lunedì 26 settembre 2016

LA METAMORFOSI

Credo che sia successo il 14 agosto, due giorni prima del mio trentaseiesimo compleanno, ero in barca con M e Luis più o meno a Fiumicello. Loro erano in giro con la maschera e il boccaglio a studiare i fondali della zona, io invece ero vicina alla barca, in acqua, poggiata immobile ad un piccolo natante gonfiabile nella strenua ricerca di non muovere manco un muscolo. Pensavo, mi rinfrescavo e pensavo. Galleggiavo e pensavo, ma con tutta sincerità proprio non ricordo a cosa stessi pensando. Ad ogni modo ero così impegnata con la mia attività cerebrale che non mi accorsi che qualcosa sulla parte destra della mia fronte mi stava pizzicando. Dopo il leggero bruciore mi portai la mano alla testa e così facendo scacciai l’insetto che mi aveva appena punto. Era una grossa, cicciona, paffuta e porca mosca cavallina che nonostante il muovere convulso delle mie mani proprio non voleva saperne di andarsene dalla mia testa. Non sapendo più che fare mi immersi sott’acqua e impaurita dalla cocciutaggine della mosca cavallina nuotai in apnea per almeno tre metri, che credetemi per me sono veramente tanti. Riemersi dall’acqua senza fiato e trafelata, mi guardai intorno e per fortuna non vi era più traccia della mosca.
Cosa cazzo ci faceva una mosca cavallina in mezzo al mare? Come cazzo era riuscita a rintracciare la nostra barca per poi posarsi sulla mia fronte e pungermi in quel modo tanto vigliacco? Erano domande alle quali non potevo darmi risposta, la fronte non mi bruciava più e dopo quei tre metri in apnea ero stanchissima, per cui mi riavvicinai alla barca, afferrai nuovamente il natante e mi misi a pensare di nuovo.
Trascorse l’intero giorno e poi quello appresso e alla mosca cavallina non pensai più. Il mattino del mio compleanno però mi svegliai con un leggero dolore sul lato destro della fronte, mi misi una mano in testa e mi accorsi di avere un grosso bubbone, grande più o meno come una pallina da ping pong e duro come una biglia di vetro. Corsi in bagno per guardarmi allo specchio e quello che vidi non mi piacque per niente. Il bubbone era violaceo, la pelle era tesa e sotto di esso qualcosa si stava muovendo. Svenni.
Quando ripresi conoscenza mi accorsi di trovarmi nel mio letto con tutti i parenti al mio capezzale che mi guardavano inorriditi.
“Ma che cazzo hai sulla fronte?” “Che cosa ti ha punto?” “Oddio, che cosa ti succede?”
Nessuno mi fece gli auguri, nessuno. La cosa allora era grave davvero. Rimasi a letto per tutto il giorno, mio padre propose di chiamare un medico o un veterinario, mia madre che invece è piuttosto pragmatica sul bubbone mi mise del Gentalyn beta (che va bene per tutto) e in più mi fece pure ingoiare una tachipirina (che lo stesso va bene per tutto). In serata poi successe l’indescrivibile. Il bubbone si aprì e assieme al pus e al sangue annacquato mi scivolarono sul viso una discreta quantità di larve di mosca cavallina. Erano tutti intorno a me ma nessuno aveva il coraggio di toccarmi.
Svenni di nuovo.
Dei giorni successivi ricordo ben poco, in casa arrivarono molti medici e la mia camera da letto fu isolata, mi tennero sotto sedativi per un certo numero di giorni, un equipe di scienziati giapponesi raccolse tutte le larve che mi erano uscite dalla fronte prima che diventassero mosche e le portarono in un laboratorio in Germania.
Ora sto meglio, faccio la vita di sempre, svolazzo qua e là, mi pulisco le zampette in continuazione, ho occhi da tutte le parti e ci vedo da dio. Mangiucchio quello che mi va, frutta, verdura e carne, l’unica cosa che proprio non riesco a mandare giù è la merda, per mangiare quella mi hanno detto che ci vuole del tempo.
                                     
 Questo è un ritratto che mi ha fatto mio fratello Andrea Giacomantonio. 

Nessun commento:

Posta un commento