lunedì 21 marzo 2016

Le vite dei santi (parte seconda)

Il mio viaggio nel divino continua e la mia curiosità su santi e Madonne non si ferma mai. In questa settimana al corso di pittura dei bambini abbiamo studiato Paolo Uccello con “San Giorgio e il drago” e su San Giorgio ci sono da dire veramente tante cose rocambolesche. San Giorgio è addirittura annoverato tra i santi Megalomartiri, cioè che hanno subito l’apoteosi del martirio. Nostro signore iddio per san Giorgio decise di infliggergli ben tre volte la morte per capire fino a che punto fosse attendibile ed affidabile la sua devozione. La prima volta lo fece rinchiudere in una botte piena di lame, coltelli, chiodi e altri oggetti affilati e acuminati che poi fece rotolare giù da una collina, inutile dirvi come ne uscì. La seconda volta lo fece picchiare, appendere a testa in giù, scuoiare vivo e poi gettare in carcere morto ammazzato, che poi se era già morto il perché del carcere non lo capisco. Ed in fine lo fece DECAPITARE, ma san Giorgio ancora una volta, sprezzante della morte e delle sofferenze si riattacca la capa sulle spalle e resuscita per la terza volta. Avendo subito con tanta dedizione e spirito di sacrificio tutte queste tipologie di morti violente, il padre eterno decise che il mitico San Giorgio era pronto per affrontare il demonio. Figuriamoci San Giorgio quanta paura potesse avere di un drago dopo tutto quello che aveva passato, ad ogni modo sono anche certa che egli avrebbe combattuto contro il drago anche se dio non gli avesse fatto tutte quelle angherie. San Giorgio salva la figlia del re di Selem che sta per essere divorata dal drago e sapete come fa? Prima rende mansueto il drago, poi lo lega con una corda alla cintola della pulzella, lo porta nelle mura della città e infine lo ammazza. Francamente non capisco, una volta reso innocuo il drago che bisogno c’era poi di ucciderlo? Cosa ci insegna questa storia? Che per sconfiggere il male è necessario agire con furbizia e cattiveria? Per sconfiggere il demonio ci si comporta come degli infami malvagi? Bah.
Una santa di cui fortunatamente ho potuto vedere le spoglie a Monaco di Baviera è santa Mundizia. Ovviamente il solo motivo per cui sono entrata in una chiesa a Monaco di Baviera è stato per il nome della santa, mai sentito un nome tanto buffo. Prima di entrare ero convinta di trovare le reliquie di una barbona piena di immondizia e lo so, sono una deficiente ad aver pensato ciò però l’ho pensato e ve lo dico. Quanto meno pensavo di trovare uno scheletro malconcio e rovinato, essendo in Germania ero convinta di trovare una reliquia classica dell’austero protestantesimo, una cosa scura, priva di vezzi e pure un poco inquietante. Invece sapete com'è santa Mundizia? Uno scheletro ornato di gemme e pietre preziose e colorate, chiuso in una teca di cristallo barocca piena di svolazzi e di oro. Tiè, se la vedeva Martin Lutero gli veniva un colpo apoplettico.
Una ultima Madonna che ho scoperto esistere solo due giorni fa è la “Madonna che scioglie i nodi”. Ed è rappresentata nell'atto di sciogliere i nodi da un lungo nastro.
Naturalmente non è che preghi questa madonna quando non riesci a sciogliere un nodo dai lacci delle scarpe, quando non riesci a districarti i capelli, quando ti si aggrovigliano le collane, quando ti si intrica il filo per cucire o altre scocciature del genere. Non è che quando il nastro di un pacco regalo si annoda così forte che non riesci a toglierlo manco col machete, preghi la madonna che scioglie i nodi e le dici “ti prego madonnina, fai che il nastro si spezzi prima che scasso tutto”. Ecco, il significato di questa chiamiamola specialità è molto più profondo. I nodi da districare sono altri, sono i dubbi, sono le situazioni in cui è necessario prendere una decisione, sono i momenti in cui ti devi togliere ogni perplessità per agire al meglio. Bene, se siete credenti e non conoscevate la figura poetica e meravigliosa di una madonna che vi aiuta a sciogliere i nodi della vostra esistenza eccovi serviti.

Se la madonna dei nodi in questo preciso momento della mia vita dovesse avere a che fare con me credo che mi legherebbe ad un palo e se ne andrebbe di corsa, mi sa che ora come ora sto troppo ingarbugliata, annodata, arruffata e incasinata pure per un’esperta come lei. 
La GIF è di quel sant'uomo di mio fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 14 marzo 2016

Public Service Broadcasting e panico.

Sabato sera sono andata a sentire un concerto, cioè ci sono andata però poi il concerto non l’ho sentito. Ora sembra quasi che io vada in continuazione a sentire concerti, in realtà non è così, io non esco quasi mai. Perché io esca devono crearsi una serie di congiunture favorevoli e propizie altrimenti preferisco stare a casa. Se ci penso credo che il canale Real Time potrebbe creare un format proprio su questo mio stile di vita. Ho già pure il titolo “Rinchiusi in casa” e sarebbe sulla stregua di “Sepolti in casa”. Ci vorrebbero solo 4 telecamere, una in ogni stanza, che inquadrerebbero me che gironzolo per casa mentre faccio cose durante tutto il giorno. La verità è che io a casa purtroppo ci sto poco e niente, tranne la domenica e il lunedì, altrimenti solo qualche ora di sera. Il mio sogno sarebbe lavorare da casa in questo modo non metterei mai il naso fuori dalla porta. Quando ero più piccola mi piaceva molto uscire, andare nei locali, andare a mangiare fuori e cose così, poi non m’è piaciuto più e francamente non mi sono mai chiesta il perché. Come dicevo, sabato sera però sono uscita. Ovviamente era una bella serata, non troppo fredda, non umida, senza vento, insomma le condizioni climatiche erano perfette altrimenti col cavolo che uscivo. Il concerto era in un vecchio cinema-teatro, a due passi da fontana di Trevi, un posto molto bello ma anche molto piccolo. Per accedere alla sala concerti bisognava scendere qualche rampa di scale, praticamente si trovava ben sotto il livello della strada, credo per un fatto di insonorizzazione.
Quando siamo arrivati non c’era molta gente e si stava bene, l’atmosfera era piacevole e poi eravamo arrivati puntualissimi, il concerto sarebbe dovuto iniziare da lì a una ventina di minuti.
Dopo più di mezzora però niente ancora, l’unica cosa che potevo notare era che continuava ad arrivare gente nonostante noi pensassimo che il gruppo che eravamo andati a sentire fosse pressoché sconosciuto. Dopo un’ora e un botto di gente, inizia a suonare il gruppo di spalla, cosa del tutto assurda, un gruppo spalla proprio non me lo aspettavo. Questo gruppo suonava una musica che non so descrivere, c’erano dei campionatori, molti computer, un tizio che suonava una specie di chitarra, poi ogni tanto il computer di uno dei due saltava e si interrompeva tutto. Così ho pensato “ma vedi tu sti tre cretini che per suonare hanno bisogno di un computer che se si impalla non sanno fare una minchia, che se suonassero strumenti veri pure se a uno si scassasse l’amplificatore almeno gli altri due potrebbero continuare a suonare invece così fanno proprio una figura barbina”, mentre pensavo a questo un po’ però mi sono vergognata perché era un pensiero proprio da persona antica e poi perché erano un gruppo di ragazzi molto giovani o almeno così sembravano perché io ero molto lontana dal palco e vedevo poco.
Dopo le varie interruzioni causate dal pc il gruppo spalla ha finito la sua performance e così finalmente potevo sentire la band dei semisconosciuti di cui poi io conoscevo soltanto una canzone.
Ma non è andata così. La gente continuava a scendere in quel posto che piano piano cominciava a sembrare un girone infernale, faceva un caldo di pazzi, la gente urlava, non c’era spazio nemmeno per stare in piedi, io mi ero trovata un angolino spiaccicata vicino al bancone del bar ma stavo di merda. Ad un certo punto poi al bancone si sono avvicinati pure quelli del gruppo di spalla e lì mi sono accorta di una cosa proprio buffa, non erano giovani come sembravano, erano dei semi-giovani. Non so come spiegarlo, da lontano sembravano dei ragazzetti di 20 anni, mentre da vicino sembrava che ne avessero almeno 40. Erano gracilini come dei giovinetti ma avevano la faccia segnata da rughe d’età, che cosa strana.
Nel frattempo era passata un’altra ora e del gruppo nemmeno l’ombra, mi sentivo oppressa, accaldata, confusa e pure un poco incazzata, e che cazzo, manco fossero stati i Radio Head.
Non ce la facevo più, non mi sentivo per niente bene. Ho chiamato M e Amicoluis e ho detto “mo ce ne dobbiamo andare”. Ma come uscire fuori da quell’incubo? Le porte dove vi era scritto “uscita di emergenza” erano piantonate da buttafuori che dicevano che l’unico modo per uscire era da dove eravamo entrati, questo però comportava attraversare un mare di gente densa e rumorosa. Non stavo bene e per questo non potevo nemmeno mettermi a discutere coi buttafuori sul perché una “uscita di emergenza” non poteva essere usata come tale, visto il cazzo di casino di gente che c’era. Armata di coraggio e sangue freddo mi sono buttata in mezzo alla gente e fra spintoni e imprecazioni ho guadagnato l’uscita. Appena ho messo il piede sul primo gradino la band ha iniziato a suonare così ad alta voce e rivolta verso il mondo ho detto “ma vaffanculo tu, i Public Service Broadcasting e sto locale di merda”.
La GIF è di mio fratello Andrea Giacomantonio, ovviamente.


lunedì 7 marzo 2016

NOVE

Il tempo come al solito continuava a giocare, a gettarsi nel vento e a fare capriole, a farsi trasportare lontano, a morire e rinascere, il tempo passava ma non ripassava mai dove era già stato.
Noi non lo sapevamo, non sapevamo niente, non immaginavamo nemmeno lontanamente che il tempo ci avrebbe trascinati con sé.
Il tempo ci aveva presi e con i nostri zainetti quasi vuoti siamo partiti. Con noi portavamo ben poco: poca esperienza, poca pazienza, due o tre ore di sonno, neanche un progetto, qualche convinzione e un’eclissi di luna.
Passammo tra boschi spinosi e bui, corremmo veloci su spiagge bollenti, attraversammo tempeste di neve e ci dissetammo sulle rive dei fiumi di lava. Ci addormentammo all'ombra di pini secolari e poi nel mare imparammo a nuotare. Cademmo giù dal grattacielo più alto del mondo e prima di toccare terra un corvo ci afferrò con i suoi artigli e ci adagiò su di un divano davanti ad un camino acceso. Poi salimmo e scendemmo scale, prima di corsa e poi piano piano, cambiammo pianeta per poi ritornare. Attraversammo intere giornate col cuore in un taschino e notti così piccole e liquide da poter stare in un cucchiaio.
Sfumammo coi chiari e gli scuri i colori più netti e imparammo a cercare fra le cose invisibili i suoni nuovi o altri a noi famigliari.
E quanta stanchezza, quanti perigli e desideri, quante lacune e quanta pienezza ci diede quel tempo che stava sempre e comunque un passo avanti a noi.
Ghermiti e strattonati non ci siamo accorti di niente, amando il tempo come abbiamo amato noi stessi, amando molto, più di quanto credevamo ci fosse concesso.
Nel nostro zainetto c’è sempre un’eclissi di luna. 
"Laluna"
Foto di Andrea Giacomantonio, mio fratello.