lunedì 28 novembre 2016

CHANGES

Pronti, partenza, VIA!
Ricomincio con l’ennesimo trasloco, l’ennesima rottura di coglioni indescrivibile.
Così oggi vi spiego il perché del pessimo umore che mi ha accompagnata in questo ultimo periodo. Cambio casa per la quinta volta e stavolta non solo cambio la casa, cambio anche città. Eh già, dopo 18 anni di onorato servizio nella splendida città di Roma mi avvio a lasciarla per cambiare destinazione. La destinazione però ancora non la svelo, vi dirò solo che ho già trovato casa dopo una snervante ricerca, dopo essere stata aiutata da tanti amici, dopo aver mobilitato tutto lo stato maggiore della mia famiglia, dopo aver pianto come una bambina, dopo aver creduto di non avere più risorse alla fine ce l’abbiamo fatta. Il plurale è d’obbligo, mica me ne vado da sola! Negli ultimi 10 anni insieme io ed M tante volte abbiamo pensato di cambiare tutto e così eccoci qui, ancora una volta sepolti da scatoloni, ancora una volta a mettere in ordine la nostra vita in cartoni e a decidere cosa eliminare e cosa portare con noi.
Traslocare fa malissimo, è così traumatico che dopo aver finito con l’ultimo trasloco si tende a rimuoverlo dalla propria memoria nel giro di due giorni, così ogni volta che ti ritrovi a preparare quello nuovo ti chiedi “ma come cazzo ho fatto l’ultima volta?”
Questo però mi costa più fatica, anzi a dire il vero è proprio straziante. Lascio la città dove ho vissuto per metà della mia vita, lascio le mie abitudini, lascio il mio lavoro, lascio questa casa che mi piaceva tantissimo e poi (e questo credetemi lo dico con un nodo alla gola) lascio la maggior parte dei miei affetti. È che in questa stracazzo di vita la verità è che devi sempre scendere a compromessi, che niente è semplice, che se ti dà una cosa se ne riprende subito un’altra, che non ti fa mai essere felice del tutto e che è impossibile non rinunciare a qualcosa.
Quando ti dici “basta, ora cambio vita” sembra una cosa semplice e fighissima, sembra che tutto sia in discesa, sembra che nulla può fermarti, invece poi ti rendi conto che alcune cose dalla “vecchia vita” ti mancheranno da morire, che rifare tutto daccapo è sì bello ed entusiasmante, ma anche faticoso. Però non mi sto chiedendo “avrò fatto bene?”, no questo no, lo sentivo da tempo che necessitavo di un cambiamento, sentivo da almeno un paio d’anni di dover trasformare qualcosa, di andare avanti, di non fermarmi, di evolvermi, però fa male, è doloroso.
Oggi ho iniziato a smontare il soggiorno, ho svuotato le librerie, ho svuotato cassetti e cassapanche e con sommo piacere ho già buttato due sacchi enormi di monnezza, che poi io sono una che se una cosa non serve la elimina subito, non so come sia possibile aver collezionato tante minchiate.
Eppure mi guardo intorno e vedo che sono ancora in alto mare, penso costantemente che questa volta non ne uscirò viva, penso che ora mi smonto pure io, mi metto in una scatola e ne uscirò solo quando sarò nella casa nuova.
Amici e amiche, nelle prossime settimane sarò un po’ latitante, purtroppo sono nella merda fino al collo e mi ci vorrà del tempo prima che le cose si sistemino almeno un pochino. Domani passerò alla stanza da letto e poi alla cucina e così via fino alla fine.
Vi terrò aggiornati sempre, in un modo o nell'altro lo farò.
Questa sono io con la faccia afflitta circondata da scatoloni.
 
 

 

lunedì 21 novembre 2016

JAMBO JAMBO A TUTTI

Dovete perdonarmi ma oggi non posso scrivere il mio blog perché sono in Africa. Mi hanno chiamata per un Safari, poi mi hanno invitata per un tè a Nairobi e dopo ancora dovrò recarmi a Mombasa per una conferenza sull'uso erroneo del pongo fra gli adulti. 
Questa foto, scattata da un Masai, ritrae me e Robert Redford. Mi sta facendo lo shampoo poiché avevo dei capelli così zozzi che non vi dico. Dopo lo shampoo gli avevo chiesto pure di mettermi una maschera per capelli secchi ma mi ha detto " e che mi hai preso per un parrucchiere?". Così ora sono in Africa coi capelli stopposi. 
Jambo Jambo a tutti.

lunedì 14 novembre 2016

PER ME UN MENEFOTTO, GRAZIE!

Sono incasinata, sono distratta e sono disorientata, in poche parole sono in una condizione psichica piuttosto al limite. È in momenti come questi che vorrei essere leggera e sbarazzina, che vorrei vivere nel magico mondo dei puffi, che vorrei avere come migliore amico un pastore maremmano di nome Belle e io essere Sembastien, oppure di avere uno specchietto magico e urlare la karmica frase “pimpulu pampulu parimpampum”.
Invece no, mi mangio le unghie, mi strappo le pellicine dalle dita, ingurgito porcherie, fumo, digrigno i denti, spaccherei la faccia a chiunque e mi chiuderei in un sacco a pelo e ne uscirei a primavera. Cosa fare in momenti come questi? Come evitare di essere una mina vagante che al primo urto scoppia spargendo merda ovunque? Come riuscire a restare lucidi e positivi quando la cosa che meno mi urta il sistema nervoso è stare col culo davanti al camino?
Bene, cari amici miei, la soluzione sta nel caro e vecchio (tum tum tum, rullo di tamburi) MENEFOTTO.
Il Menefotto lo trovi un po’ ovunque, in farmacia, al supermercato, in una tazza di caffè, in un bel tramonto, sulle bancarelle, nelle televendite, nei negozi che vendono solo surgelati, su di un albero di arance e pure tra i peli del tuo cane. Il problema del Menefotto è che è difficilmente riconoscibile, non è che se lo cerchi lo trovi immediatamente, quello è bastardo, si nasconde, si mistifica, ti fa fare il sangue amaro prima di farsi trovare. Il Menefotto mica è alla portata di tutti, c’è gente nella vita che non ne ha mai visto uno, ci sono persone che hanno conosciuto persone che a loro volta hanno conosciuto altra gente che dice di averne visto uno un sacco di anni prima, ma vatti a fidare! È insomma come un animale mitologico, una figura ascetica che se gli sei simpatico si fa vedere, altrimenti cazzi tuoi.  Però ci sono pure persone che col Menefotto ci sono nate, che una vita senza non la conoscono, che non gli girano mai i coglioni perché, giustappunto, se ne fottono.
A me, come a molti di voi, ne basterebbero giusto un paio di pasticche, oppure qualche goccia, un pugnetto se lo trovo in granelli,  una cucchiaiata, un pochino in tasca da tenere sempre all’occorrenza. E invece, porca zozza, sono giorni che vado in giro per negozi, in mezzo alle sterpaglie e tra le frasche, sulle spiagge, al bar e in pasticceria e sono andata pure nel centro commerciale e credetemi non ve n’è traccia. Possibile che non riesca a trovare un po’ di Menefotto? Possibile che sia terminato?
Ragà, ve lo chiedo col cuore in mano, se ne avete un po’ che vi avanza pensatemi, se avete un pusher di fiducia datemi il numero di telefono, non bado a spese. Volete qualcosa in cambio? Un chilo di mandarini? Un po’ di tonno sottolio? Due cani?
Contattatemi in privato e pure in pubblico, ho un disperato bisogno di MENEFOTTO.
Questa è la mia condizione attuale.
PH di Andrea Giacomantonio, fratello mio.

 

lunedì 7 novembre 2016

SLIDING DOORS

Ieri sera stavo aggiustando la legna nel camino perché cercavo di preparare un po’ di brace per cuocere le salsicce. Ce n'era tanta e le fiamme erano belle corpose, ad un certo punto con l’attizzatoio ho spostato un ceppo bello grosso e in quel momento da un anfratto del legno ne è uscito un geco cicciotto e un po’ intontito. Che fortuna, ho pensato, povero geco un altro po’ e sarebbe finito abbrustolito tra le fiamme. Aiutandomi con la pinza del camino, facendo attenzione a non spappolare il gechino, l’ho adagiato su una paletta per poi portarlo fuori in giardino. Quando il geco si è ritrovato sulla paletta evidentemente deve essere rinsavito, deve essersi ripreso in qualche modo, forse ha recuperato un po’ di lucidità e sapete cosa ha fatto? Si è buttato giù sul pavimento e decisamente ancora rincoglionito ha cercato rifugio sotto un mobile. In quel preciso istante i miei cagnacci hanno notato tutto questo movimento, hanno localizzato il geco, lo hanno stanato in un nano secondo, lo hanno tirato fuori e lo hanno ammazzato.
Ci ho pensato tutta la notte e alla fine sono giunta alla conclusione che non c’è niente da fare, non puoi sfuggire al tuo destino. Ho riflettuto su tutte le varie possibilità, ho pensato che se forse non avessi cercato di salvargli la vita, il geco sarebbe ancora qui, poi ho pensato che se anche lui fosse saltato giù dal legno i cani se ne sarebbero accorti (questo è sicuro perché erano lì davanti) e lo avrebbero ucciso comunque, o ancora se lo avessero notato ancora sul legno, quello per sfuggirgli sarebbe tornato indietro e sarebbe morto bruciato.
Ho assistito ad una chiara manifestazione dell’ineluttabilità del fato, in vita mia non mi era mai capitato e con tutta onestà non mi è piaciuto. Sono stata la spettatrice impotente di una storia già scritta, ero certa di poter salvare la vita del geco e invece no, per tutta una serie di coincidenze il geco ieri doveva morire. Partendo dal perché si trovasse in quel legno da chissà quanto, poteva uscirne mille volte prima che prendesse fuoco, poteva succedere anche che in quel momento i cani fossero in giardino, come spesso accade, il geco poteva pure restare su quella cazzo di paletta per un secondo di più, visto che la porta era vicinissima. Ad ogni modo credo non abbia sofferto molto, i cani lo hanno ucciso subito, forse era pure stordito dal fumo e manco se ne sarà accorto.
Tutto ciò è successo ad un geco che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. È successo che lì ci fossero i miei cani (assassini seriali di lucertole, gechi, falene, serpenti e tutto ciò che si trova alla portata dei loro nasi) e che ci fossimo noi che dovevamo arrostire le salsicce.
La cosa che più mi ha colpita però è stata che tutti noi ci siamo rimasti malissimo, quando abbiamo visto i cani sul geco abbiamo strillato “NNNNOOOOO”, eppure, come ho già detto, queste due bestiacce non risparmiano manco una formica e non ne facciamo un dramma, sono cani, per di più da tana, per cui il loro compito è quello di stanare ed uccidere. Eppure in quel momento eravamo tutti disorientati, come se ci fossimo tutti resi conto nello stesso momento della nostra totale impotenza e anche perché ci sentivamo tutti  colpevoli di quell'omicidio, anche se in cuor nostro sapevamo che anche senza il nostro intervento nulla sarebbe cambiato.Alla fine abbiamo arrostito le salsicce e le abbiamo mangiate, tanto era scritto nel nostro destino.
 Ringrazierò sempre mio fratello Andrea Giacomantonio per questa bella foto che mi ha fatto mille anni fa, sulla mia faccia una porta. 

lunedì 24 ottobre 2016

ILARIA VS FENDI

Oggi un piccolo post per una grande figura di merda.
Sabato scorso ero a passeggio per le vie del centro. Non mi capitava da un sacco di tempo di avere un sabato libero così ne ho approfittato per andare a zonzo e perdermi nel dedalo di stradine e vicoli della città. Ho osservato con attenzione palazzi vecchi, antichi, alcuni restaurati e altri ancora cadenti. Mi sono persa più di una volta andando in giro col naso all'insù per cercare di spiare negli appartamenti di coloro che hanno l’incredibile fortuna di vivere nel centro storico. Ho preso un paio di caffè in alcuni bar bellissimi, ho guardato le bancarelle e anche le vetrine dei negozi e proprio davanti ad uno di questi negozi si è consumata la mia ennesima figura di merda. Non c’è niente da fare, io sono una portatrice sana di figure di merda, sono nata goffa e impacciata, sono discretamente disadattata e più cerco di essere trasparente più la vita mi mette in evidenza.
Insomma, dopo un paio d’ore che andavo a casaccio da una stradina all'altra, mi sono trovata in via di Fontanella Borghese davanti al palazzo Fendi.   Che palazzo bellissimo, che classe, che eleganza, che chiccheria, quanta ricchezza sbattuta in faccia alla gente, quanta sfacciataggine, quanta sfrontatezza! Già che c’ero ho deciso di dare un’occhiata alle vetrine: agli abiti, alle borsette, alle scarpe. E già che c’ero ho pensato pure di buttare un occhio ai prezzi, tanto per farmi due risate, che male c’è a sorridere davanti ad una borsa di 1,200 euro?
Allora mi sono chinata in avanti per leggere i prezzi e a questo punto è successa una cosa davvero brutta. Dinanzi alla vetrina vera e propria c’era un altro vetro e se stai nell'angolazione sbagliata non lo vedi, io non l’ho visto e ovviamente ho dato una testata così forte che credo che abbia tremato tutto il palazzo Fendi. Ho dato una capata così fragorosa che il bodyguard che era all'interno si è girato con la faccia tutta preoccupata, come erano preoccupati  pure i clienti milionari che facevano shopping nel negozio. Ho sbattuto con una tale potenza che è rimasta tatuata sul vetro la forma della mia fronte. E meno male che ho una capa tosta come poche cose, se era capitato a qualcuno con una testa poco poco più morbida se l’era ragionevolmente sfondata. Comunque, un secondo dopo il botto credevo che mi fosse venuta una commozione cerebrale poi, appurato di non aver subito danni permanenti, mi sono sincerata di non aver deteriorato in qualche modo la vetrina, ci mancava solo di dover pagare i danni a Fendi per avergli sfasciato la vetrina con una testata, che cazzo, manco fossi stata un black block col casco integrale.
Alla frase minchiona “ciò che non ti uccide ti fortifica” aggiungo “sempre se rimani illeso e inoltre le figure di merda non fortificano un cazzo di nessuno”.

La vetrina cui ho dato la testata è la seconda sulla destra. 

lunedì 17 ottobre 2016

ODDIO, DEVO FARE I COMPITI

Oggi pomeriggio ho fatto i compiti. Mamma mia che palle, che noia, che rottura di coglioni, che tortura, che orrore e così potrei continuare all'infinito.
“Devo fare i compiti”, “vai a fare i compiti”, “che compiti hai oggi”, queste frasi mi fanno ancora accapponare la pelle, solo sentirle mi fanno venire il vomito, mi smuovono il sistema nervoso. E oggi m’è toccato, proprio a me, a me che credo di non aver fatto un solo compito a casa in vita mia.
Sono stata precettata per questo infausto compito (appunto) da mia sorella, lei non c’era e quindi nell'ordine di importanza cosmologico se non c’è la mamma per aiutare a fare i compiti, c’è di conseguenza la zia. Prima ho coadiuvato il mio nipote numero due a fare i compiti di prima elementare e subito dopo il nipote numero uno per fare quelli di terza elementare.
I compiti di prima elementare: colorare le immagini (e fin qui abbastanza bene) e dopo leggere alcune parole. Cazzo che fatica. Erano 5 parole, solo 5 parole e per il piccolo era come avere a che fare con un romanzo di Tolstoj. Credo che per arrivare fino in fondo alla parola CIOCCOLATO ci abbiamo messo 15 minuti, una cosa estenuante, sia per me che per lui. Poi ovviamente, come fanno tutti i bambini del mondo, leggeva le prime tre lettere e poi il resto lo inventava, prima o poi cazzo l’avrebbe azzeccata, è la legge dei grandi numeri! E quindi ha iniziato con CIO…TOLA? CIO…NODOLO? CIO…CCA? Poi leggevamo le altre due lettere e però incredibilmente dimenticava le prime tre, quindi ritornavamo alle prime tre, per poi dimenticare quelle di dopo, così per 15 minuti. E non ho commesso un infanticidio, non ho urlato, non preso a capate il muro, non me ne sono andata sbattendo la porta, alla fine la parola CIOCCOLATO è venuta al mondo.
I compiti di terza elementare: grammatica con l’aggettivo possessivo e il pronome possessivo, studiare tre pagine di scienze e tre pagine di geografia.
Abbiamo letto e inventato qualcosa come 20 frasi con il possessivo, aggettivi da cerchiare e pronomi da sottolineare. Poi rileggere, trascrivere, fai la brutta, fai la bella, usa la penna rossa, prendi la matita con la gomma, riprendi la penna blu, sul libro si usa la matita, cancello che ho sbagliato, la gomma ha macchiato il libro perché era sporca, vai a prendere la gomma pulita, “altrui” che vuol dire, mi sono scocciato, uffa che noia, ma quando finiamo? Questo non lo faccio, non mi va, ho fame, scienze e geografia che pizza, ma veramente devo fare pure geografia e scienze? E quando posso giocare al computer? E mamma quando torna? La grammatica non mi piace, mi sono stancato il braccio, devo fare pipì, zia ti prego basta!
Dopo questa ultima frase del mio amato nipote ho detto “Ma vogliamo fare una cosa divertente?  Non li fare i compiti, tanto che vuoi che succeda?!” e lui “Ma sei matta zia? Io i compiti li DEVO fare, come faccio ad andare a scuola senza aver fatto i compiti? Dai, non diciamo sciocchezze, prima ti ripeto geografia e dopo scienze. Però sono stanco, che pizza, non ne posso più, ma quando finisce la scuola?”

Nonostante tutto io sono convinta che dare un piccolo aiuto nello svolgere i compiti sia fondamentale, è un momento di crescita sia per i bambini che per gli adulti. Per i bimbi è stimolante e rassicurante, per gli adulti è fondamentale, innanzi tutto perché alcune cose si dimenticano e poi perché spinge i limiti della nostra pazienza sempre più in là, si diventa più tolleranti e meno incazzosi, a fare i compiti con i bambini potresti diventare Mahatma Gandhi. Uscire vivi (sia tu che il bambino) da una seduta di grammatica è forse il tanto desiderato Nirvana. 

lunedì 10 ottobre 2016

Che jeans di merda

Nelle vostre case, poggiate sulle librerie oppure su di un comò, ci sono foto che vi ritraggono negli anni 80? E non vale se negli anni 80 eravate solo bambini, a me interessa sapere se eravate adulti o adolescenti in quel periodo e se in casa vostra ci sono tracce di quell’infausta epoca.
Ci saranno foto dei vostri nonni in bianco e nero, foto di voi sposi, foto contemporanee dei vostri bellissimi bimbi, ma credo (anzi ne sono certa) non ci sono foto di voi con i capelli cotonati, di voi con i jeans a vita alta e a zompa fosso o di voi con le spalline e con qualche maxi maglione orrendo dai colori fluorescenti. Queste foto alla mercé di tutti non le espone nessuno ed è un bene.
L’altro giorno, mentre facevo zapping da un canale all’altro, mi sono imbattuta in una puntata di xfactor, delle esibizioni canore non me ne fregava un’emerita minchia, però la cosa che mi ha lasciato senza fiato sono stati i look delle ragazzine. Tutte belle e simpatiche, mica sto qua a criticare la giovinezza e la voglia di cantare, ma cazzo, cazzo, come erano conciate!
Quei jeans, santi numi, erano brutti 35 anni fa, ma come potrebbero essere belli ora? Con una vita quasi ascellare e con delle zip così lunghe che nemmeno il cuscino più grande del mio divano ce l’ha. Poi stretti da morire, corti, con delle tasche sul sedere grosse come la vela di una barca. No ragazze mie, questa non è la moda, questo è il suicidio del buon gusto. Dei jeans così brutti stanno male pure a una fotomodella. Ma come è successo? Fino a tre anni fa la vita dei pantaloni era così bassa che appena ti piegavi stavi col culo di fuori, che se avevi un po’ di maniglie dell’amore sembrava che il tuo corpo era diviso in due parti e poi avvitato a casaccio, le zip erano più corte di un accendino bic e le tasche di dietro stavano sotto le chiappe, però erano carini.
Ma di chi è la colpa di questo scempio? Chi è che ha fatto questo regalo alle nuove generazioni? H&M, ecco chi è stato. È evidente che lo stilista che ha ripescato quei jeans da uno dei suoi scatoloni, durante l’adolescenza ha avuto un sacco di problemi.
Caro stilista di H&M, io ti odio, hai fatto un casino, non si gioca con la vita dei jeans in questo modo. Sei un essere abbietto che ci ha riportato indietro di ben tre decadi, ci stai facendo rivivere momenti che tutte noi avremmo volentieri dimenticato, stai radicalizzando nelle nuove generazioni la convinzione che aver vissuto negli anni ’80 sia stata una gran figata. Che cosa vuoi ancora? Ci vuoi sbattere in faccia spalline spesse 4 centimetri? Ci vuoi lanciare addosso costumi interi e sgambati? Vuoi che le ragazze di oggi abusino di acidi e tinture per una permanente di merda? Vuoi forse farci rimpiangere i look delle Spice Girl?
Sto per dire una cosa forte, di cui forse un giorno mi pentirò, ma credo che negli anni 90 ci si vestiva meglio.
                                                          Magghi, grazie per l’incipit. 

lunedì 3 ottobre 2016

METROSEXUAL -IL GRANDE PISELLO-

Che cos’è un metrosexual? È forse una nuova unità di misura per valutare le dimensioni di un pene? È forse una nuovo modo di fare sesso dentro una metropolitana? Ha a che fare con il grande magazzino METRO che tra uno scaffale di formaggi e uno di detersivi offre anche servizi sessuali?
No, nulla di tutto ciò, il metrosexual non è altro che un essere umano di sesso maschile. Ora qui copio e incollo la definizione di metrosexual da wikipedia e poi aggiungerò qualcosa di personale. “Si tratta della parola inglese metrosexual, un incrocio linguistico tra le parole metro(politan) e (hetero)sexual, che risale al 1994 per opera di Mark Simpson.
Metrosessualità è un neologismo utilizzato per indicare uomini eterosessuali in genere provenienti da aree metropolitane (metro-) e caratterizzati da comportamenti vagamente simili a quelli femminili, essendo forti consumatori di cosmetica avanzata, praticanti il fitness, l'abbronzatura artificiale, la depilazione del corpo e altri trattamenti estetici o salutistici.
Bene, questa estate sono stata a stretto contatto con un metrosessuale e mi sono fatta un’idea molto chiara su questa specie di creatura. È stato per molti giorni un mio vicino di ombrellone e poiché come ben avete imparato in questi ultimi anni, io i cazzi miei non me li faccio mai, ho dovuto e voluto studiare questo personaggio.
Come prima cosa devo sottolineare -nuovamente- che il metrosessuale non è omosessuale, bensì eterosessuale, egli è innamorato soltanto di se stesso, prova piacere solo attraverso di sé e con sé, si alimenta del suo corpo ed è attratto solo dalla sua immagine riflessa su qualsiasi superficie: su di uno specchio, su una vetrina, sulla superficie dell’acqua ecc. ecc. Ama così tanto il suo corpo che non fa altro che toccarsi: si accarezza i dorsali, poi i bicipiti, poi gli addominali, deve stare sempre in contatto con se stesso. Per aiutarsi in questa faccenda adopera moltissime creme ed oli, e poi spalma, massaggia, strofina. Può farlo anche per 5 ore consecutive. Si può tranquillamente affermare che il metrosessuale pratichi un onanismo ininterrotto con tutto il suo fisico, egli è un pisello gigante.
Quello che fa col corpo lo fa pure con i capelli, si pettina di continuo e mentre lo fa si specchia al cellulare, cioè con la fotocamera in modalità selfie, così se gli viene un guizzo alla Toscani si scatta pure una foto.
Al metrosessuale non interessa moltissimo il sesso, è più che altro un bisogno fisiologico e i modi con cui conduce un corteggiamento sono veramente indegni per ogni essere vivente (ero presente). Tutto si è svolto in 30 secondi, parlava con una donna vicina di lettino, lei sembrava disponibile alla chiacchiera, lui in evidente stato confusionale scambia la semplice disponibilità della donna per chissà cosa e preso da un momento di follia tocca un piede alla donna (cioè rendetevi conto lui ha toccato un altro essere umano), lei ritira il piede sul lettino bloccando così le avance e lui che fa? Si gira dall'altra parte e ritorna a prendere il sole. Ecco per un metrosessuale questo pare sia il massimo dello slancio, in poche parole o si scopa subito e senza troppe smancerie oppure ritocca l’abbronzatura che sicuro è più eccitante
Il metrosessuale che ho avuto la fortuna di poter studiare questa estate sfoggiava ogni giorno dei costumini slip agghiaccianti: giallo fluorescente, bianco, verde, azzurro e così via, e stava sempre attento a tenere il pacco nella maniera giusta, cioè se lo aggiustava in continuazione. Poi era munito di collanazza d’oro, occhiali d’oro, e capelli d’oro, l’oro dei capelli era quello che solo l’acqua ossigenata 36 volumi ti può dare. Parlava sempre al telefono (palesemente per finta) e non si separava mai dagli auricolari. In tutta l’estate non l’ho mai visto farsi un bagno per intero, entrava in acqua col cellulare in una mano e con l’altra si aggiustava i capelli e se poi i bambini gli schizzavano dell’acqua vicino si incazzava pure. Mia sorella ha sempre sostenuto che i suoi mezzi bagni servissero solo per farsi una pisciata. Una volta ha pure fatto un exploit su una moto d’acqua, andava velocissimo a destra e a sinistra affinché tutti sulla spiaggia lo riconoscessimo, il minchione però lo faceva a ridosso delle boe di sicurezza così tutti i bagnini gli fischiavano contro e agitavano le mani per farlo allontanare, lui era convinto che lo stessero salutando con affetto e ricambiava il saluto con acrobazie spericolate. Quando è tornato sulla spiaggia non vi dico il cazziatone che gli hanno fatto.  In quei giorni ho avuto anche l’occasione di guardarlo bene in faccia. Aveva le labbra gonfie (non da scazzotata ovviamente) e gli zigomi un tantinello sovraesposti, di sicuro avrà usato dello Zigomì, un modernissimo ritrovato della nuova chirurgia maxillofacciale.
Se dopo questa descrizione ti sei accorto di avere nella tua cerchia di amici un metrosessuale hai tutto il diritto di prenderlo per il culo, tanto lui non se ne accorge.
                                             

                                           Zigomì, del dottor Andrea Giacomantonio.  

lunedì 26 settembre 2016

LA METAMORFOSI

Credo che sia successo il 14 agosto, due giorni prima del mio trentaseiesimo compleanno, ero in barca con M e Luis più o meno a Fiumicello. Loro erano in giro con la maschera e il boccaglio a studiare i fondali della zona, io invece ero vicina alla barca, in acqua, poggiata immobile ad un piccolo natante gonfiabile nella strenua ricerca di non muovere manco un muscolo. Pensavo, mi rinfrescavo e pensavo. Galleggiavo e pensavo, ma con tutta sincerità proprio non ricordo a cosa stessi pensando. Ad ogni modo ero così impegnata con la mia attività cerebrale che non mi accorsi che qualcosa sulla parte destra della mia fronte mi stava pizzicando. Dopo il leggero bruciore mi portai la mano alla testa e così facendo scacciai l’insetto che mi aveva appena punto. Era una grossa, cicciona, paffuta e porca mosca cavallina che nonostante il muovere convulso delle mie mani proprio non voleva saperne di andarsene dalla mia testa. Non sapendo più che fare mi immersi sott’acqua e impaurita dalla cocciutaggine della mosca cavallina nuotai in apnea per almeno tre metri, che credetemi per me sono veramente tanti. Riemersi dall’acqua senza fiato e trafelata, mi guardai intorno e per fortuna non vi era più traccia della mosca.
Cosa cazzo ci faceva una mosca cavallina in mezzo al mare? Come cazzo era riuscita a rintracciare la nostra barca per poi posarsi sulla mia fronte e pungermi in quel modo tanto vigliacco? Erano domande alle quali non potevo darmi risposta, la fronte non mi bruciava più e dopo quei tre metri in apnea ero stanchissima, per cui mi riavvicinai alla barca, afferrai nuovamente il natante e mi misi a pensare di nuovo.
Trascorse l’intero giorno e poi quello appresso e alla mosca cavallina non pensai più. Il mattino del mio compleanno però mi svegliai con un leggero dolore sul lato destro della fronte, mi misi una mano in testa e mi accorsi di avere un grosso bubbone, grande più o meno come una pallina da ping pong e duro come una biglia di vetro. Corsi in bagno per guardarmi allo specchio e quello che vidi non mi piacque per niente. Il bubbone era violaceo, la pelle era tesa e sotto di esso qualcosa si stava muovendo. Svenni.
Quando ripresi conoscenza mi accorsi di trovarmi nel mio letto con tutti i parenti al mio capezzale che mi guardavano inorriditi.
“Ma che cazzo hai sulla fronte?” “Che cosa ti ha punto?” “Oddio, che cosa ti succede?”
Nessuno mi fece gli auguri, nessuno. La cosa allora era grave davvero. Rimasi a letto per tutto il giorno, mio padre propose di chiamare un medico o un veterinario, mia madre che invece è piuttosto pragmatica sul bubbone mi mise del Gentalyn beta (che va bene per tutto) e in più mi fece pure ingoiare una tachipirina (che lo stesso va bene per tutto). In serata poi successe l’indescrivibile. Il bubbone si aprì e assieme al pus e al sangue annacquato mi scivolarono sul viso una discreta quantità di larve di mosca cavallina. Erano tutti intorno a me ma nessuno aveva il coraggio di toccarmi.
Svenni di nuovo.
Dei giorni successivi ricordo ben poco, in casa arrivarono molti medici e la mia camera da letto fu isolata, mi tennero sotto sedativi per un certo numero di giorni, un equipe di scienziati giapponesi raccolse tutte le larve che mi erano uscite dalla fronte prima che diventassero mosche e le portarono in un laboratorio in Germania.
Ora sto meglio, faccio la vita di sempre, svolazzo qua e là, mi pulisco le zampette in continuazione, ho occhi da tutte le parti e ci vedo da dio. Mangiucchio quello che mi va, frutta, verdura e carne, l’unica cosa che proprio non riesco a mandare giù è la merda, per mangiare quella mi hanno detto che ci vuole del tempo.
                                     
 Questo è un ritratto che mi ha fatto mio fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 11 luglio 2016

LE VACANZE ESTIVE

Amicissimi di tutti i sessi, di tutte le religioni e di tutte le etnie, questo è il mio ultimo sempre di lunedì prima dell’estate. Vi lascio alle vostre ferie e ai vostri divertimenti e vi stringo forte in un abbraccio appiccicoso, sudato e puzzone.
Alle ragazze consiglio vivamente di fottersene della prova costume esattamente come me ne fotto io. Andrò al mare sfoggiando un bellissimo due pezzi a fascia che diventerà la cornice barocca della mia panza a tre rotoli, quello sotto le tette, quello centrale e quello superiore alla zona pelvica, a quanto pare ai maschi la panza piace e noi li accontenteremo. Usate smalti colorati sia per le mani che per i piedi che quando c’è l’abbronzatura fa subito ragazze del Cocoricò. Non indugiate e se pure andrete in ferie solo per 6 giorni portatevi appresso tutto l’armadio e tutta la scarpiera. Depilatevi quanto e come volete, per un mese l’anno possiamo permetterci il lusso di essere glabre e sticazzi dei peli incarniti. Vanno bene le protezioni solari, ma non abusatene, ad un certo punto vi prego passate all'olio di cocco, quello stesso olio che poi impregnerà i costumi e in una desolante serata d’inverno quando penserete che tutto è perduto, avrete almeno quel costumino da sniffare.
Non sapete che borsa portare? Se quella per il mare, se la pochette, se quella rossa nuova nuova o quella di paglia? Portatele tutte, cazzo.
Se partite per le vacanze e siete sotto peso perché avete penato col cibo per tutto l’inverno, vi consiglio di non esagerare che una volta ripresi quei 4 chili tanto duramente persi vi pentirete amaramente. Se invece siete in una forma normale o che ad ogni modo non soddisfa pienamente i vostri canoni (Kate Moss), allora potete stare tranquille che pure se prendete 3 o 4 chili non ve ne accorgerete di certo.
Se siete accoppiate allora accoppiatevi comodamente nelle vostre camere d’albergo, sul pontile di una barca, nel vostro camper o nella tenda nel camping. Se invece non siete accoppiate vi scongiuro di non accoppiarvi col primo che capita su una spiaggia di notte dopo aver bevuto qualche mojto di troppo, è scomodo, poco igienico e per di più avrete la sabbia nelle parti intime fino a settembre.
Se bevete qualche mojto di troppo state accanto ai vostri amici e raccontategli cosa fareste col tipo sconosciuto che danza e vi guarda come la sacra sindone, l’immaginazione supera sempre di gran lunga la realtà.
Se siete delle fighe pazzesche col culo sodo e le tette di marmo e sulla spiaggia siete consce del fatto che tutti gli occhi maschili vi stanno smembrando, sappiate che noi sappiamo che anche dal vostro corpo esce la cacca, sappiatelo. 
Ai ragazzi invece consiglio di bruciare fino all'ultimo pinocchietto di merda che sfoggiate durante l’estate. A rogo i pinocchietti.
Inoltre vi suggerisco di non fare i cazzoni esperti di pesca subacquea, esperti di sci acquatico, esperti di parapendio, esperti di nuoto stile delfino, esperti di canne da pesca, esperti di snorkeling e altre cagate del genere.
Non vi depilate, non indossate il costume slip bianco che per quanto possiate essere stupendi non sarete mai il modello di Dolce e Gabbana che si tuffa dal gommone davanti ai faraglioni di Capri.
Non bevete roba ghiacciata quando ci sono 40 gradi che la diarrea (se vi va bene) è dietro l’angolo e se indossate il costume slip bianco sono veramente cazzi amari.
Se decidete che la vostra vacanza sarà all'insegna della caccia portatevi appresso un bel po’ di preservativi, ma proprio tanti, facciamo una cinquantina, secondo me porta bene.
E vi prego di non abboffarvi come se ogni pasto fosse l’ultimo della vostra vita, non è che quando finisce la vacanza starete a pane e acqua.
Ed ora i miei saggi consigli per le famiglie.
Se avete bimbi piccoli godeteveli fino allo sfinimento, giocate con loro, insegnategli a nuotare, sbrodolatevi di anguria insieme e annusateli quando sanno di crema solare e salsedine prima della doccetta.
Se avete figli adolescenti, buona fortuna, vi sono vicina.
Voi non ve ne sarete accorti, o forse sì, ma ancora vi ho stretti in quell'abbraccio appiccicoso, sudato e puzzone, ora vi lascio però, potete andare a fare una doccia.

Questo particolare di un dipinto di Bosch (1501) ritrae me mio fratello Andrea Giocomantonio che partiamo per le vacanze estive. 

lunedì 4 luglio 2016

IL TRENO DEI DESIDERI

 
La settimana scorsa ero in treno, stavo tornando da Cordova, in Argentina. Per mia grande fortuna hanno inventato un treno super veloce (si chiama freccia Platino) che fa il giro del mondo e per cui posso finalmente evitare di prendere l’aereo, che per me è un gran problema. Questo treno super sonico parte da Roma Termini e fa tratte incredibili. Come dicevo, la settimana passata, ho deciso di passare un paio di giorni in Argentina. Non ho scelto proprio il periodo ideale poiché in sud America ora è inverno e inoltre a causa de El Nino non vi dico che tempo di merda ho trovato: piogge torrenziali, un freddo tremendo, un’umidità che te la sentivi fin dentro le ossa.
In treno c’era un sacco di gente e poiché la maggior parte dei viaggiatori erano italiani, si era creato il solito panico dei posti a sedere. Ci fosse stata una persona che sedeva al posto scritto sul biglietto, manco una, e poiché ad ogni stazione saliva altra gente e nessuno aveva il coraggio di far spostare la persona che sedeva al suo posto, si continuava ad occupare posti a casaccio.
“Scusi io ho il posto 46, quello dove è seduto lei”
“Ah, va bene, guardi il mio che è il 34 è occupato da un’altra persona, si metta qui al 47 che non è salito ancora nessuno”
“Buongiorno, guardi il 47 sarebbe il mio posto”
“Si, si, certo, si metta al 50, e poi se il 50 arriva io mi metto al mio che era il 34 e faccio spostare il 34 da un’altra parte”.
E così via, per delle ore, a fare questa cosa del tutto priva di senso.
Anche io come tutti gli altri ovviamente non ero seduta al mio posto, il mio era occupato da un giovane e mastodontico americano che evidentemente voleva stare a chiacchierare vicino al suo amico, anche egli mastodontico e americano.
Ad un certo punto, non ricordo in quale stazione è salita una persona, una persona da me conosciuta. Ma non proprio un conoscente, né tanto meno un amico e nemmeno una persona che io ho mai visto in carne ed ossa, sul quel treno che da Cordova mi riportava a Roma è salito un attore di Un Posto al Sole. Madonna che emozione, non stavo più nella pelle.
L’attore era quello che nella soap faceva il professore di Sandro Ferri, che poi tra una cosa e l’altra si innamora di Greta (moglie di Roberto Ferri) e poi proprio da Roberto Ferri prende un sacco di mazzate, ma alla fine ce la fa e si mette insieme a Greta e alla fine tutti e due escono da Un Posto al Sole.
Dopo averlo riconosciuto ed essermi ricordata le peculiarità del suo ruolo nella fiction, mi mancava di rammentare una sola cosa importantissima, il suo nome. E ovviamente quando parlo del nome non mi riferisco affatto al nome dell’attore (nella soap non so i nomi veri di nessuno) ma ovviamente al nome del personaggio.
Niente, non me lo ricordavo proprio. Il treno in quel momento stava attraversando una serie infinita di gallerie, il wifi era inesistente e quindi non potevo cercarlo si google. Manco gli potevo dire “senti, scusa, come ti chiamavi in Un Posto al Sole?”, fottendomene poi del suo vero nome. Se poi glielo avessi chiesto avrei così infranto la mia regola fondamentale in treno: non parlare con nessuno e fare sempre in modo che nessuno parli con te. Io in treno posso e devo solo origliare e farmi i cazzi di tutti nel modo più segreto possibile.  
Ho viaggiato con l’attore seduto di fronte a me per un paio d’ore, scervellandomi, rimuginando, cercando in tutti in modi di ricordare il nome del suo personaggio, mi sono proprio saltati i nervi, ve lo giuro. Poi sono arrivata a Roma, in stazione, il treno velocemente si è svuotato ed ho perso di vista l’attore sul binario numero 16.
Il super treno alta velocità freccia platino è una figata pazzesca, tra un paio di settimane andrò in Canada, a Vancouver, sempre per un paio di giorni, spero di non incontrare altri attori di Un Posto al Sole, così viaggio più tranquilla.

Questa bellissima fontana l’ho fotografata mentre facevamo una piccola sosta in Paraguay, nella città di Assuncion. Pare che l’artista sia un certo Andrea Giacomantonio. Che strano, si chiama proprio come mio fratello. 

martedì 28 giugno 2016

L'impronunciabile McConaughey

Oggi sono stata tutto il giorno con Matthew, ci siamo fatti un sacco di risate, purtroppo però ho dimenticato di scrivere il sempre di lunedì.
Questa foto l'ho scattata mentre gli raccontavo di quando sono caduta dal motorino SI Piaggio mentre andavo a 10 all'ora, praticamente da ferma. Ancora ride, Matthew è nu simpaticone.


lunedì 20 giugno 2016

Ho fatto cose che non sapevo di saper fare

Circa un paio di settimane fa la mamma di M mi ha mandato come dono (tramite M) un sacco di cose buone: le melanzane sottolio, le salsicce, le soppressate, il caciocavallo, il pane, dei biscottini fatti in casa buonissimi e pure un pollo. Un bellissimo pollo morto, spennato ed eviscerato, l’unica cosa che però non avevo considerato come impedimento era che il pollo fosse tutto intero. Il giorno seguente tutta contenta e piena di iniziative ho chiamato mia mamma per farmi dare una buona ricetta per cucinare il famoso pollo paesano e subito dopo avermi elencato tutti gli ingredienti, mamma mi dice “il pollo ovviamente lo devi fare a pezzi” e io “ma veramente?” e mamma “e certo, mica lo puoi cucinare intero, ci metti una vita e poi è più buono a pezzi”.
Ok, mi sono detta, lo devo fare a pezzi. Ho preso il pollo e l’ho poggiato sul tagliere, ho preso un coltello ed ho iniziato a studiare la situazione. Lo giravo da un lato, lo giravo dall'altro, lo mettevo su un fianco, ci poggiavo sopra la lama, ma niente, non sapevo che fare. Un po’ già mi stavo incazzando, così ho scritto un messaggio ad M “ma perché il pollo non me lo hai portato già a pezzi?” e lui “eh, gliel'ho detto a mamma, ma lei ha detto che tu magari lo preferivi intero e poi lei ha detto che tu sei brava a fare tutto, figurati se non sa fare a pezzi un pollo”. Lei ha detto che io sono brava a fare tutto, con queste poche parole mi ha reso felice, ma così felice che mi sono sentita importante come se fossi diventata il presidente del pianeta terra. Esiste una persona in questo mondo che pensa che io sia brava a fare tutto, non è che mi sono sentita lusingata, molto di più, mi sono sentita in dovere nei confronti di tutta l’umanità, in quel momento sono diventata Wonderwoman.
Dovete sapere che a casa mia non ti dicono “bravo” manco se scopri il vaccino contro la peste, ecco se devo immaginare un signor Alexander Fleming che a casa mia dice “grazie alla muffa ho inventato la penicillina” vedo tipo mia mamma che gli risponde “vabbuò, mo però pulisci tutto che sta muffa fa schifo”.
Quindi, se mia suocera ha detto che io sono brava a fare tutto, posso fare a pezzi pure un cazzo di pollo.
Ho richiamato mia mamma, avevo comunque bisogno di un aiutino da casa e lo ho detto “mà, come lo faccio a pezzi un pollo?” e lei “ora ho da fare, ti passo papà che pure lui è bravo a fare il pollo a pezzi”. Ho messo il vivavoce al telefonino, l’ho poggiato sopra lo scolapiatti e ho detto “pà, come procediamo?”
Papà “allora, prendi un paio di coltelli, uno affilato e uno col seghetto. Col coltello a seghetto dividi il pollo in due parti”
Io “pà, ho superato la carne, ora però l’osso è duro, non si taglia”
Papà “ah e certo, prendi la mannaia”
Io “papà, secondo te io ho una mannaia?”
Papà “beh, se non hai la mannaia allora usa il coltello come un’ascia, dagli dei colpi, prima o poi si rompe, le ossa del pollo sono fragili”
Io “ papaaaaaaaà, sto scassando tutto, ma il collo, il collo è durissimo, si vedono pure gli anelli della spina dorsale, madooo che schifo…”
Papà “Ilà, stai facendo un casino, mo mi fai incazzare, dai un colpo netto sul collo e vedi che si stacca, poi quando hai finito coi pezzi grossi, usa il coltello affilato e inizia a sfilettare il petto.”
Io “minchia papà, mica sono un macellaio, qua ci sono pezzi di pollo dappertutto. Non ci capisco più niente, mi viene da vomitare”
Papà “senti Ilà, ma perché il pollo non te lo ha già mandato a pezzi?”
Io “perché ha detto che sono brava a fare tutto, figurati se non so fare a pezzi un pollo”
Papà “hahahahahahah (grasse risate), va bene, dai, pure se molto probabilmente hai rovinato un bellissimo pollo paesano non ti preoccupare, tanto quando lo cucini manco si vede.”
Io “ok, ora vedo di fare un po’ d’ordine, ah senti papà, non credo che in vita mia farò mai più a pezzi un pollo, te lo giuro.”

Papà “e fai bene, non è cosa tua”. 
Il pollo destrutturato, di mio fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 13 giugno 2016

CIME TEMPESTOSE

La malattia per Cime Tempestose me l’ha passata mia mamma, lei lo avrà letto un centinaio di volte e ogni volta che lo rilegge dice “ma quanto è bello Cime Tempestose e leggilo pure tu un’altra volta”. A lei piace così tanto innanzitutto per via del nome, il suo sogno è quello di avere una grande proprietà lontana dal mondo, isolata, selvaggia, alla mercé degli agenti atmosferici e chiamarla appunto Cime Tempestose. A Cime Tempestose c’è una villa bellissima e grandissima, c’è la servitù, ci sono enormi camini dove scaldarsi durante i lunghi inverni nella brughiera, insomma io pure vorrei avere Cime Tempestose.
Poi le piace anche per via di tutta la storia d’amore e d’dio che si dipana proprio a Cime Tempestose. Non le piacciono in generale i romanzi d’amore, però Cime Tempestose non è un romanzo d’amore, è sì un libro romantico, ma l’amore col romanticismo spesso non c’entra nulla. In Cime Tempestose in ogni pagina succede qualcosa di tragico e tristissimo.
Io l’ho letto una sola volta, i libri li leggo tutti una sola volta anche quelli che mi hanno segnato più profondamente, perché sono convinta che quell'emozione non si possa ripetere, perché non voglio che quell'emozione si ripeta e perché è così che mi piace e basta.
Cime Tempestose l’ho letto un’estate di tanti anni fa, credo in piena preadolescenza e ovviamente nonostante il libro in questione fosse stato scritto giusto 150 anni prima della mia preadolescenza non mi evitò comunque un forte scompenso interiore.
Il canovaccio della storia è semplice: storie d’amore tragiche, vendette, gelosie e qualche morto.
I veri e unici protagonisti di Cime Tempestose sono Cathy e Heathchliff.
Cathy è una cretina, Heathcliff è uno particolarmente bello e incazzoso. Loro due si amano da sempre ma non stanno insieme praticamente mai.
A casa a Maratea credo che abbiamo almeno tre edizioni diverse di Cime Tempestose, una vecchissima di mamma, una degli anni ‘70 e poi pure un’edizione tascabile, quest’ultima ora è tutta gonfia e malandata, lo leggevo a mare e credo che mi sia caduto in acqua.
Poi ci sono i film, uno del 1939 che è bellissimo, uno del 1970 che non è così bello e poi uno del 1992. Quello più recente è il motivo per cui oggi scrivo di Cime Tempestose. Credo che fosse mercoledì, avevamo appena finito di vedere Gomorra (un giorno più tardi perché non abbiamo sky) e prima di spegnere la tv ho fatto un po’ di zapping, gira di qua e gira di là, cosa trovo su rai4? Cime Tempestose appena iniziato. E cosa avrei dovuto fare secondo voi?
M se n’è andato a letto, io ho preso la copertina, mi sono fatta una camomilla e come una vera donna moderna, sempre alla ricerca di nuove emozioni, mi sono accucciata sul divano ed ho visto per l’ennesima volta Cime Tempestose.
Ralph Fiennes è Heathcliff, bello che non vi dico: rude, ombroso, rabbioso, alto e muscoloso. Juliette Binoche è Cathy, bella anche lei, e la impersona in un modo strepitoso: una scema da prendere a schiaffi ogni 5 muniti, una deficiente che non ha capito proprio niente, un’oca che pagherà per la sua idiozia nel modo peggiore, con la morte.
Ho visto il film dall'inizio alla fine, mi sono spaventata ogni volta che arrivava improvvisamente il fantasma di Cathy, ho pianto quando loro due si dicono cose troppo romantiche, mi sono incazzata quando lei si sposa con un altro, mi sono saltati i nervi quando lui si sposa con un’altra, ho ripianto quando lei muore e poi alle 2 del mattino il film è finito.
Secondo me Emily Bronte quando scriveva questo romanzo lo sapeva, sapeva benissimo che avrebbe continuato a far sognare ragazze di tutte le età e in qualsiasi epoca, lo sapeva che il fascino del bello e tenebroso non sarebbe mai andato fuori moda, lo sapeva che tutte noi, pur odiando moltissimo quella cretina di Cathy, in fondo vogliamo sentirci come lei, desiderate e amate oltre ogni misura.

Vi lascio con questa frase che pronuncia Heathcliff per la sua Cathy: “Ho condotto una ben dura esistenza, dal giorno che ho cessato di udir la tua voce. Ma tu devi perdonarmi: perché ho lottato solo per te”.  Applauso.