detto " e che mi hai preso per un parrucchiere?". Così ora sono in Africa coi capelli stopposi. 
Jambo Jambo a tutti.

lunedì 14 novembre 2016

PER ME UN MENEFOTTO, GRAZIE!

Sono incasinata, sono distratta e sono disorientata, in poche parole sono in una condizione psichica piuttosto al limite. È in momenti come questi che vorrei essere leggera e sbarazzina, che vorrei vivere nel magico mondo dei puffi, che vorrei avere come migliore amico un pastore maremmano di nome Belle e io essere Sembastien, oppure di avere uno specchietto magico e urlare la karmica frase “pimpulu pampulu parimpampum”.
Invece no, mi mangio le unghie, mi strappo le pellicine dalle dita, ingurgito porcherie, fumo, digrigno i denti, spaccherei la faccia a chiunque e mi chiuderei in un sacco a pelo e ne uscirei a primavera. Cosa fare in momenti come questi? Come evitare di essere una mina vagante che al primo urto scoppia spargendo merda ovunque? Come riuscire a restare lucidi e positivi quando la cosa che meno mi urta il sistema nervoso è stare col culo davanti al camino?
Bene, cari amici miei, la soluzione sta nel caro e vecchio (tum tum tum, rullo di tamburi) MENEFOTTO.
Il Menefotto lo trovi un po’ ovunque, in farmacia, al supermercato, in una tazza di caffè, in un bel tramonto, sulle bancarelle, nelle televendite, nei negozi che vendono solo surgelati, su di un albero di arance e pure tra i peli del tuo cane. Il problema del Menefotto è che è difficilmente riconoscibile, non è che se lo cerchi lo trovi immediatamente, quello è bastardo, si nasconde, si mistifica, ti fa fare il sangue amaro prima di farsi trovare. Il Menefotto mica è alla portata di tutti, c’è gente nella vita che non ne ha mai visto uno, ci sono persone che hanno conosciuto persone che a loro volta hanno conosciuto altra gente che dice di averne visto uno un sacco di anni prima, ma vatti a fidare! È insomma come un animale mitologico, una figura ascetica che se gli sei simpatico si fa vedere, altrimenti cazzi tuoi.  Però ci sono pure persone che col Menefotto ci sono nate, che una vita senza non la conoscono, che non gli girano mai i coglioni perché, giustappunto, se ne fottono.
A me, come a molti di voi, ne basterebbero giusto un paio di pasticche, oppure qualche goccia, un pugnetto se lo trovo in granelli,  una cucchiaiata, un pochino in tasca da tenere sempre all’occorrenza. E invece, porca zozza, sono giorni che vado in giro per negozi, in mezzo alle sterpaglie e tra le frasche, sulle spiagge, al bar e in pasticceria e sono andata pure nel centro commerciale e credetemi non ve n’è traccia. Possibile che non riesca a trovare un po’ di Menefotto? Possibile che sia terminato?
Ragà, ve lo chiedo col cuore in mano, se ne avete un po’ che vi avanza pensatemi, se avete un pusher di fiducia datemi il numero di telefono, non bado a spese. Volete qualcosa in cambio? Un chilo di mandarini? Un po’ di tonno sottolio? Due cani?
Contattatemi in privato e pure in pubblico, ho un disperato bisogno di MENEFOTTO.
Questa è la mia condizione attuale.
PH di Andrea Giacomantonio, fratello mio.

 

lunedì 7 novembre 2016

SLIDING DOORS

Ieri sera stavo aggiustando la legna nel camino perché cercavo di preparare un po’ di brace per cuocere le salsicce. Ce n'era tanta e le fiamme erano belle corpose, ad un certo punto con l’attizzatoio ho spostato un ceppo bello grosso e in quel momento da un anfratto del legno ne è uscito un geco cicciotto e un po’ intontito. Che fortuna, ho pensato, povero geco un altro po’ e sarebbe finito abbrustolito tra le fiamme. Aiutandomi con la pinza del camino, facendo attenzione a non spappolare il gechino, l’ho adagiato su una paletta per poi portarlo fuori in giardino. Quando il geco si è ritrovato sulla paletta evidentemente deve essere rinsavito, deve essersi ripreso in qualche modo, forse ha recuperato un po’ di lucidità e sapete cosa ha fatto? Si è buttato giù sul pavimento e decisamente ancora rincoglionito ha cercato rifugio sotto un mobile. In quel preciso istante i miei cagnacci hanno notato tutto questo movimento, hanno localizzato il geco, lo hanno stanato in un nano secondo, lo hanno tirato fuori e lo hanno ammazzato.
Ci ho pensato tutta la notte e alla fine sono giunta alla conclusione che non c’è niente da fare, non puoi sfuggire al tuo destino. Ho riflettuto su tutte le varie possibilità, ho pensato che se forse non avessi cercato di salvargli la vita, il geco sarebbe ancora qui, poi ho pensato che se anche lui fosse saltato giù dal legno i cani se ne sarebbero accorti (questo è sicuro perché erano lì davanti) e lo avrebbero ucciso comunque, o ancora se lo avessero notato ancora sul legno, quello per sfuggirgli sarebbe tornato indietro e sarebbe morto bruciato.
Ho assistito ad una chiara manifestazione dell’ineluttabilità del fato, in vita mia non mi era mai capitato e con tutta onestà non mi è piaciuto. Sono stata la spettatrice impotente di una storia già scritta, ero certa di poter salvare la vita del geco e invece no, per tutta una serie di coincidenze il geco ieri doveva morire. Partendo dal perché si trovasse in quel legno da chissà quanto, poteva uscirne mille volte prima che prendesse fuoco, poteva succedere anche che in quel momento i cani fossero in giardino, come spesso accade, il geco poteva pure restare su quella cazzo di paletta per un secondo di più, visto che la porta era vicinissima. Ad ogni modo credo non abbia sofferto molto, i cani lo hanno ucciso subito, forse era pure stordito dal fumo e manco se ne sarà accorto.
Tutto ciò è successo ad un geco che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. È successo che lì ci fossero i miei cani (assassini seriali di lucertole, gechi, falene, serpenti e tutto ciò che si trova alla portata dei loro nasi) e che ci fossimo noi che dovevamo arrostire le salsicce.
La cosa che più mi ha colpita però è stata che tutti noi ci siamo rimasti malissimo, quando abbiamo visto i cani sul geco abbiamo strillato “NNNNOOOOO”, eppure, come ho già detto, queste due bestiacce non risparmiano manco una formica e non ne facciamo un dramma, sono cani, per di più da tana, per cui il loro compito è quello di stanare ed uccidere. Eppure in quel momento eravamo tutti disorientati, come se ci fossimo tutti resi conto nello stesso momento della nostra totale impotenza e anche perché ci sentivamo tutti  colpevoli di quell'omicidio, anche se in cuor nostro sapevamo che anche senza il nostro intervento nulla sarebbe cambiato.Alla fine abbiamo arrostito le salsicce e le abbiamo mangiate, tanto era scritto nel nostro destino.
 Ringrazierò sempre mio fratello Andrea Giacomantonio per questa bella foto che mi ha fatto mille anni fa, sulla mia faccia una porta.