lunedì 14 marzo 2016

Public Service Broadcasting e panico.

Sabato sera sono andata a sentire un concerto, cioè ci sono andata però poi il concerto non l’ho sentito. Ora sembra quasi che io vada in continuazione a sentire concerti, in realtà non è così, io non esco quasi mai. Perché io esca devono crearsi una serie di congiunture favorevoli e propizie altrimenti preferisco stare a casa. Se ci penso credo che il canale Real Time potrebbe creare un format proprio su questo mio stile di vita. Ho già pure il titolo “Rinchiusi in casa” e sarebbe sulla stregua di “Sepolti in casa”. Ci vorrebbero solo 4 telecamere, una in ogni stanza, che inquadrerebbero me che gironzolo per casa mentre faccio cose durante tutto il giorno. La verità è che io a casa purtroppo ci sto poco e niente, tranne la domenica e il lunedì, altrimenti solo qualche ora di sera. Il mio sogno sarebbe lavorare da casa in questo modo non metterei mai il naso fuori dalla porta. Quando ero più piccola mi piaceva molto uscire, andare nei locali, andare a mangiare fuori e cose così, poi non m’è piaciuto più e francamente non mi sono mai chiesta il perché. Come dicevo, sabato sera però sono uscita. Ovviamente era una bella serata, non troppo fredda, non umida, senza vento, insomma le condizioni climatiche erano perfette altrimenti col cavolo che uscivo. Il concerto era in un vecchio cinema-teatro, a due passi da fontana di Trevi, un posto molto bello ma anche molto piccolo. Per accedere alla sala concerti bisognava scendere qualche rampa di scale, praticamente si trovava ben sotto il livello della strada, credo per un fatto di insonorizzazione.
Quando siamo arrivati non c’era molta gente e si stava bene, l’atmosfera era piacevole e poi eravamo arrivati puntualissimi, il concerto sarebbe dovuto iniziare da lì a una ventina di minuti.
Dopo più di mezzora però niente ancora, l’unica cosa che potevo notare era che continuava ad arrivare gente nonostante noi pensassimo che il gruppo che eravamo andati a sentire fosse pressoché sconosciuto. Dopo un’ora e un botto di gente, inizia a suonare il gruppo di spalla, cosa del tutto assurda, un gruppo spalla proprio non me lo aspettavo. Questo gruppo suonava una musica che non so descrivere, c’erano dei campionatori, molti computer, un tizio che suonava una specie di chitarra, poi ogni tanto il computer di uno dei due saltava e si interrompeva tutto. Così ho pensato “ma vedi tu sti tre cretini che per suonare hanno bisogno di un computer che se si impalla non sanno fare una minchia, che se suonassero strumenti veri pure se a uno si scassasse l’amplificatore almeno gli altri due potrebbero continuare a suonare invece così fanno proprio una figura barbina”, mentre pensavo a questo un po’ però mi sono vergognata perché era un pensiero proprio da persona antica e poi perché erano un gruppo di ragazzi molto giovani o almeno così sembravano perché io ero molto lontana dal palco e vedevo poco.
Dopo le varie interruzioni causate dal pc il gruppo spalla ha finito la sua performance e così finalmente potevo sentire la band dei semisconosciuti di cui poi io conoscevo soltanto una canzone.
Ma non è andata così. La gente continuava a scendere in quel posto che piano piano cominciava a sembrare un girone infernale, faceva un caldo di pazzi, la gente urlava, non c’era spazio nemmeno per stare in piedi, io mi ero trovata un angolino spiaccicata vicino al bancone del bar ma stavo di merda. Ad un certo punto poi al bancone si sono avvicinati pure quelli del gruppo di spalla e lì mi sono accorta di una cosa proprio buffa, non erano giovani come sembravano, erano dei semi-giovani. Non so come spiegarlo, da lontano sembravano dei ragazzetti di 20 anni, mentre da vicino sembrava che ne avessero almeno 40. Erano gracilini come dei giovinetti ma avevano la faccia segnata da rughe d’età, che cosa strana.
Nel frattempo era passata un’altra ora e del gruppo nemmeno l’ombra, mi sentivo oppressa, accaldata, confusa e pure un poco incazzata, e che cazzo, manco fossero stati i Radio Head.
Non ce la facevo più, non mi sentivo per niente bene. Ho chiamato M e Amicoluis e ho detto “mo ce ne dobbiamo andare”. Ma come uscire fuori da quell’incubo? Le porte dove vi era scritto “uscita di emergenza” erano piantonate da buttafuori che dicevano che l’unico modo per uscire era da dove eravamo entrati, questo però comportava attraversare un mare di gente densa e rumorosa. Non stavo bene e per questo non potevo nemmeno mettermi a discutere coi buttafuori sul perché una “uscita di emergenza” non poteva essere usata come tale, visto il cazzo di casino di gente che c’era. Armata di coraggio e sangue freddo mi sono buttata in mezzo alla gente e fra spintoni e imprecazioni ho guadagnato l’uscita. Appena ho messo il piede sul primo gradino la band ha iniziato a suonare così ad alta voce e rivolta verso il mondo ho detto “ma vaffanculo tu, i Public Service Broadcasting e sto locale di merda”.
La GIF è di mio fratello Andrea Giacomantonio, ovviamente.


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