lunedì 18 aprile 2016

Una domenica di ordinaria follia


Ieri ho passato una bella domenica bucolica, sono stata ai giardini di Ninfa, a circa un’ora e mazza da Roma. Un posto incantevole, con scenari mozza fiato e una quantità di piante sconosciute che sembrava di sfogliare un’enciclopedia di botanica. Vi consiglio di andarci, ne vale la pena. Non vi tedierò con tutti i nomi latini delle piante o con la storia dell’antica città di Ninfa, potete tranquillamente farvi un giro su google e ne saprete di tutto e di più. Vorrei però rendervi partecipi di un mio stato d’animo, quando tra tutte le piante e i boschetti e i sentieri, mi sono imbattuta in un bambuseto. Il bambuseto altro non è che un bosco di bambù e quando la giovane guida ci ha descritto questo posto ho fatto un sacco di digressioni nella mia testa che mi sono impressionata da sola. Il bambù è una pianta graminacea per cui, ca va sans dire, è una pianta infestante. Se l’uomo non contiene entro certi limiti un bambuseto se lo ritrova pure dentro casa. La pianta di bambù, quindi una canna, ha una vita breve: nasce, cresce velocissimamente e poi muore, il tutto si consuma in un mese o poco più. Un germoglio di bambù cresce dalla sera alla mattina quasi mezzo metro, è di un verde scuro scuro, poi sale incredibilmente verso il cielo per quaranta giorni e poi muore. Quando muore diventa verde più chiaro, poi nel giro di un anno diventa giallo e infine cade. La guida poi ci ha detto una cosa su cui poi ho molto riflettuto: stando dentro un bambuseto l’essere umano può capire come una formica si senta in mezzo ad un prato. Difronte alla grandezza e alla velocità di crescita del bambù, noi siamo esattamente come delle formichine in un prato perfettamente geometrico e regolare. Era una vita che volevo sentirmi una formica e finalmente ieri ci sono riuscita. Sarà un retaggio dell’infanzia, sarà pure colpa di Jules Verne o di Gulliver, ma io lo sapevo che prima o poi ci sarei riuscita.
Mentre passeggiavo sola soletta in mezzo al boschetto mi guardavo intorno, toccavo i bambù giovani e li sentivo pieni e sodi, poi mettevo le mani su quelli gialli e mi rendevo conto di come fossero diventati ruvidi e secchi. In un modo o in un altro -se riusciamo ad invecchiare- lo facciamo tutti allo stesso modo. Poi guardavo a terra e vedevo i filamenti e i pennacchi che erano caduti dalle cime, e poi pensavo a quanto fosse bello il sole che passava tra un arbusto e l’altro, quanta luce pura mi accompagnasse, ma ad un certo punto ho sentito un tonfo. Mi volto di scatto e vedo una cosa indicibile. Un enorme topo, 10 volte più grosso di me, in piedi sulle zampe posteriori che mi guardava con aria un po’ schifata e un po’ incazzata.
“Oh cazzo” ho detto, e lui “Oh cazzo lo dico io. Che ci fai qui nel bambuseto tutta sola? Non hai paura di essere sbranata da qualche topastro?  Ora come la mettiamo, inizi a scappare oppure ti fai mangiare senza tante storie?”
Topo di merda, il mio gruppo ormai era lontano, non potevo difendermi in nessun modo, in mano avevo solo quel cavolo di smartphone, che sicuramente ci puoi fare di tutto ma di certo non ucciderci un topo grosso come un camper. Cosa dovevo fare? Assolutamente iniziare a scappare. Ho corso in mezzo al bosco che sembravo Usain Bolt, ma nonostante tutto avevo sempre alle calcagna quel malefico e feroce ratto. Allora ho giocato d’astuzia, non andavo dritta come avrebbe fatto una formica, ho cominciato a fare zig zag tra le piante e dietro di me sentivo il topone che si schiantava a destra e a sinistra tra i tronchi. Forse, se riuscivo ad uscire dal bambuseto e a ritrovare il sentiero ce l’avrei fatta. Però cazzarola, le cose vanno sempre come non devono andare. Uscita dal bosco mi sono ritrovata nella radura di un giardino all'italiana, ai bordi vi era un agrumeto seguito poi da un labirinto di alloro e al centro infine vi era un vascone di pietra. Senza pensarci due volte sono andata verso il vascone, il perché non lo so, però mi sembrava una cosa sensata. Arrivata alla vasca però le cose si sono messe veramente malissimo. Nell'acqua nuotava guardingo un enorme cigno bianco poiché in mezzo alla vasca, su di un’isoletta di terra, giaceva quieta il cigno femmina che covava le loro uova. Dietro le spalle sentivo il fiato nauseabondo del topo. “Sono nella merda” ho detto e il topo ha ribattuto “si, lo sei”.
Se non lo sapete ve lo dico io, il cigno è l’animale più incazzoso del pianeta e lo è ancor di più quando la sua femmina cova le uova. Se gli rompete le palle diventa una belva e quel bel becco affusolato può diventare un bisturi. A quel punto mi sono messa a correre verso il cigno che a sua volta si è eretto in tutta la sua magnificenza, ha aperto il becco ed ha iniziato a fare “fcrrrr, fcrrrr”, giunta proprio sotto il suo lungo collo ho schivato verso destra e il topo che goffo mi seguiva non riuscendo a deviare sulla mia traiettoria è finito dritto dritto tra le fauci del cigno.
Non mi sono voltata per vedere la mattanza del topo, sentivo solo il suo squittio disperato, sono uscita dal giardino all'italiana e miracolosamente ho ritrovato il mio gruppo. “Ma dove sei stata?” mi hanno chiesto ed io “in giro a fare due passi, ora però mi sento un po’ confusa, mi sa che torno a Roma”.
                              
Ringrazio M per questa bella foto, quando l'ha scattata io ero già lontano lontano inseguita da un topo gigante


lunedì 4 aprile 2016

Carry Bradshow si veste di merda.

Martedì sera sono andata a cena con il mio Amicoluis in un ristorante molto bello qui vicino al negozio, siamo andati a festeggiare la nostra Pasqua personale, la nostra resurrezione privata.
Nel ristorante i tavoli occupati erano pochi e prima di iniziare a parlare male di tutte persone che c’erano, giuro che la prossima volta mi porto un taccuino, un block-notes, qualcosa per prendere appunti, perché a forza di farmi i cazzi di tutti ho sicuramente dimenticato qualcosa, credetemi ho dovuto ascoltare le conversazioni di tre tavoli e in più parlavo pure con Amicoluis, una confusione che non vi dico. Vediamo se faccio un po’ di ordine. Evito di parlare del tavolo di quelli che parlavano inglese perché oltre a non aver capito una cippa sono pure sicura che dicevano cose noiosissime.Parto dal tavolo con la coppia. Avevano una cinquantina di anni, forse stavano insieme da molto o forse no, ancora ho dubbi. Lui parlava solo dell’ospedale in cui lavorava e continuava a dire che il primario era uno stronzo. Diceva “in reparto le cose vanno male per colpa di quello stronzo di primario, ah l’ospedale va rotoli a causa di quello stronzo del primario” avrà inanellato altre 15 frasi dove diceva che il primario era uno stronzo. Poi hanno ordinato da mangiare e subito dopo l’uomo ha chiamato il ragazzo sommelier per farsi consigliare il vino. Ora, se tu chiami uno per farti consigliare il vino, accetta il consiglio e basta. No, a quel povero cristo gli ha dovuto far prendere 4 bottiglie di vino, metterle sul tavolo e farsi dire di ogni vino le caratteristiche, il colore, il profumo e poco ci mancava che gli chiedesse pure il nome di chi aveva raccolto l’uva. Quel povero ragazzo ad un certo punto ha dovuto pure prendere lo smartphone per fare una ricerca. Alla fine ha preso il vino consigliato dal sommelier e quando glielo ha versato nel bicchiere per l’assaggio il signore ha fatto delle smorfie con la faccia che pareva che si stesse strozzando, invece era impegnato a captare tutte le sfumature del vino. Se dentro quella bottiglia ci fosse stato Tavernello non cambiava niente, sicuro.
Ma ora veniamo al tavolo più interessante, quello di 2 uomini e 3 donne. L’età di tutti era compresa tra i 45 e i 50. Non tutte le donne conoscevano gli uomini perché quando sono arrivate due di loro si sono presentate, una delle donne invece era il tramite tra tutti. Nei primi 15-20 minuti hanno parlato di lavoro. “Tu di che ti occupi? Dove sta il tuo ufficio? Qual è il tuo ramo (tipo le scimmie), da quanto tempo fai questo, da quando fai quello” e cose così. Poi non so come, non so perché, uno dei due uomini, quello seduto a capotavola che era il più macho, il più figo, quello sicuro di averlo solo lui (il pisello) su tutta la superficie terracquea, dice questa frase rivolta ad una delle donne “ beh sai cara, la vita ormai mi conduce verso esperienze con donne più mature e sicure”. Minchia, il gelo.
La frase era diretta a quella delle tre vestita veramente di merda, come Carry Bradshow, la famosa icona di stile, che in tutta la serie “Sex and City” ha raggiunto dei livelli di cattivo gusto e bruttezza inarrivabili, che ci hanno pure voluto convincere che era vestita bene perché mischiava gli stili, quando in realtà erano solo vestiti di marca per di più brutti e pure indossati a cazzo. Comunque, ritorno alla donna del ristorante, indossava una maglietta che aveva il collo alto però era tutta scollata sul petto, credo che si chiami scollo a goccia, faceva una specie di balcone e le tette erano strizzate in un pusch up bello corposo e con una scollatura del genere che prendi tutta l’aria sul petto a una certa età  ti viene la broncopolmonite. Ella, appena appena ha realizzato che la parola “matura” era un regalo per lei è diventata di pietra e ha detto “io matura?” e lui “beh, tesoro mio, certo che sei matura, ma è un complimento”. E dopo questo exploit, il mattatore della serata non ha sputato una volta. Com'è d’uopo ha tirato fuori la carta psicologia spicciola alla Paolo Crepet e ha iniziato a dire così tante stronzate e a citare così tanti luoghi comuni che non avevo parole. La meditazione, il senso intrinseco dell’io nel mondo, come e quanto darsi alla persona amata, il significato più profondo della parola amore. Allora ho pensato che pure gli animali fanno un sacco di sciocchezzuole durante il corteggiamento, prendete per esempio l’uccello del paradiso, per attirare su di sé l’attenzione della femmina fa una danza ritmata e piena di evoluzioni, però sembra pure un coglionazzo, poverello.  I pappagalli maschi vomitano sulle femmine, gli ippopotami schizzano cacca ovunque per attirare a loro la compagna e gli umani aimè sparano cazzate a raffica.  A quel punto ho fatto una preghierina al mio futuro e gli ho detto: caro futuro, non farmi diventare una cinquantenne che per fare sesso si deve mettere una maglietta di merda. Oh futuro, fa che quando sarò più grande la sera starò a casa a fare il ragù o la parmigiana di melanzane, e futuro già che ci sei gli uomini se è proprio necessario che debbano corteggiare falli danzare come gli uccelli del paradiso che pure se sembrano un poco ridicoli di sicuro è meglio che sentirli dire tante minchiate.  
L'icona di stile in una delle sue mise più agghiaccianti.