lunedì 30 novembre 2015

Rinascerò celenterato

Da marzo di quest’anno ho una macchina, una Micra, molto bellina, l’ho chiamata Kimberly come la sorella di Arnold del telefilm “il mio amico Arnold” che però in realtà il titolo originale in inglese è “different strokes” che tradotto letteralmente sarebbe “gusti diversi” e come al solito il titolo originale con quello italiano non ci azzecca niente.
 Ho scelto il nome Kimberly perché ho sempre avuto una grande passione per tutti coloro che non hanno minimamente saputo gestire il loro successo poiché troppo giovani e ingenui. L’attrice che impersonava Kimberly (Dana Plato) infatti morì appena trentacinquenne a causa di un overdose, purtroppo dopo la serie televisiva che durò 8 anni la povera Kimberly (Dana Plato) ebbe una vita tremenda. E così la mia prima macchinina si chiama Kimberly in onore di Dana Plato, ennesima vittima dello showbiz  e da marzo credo di averla guidata forse 3 volte.
In realtà la macchina serve molto più a M che a me, anzi con tutta sincerità a me non serve proprio, io ho il MOTORINO, lo scrivo tutto in maiuscolo per dargli tutta l’importanza che merita, e con lui posso fare tutto ciò che mi va. Prima di tutto il negozio dista da casa 4 chilometri quindi in 10 minuti sono a lavoro e poi perché nel quartiere dove sta il negozio non trovi un parcheggio manco se fai un patto col diavolo e gli dai 20 anni della tua vita e pure un mezzo litro di sangue.
Non guido Kimberly nemmeno quelle poche volte che la usiamo insieme io ed M, lui dice che guido come una paesana, che guido a Roma esattamente come guido a Maratea e dice che faccio cose pericolose e che non mi rendo conto di questo e non mi rendo conto di quello e guarda qua e guarda là, metti la freccia, non puoi fare inversione a U come e quando ti pare e così via. Che palle.
La mia secondo me è una guida soft-sportiva.
Comunque andare sempre in motorino questi ultimi 20 anni non ha giovato particolarmente alla mia schiena, con tutte le buche che ci sono nelle strade di questa cazzo di città credo di essermi rimpicciolita di almeno 3 centimetri, se continuo a prendere botte alla schiena di questo passo diventerò un invertebrato. Martedì sono pure andata a farmi dare un’occhiata dal mio amico Bruno il quale mi ha detto che tutta l’infiammazione che ho è dovuta a dei muscoli che si chiamano psoas, ho gli psoas molto contratti e quando me li ha premuti ho visto le stelle. Mi ha premuto anche delle zone del mio corpo che credevo non avessero vita e subito dopo la seduta non solo non ero morta di dolore ma mi sentivo pure leggerissima e sana come un pesce. In una mia proiezione totalmente allucinata mi sono sentita come Ken il Guerriero che va a farsi fare la revisione alle 7 stelle di Hokuto.
In poche parole fino a lunedì non avevo mai sentito parlare di psoas e con tutta sincerità li avrei continuati ad ignorare. Maledetti psoas, anche detti muscoli dell’anima, da me ribattezzati muscoli dei mortacci loro.
Ho passato una settimana tra alti e bassi fino poi ad arrivare a sabato, ad M non serviva la macchina per cui ho deciso di dar pace alla mia schiena e di andare a lavoro con Kimberly. Il sabato il parcheggio si trova e non ci sono nemmeno i vigili a rompere le palle, così ho parcheggiato nelle strisce blu e mi sono detta “non lo metto il grattino, tanto qua il sabato mattina non c’è nessuno”.
Alle due, quando ho chiuso per la pausa pranzo e sono andata a prendere la macchina indovinate un po’ cosa ho trovato? La multa. In questi nove mesi ho usato la macchina praticamente mai e una volta, una sola volta che decido di usarla per il mio bene ecco che ho dovuto sborsare 30 euro di multa. A chi devo dare la colpa di tutto ciò? Con chi devo prendermela? Chi è l’artefice di questa seppur piccola sfortuna? Forse l’errore è stato mio che avrei dovuto comunque mettere il grattino? Oh, no, non direi proprio, la colpa di tutto ciò è solo e soltanto loro, di quei fottutissimi muscoli psoas. Spero nella prossima vita di rinascere celenterato, nella fattispecie una Caravella Portoghese, una massa molliccia e mortalmente velenosa.  

Una Physalia physalis dal "Grande Libro Delle Meduse" di mio, sempre e comunque, fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 23 novembre 2015

La chiappa destra

Oggi non posso scrivere il sempre di lunedì poiché soffro molto. Ho il nervo sciatico in fiamme e non riesco a non pensare che alla mia chiappa destra. Molto probabilmente nella mia carissima chiappa destra in questo momento è conficcata una lama acuminata e appena mi muovo la lama scava un po' più dentro fino a lacerarmi l'anima. A causa di questa disavventura non solo non potrò scrivere il sempre di lunedì ma non potrò nemmeno andare a giocare a tennis, a scherma, a pallavolo, a fare 45 vasche in piscina, a lanciarmi col deltaplano e non potrò nemmeno andare a fare windsurf, questi sono tutti gli sport che faccio il lunedì dopo aver scritto il sempredilunedì.

lunedì 16 novembre 2015

LA GRANDE MADRE RUSSIA

Sabato sera siamo stati a cena al ristorante russo e sappiate sin da ora che quanto scriverò non sarà una recensione al ristorante, per quello c’è già quella gran rottura di palle di tripadvisor, diciamo pure che sarà una disquisizione in termini puramente colloquiali, il resoconto di un momento piuttosto improbabile.
La scelta del russo è venuta da una mia riflessione critica per quanto riguarda i ristoranti italiani. Non ho più voglia di andare a mangiare in un posto, anche il migliore sia ben inteso, dove la stessa pietanza con un minimo di impegno posso cucinarla anche io e poi con tutta sincerità i miei standard nel tempo sono diventati altissimi per cui ogni volta che vado a mangiare in un ristorante italiano ci resto male e mi pento di aver speso quei soldi. Ovviamente nei ristoranti italiani non è inclusa la pizzeria perché la pizza non la so fare e se pure mi impegnassi moltissimo non avrei comunque un forno a legna, infatti una pizza non cotta nel forno a legna non può nemmeno chiamarsi pizza.
Dunque, da queste riflessioni è nata la mia voglia di sperimentare cucine nuove e abitando a Roma ho molte più probabilità di trovare cucine alternative rispetto a molte altre città italiane.
Con la cucina cinese e giapponese ho già dato, ora voglio proprio cercare altrove, voglio provare altro. Il nostro tour gastronomico è iniziato quindi col ristorante russo.
Il ristornate russo che abbiamo trovato è veramente assurdo.
Praticamente un garage adibito a bar ristorante nel quale una volta entrati si perde totalmente la classica cognizione spazio-temporale. Ci sembrava di aver fatto un salto nel passato e la mia sensazione è stata quella di trovarmi incredibilmente nel 1988 poco prima della caduta del muro di Berlino. Il ristorante era un corridoio lungo e stretto con le pareti dipinte di rosa salmone e su di esse vi erano appesi grandi specchi, i tavoli erano per la maggior parte tondi e sia i tavoli sia le sedie erano rivestiti da un broccato acrilico lucido color perla. Ad una estremità del corridoio vi erano le cucine, all’altra estremità vi era la sala da ballo di colore azzurro cielo dove, udite udite, il sabato sera fanno sia discoteca che Karaoke, ovviamente in russo. La serata è iniziata subito col saluto del cantante. Il cantante, non trovo le parole per descrivere il cantante. Era un uomo sulla cinquantina che assomigliava uguale spiccicato a Sandy Marton, portava una camicia nera elasticizzata con pailettes applicate qua e là e credo che in testa avesse tipo un tupè, mentre cantava faceva qualche passo di danza, ma non che ballasse proprio, si atteggiava, faceva il piacione.
Oltre al cantante russo, i camerieri russi e ai cuochi russi ovviamente c’erano pure i clienti russi. C’era un tavolo con uomini e donne e le donne sembravano tante giovani Cindy Louper. Coi capelli cotonati, truccatissime, con certi tacchi che non portano manco le drag queen e ballavano e cantavano e bevevano come se non ci fosse stato un domani.
Non abbiamo mangiato un gran che, c’era un sacco di gente e in cucina si sono incasinati, però non importa perché la serata è stata troppo divertente e poi in vita mia non avevo mai cenato bevendo la vodka, anzi credo proprio di non aver mai bevuto vodka vera e propria ed ho scoperto essere una bevanda buonissima. La vodka era una vodka ucraina di betulla, di una leggerezza e una freschezza che non vi dico, ti accorgi di averla bevuta solo quando ti alzi dal tavolo, se riesci ad alzarti ovviamente.
L’acme della serata lo abbiamo raggiunto quando Sandy Marton  ha cantato in russo Mamma Maria dei ricchi e poveri, un brivido lungo la schiena, un’emozione fortissima. Ma chi me lo doveva dire che avrei ascoltato la versione russa di Mamma Maria mentre mangiavo il manzo alla Stroganoff , i khinkali georgiani e il borsh russo?
Quando sono uscita dal ristornate pensavo di trovare in strada Fiat Uno oppure qualche Ritmo, di vedere scorazzare in giro qualche ragazzo senza casco a cavallo del suo Ciao, di vedere qualche manifesto della DC o del PCI, o di sentire uscire dalla macchina di qualche truzzo le note di “Più ci penso e più mi viene voglia di lei” di Gianni Bella, invece ero nuovamente nel 2015.
 In questo scatto di Magda ci siamo io, M e Alfredo e lo abbiamo dedicato al mio papà Vincenzo.

 

lunedì 9 novembre 2015

Che dir si voglia

 
Nel paese di Chedirsivoglia abita una donna giovane e sempre indaffarata. Ella lavorava tanto e tutti i giorni tranne il giorno del Signore quindi la domenica, che dir si voglia, e il lunedì. La domenica il più delle volte con tutta sincerità la giovane donna non si occupa di nient’altro che del nulla più assoluto, mentre il lunedì incredibilmente tutto ciò che v’è da fare lei lo fa e fa così tanto che alla fine della giornata  è più stanca di una qualsiasi giornata di lavoro vero e proprio.
Chedirsivolgia è un paese piccolissimo, è composto da due stanze, un bagno, un soggiorno, una cucina ed un terrazzino, però è assai bello, o meglio per chi ci abita è proprio un bel posto.
Gli unici due abitanti di Chedirsivoglia sono la giovane donna sempre indaffarata e un uomo che per una serie di motivi che non sto qui a spiegare, chiameremo semplicemente M.
Agli unici due abitanti del paese capitano spesso un sacco di cose bizzarre, o meglio più che bizzarre direi forse pericolose. Non molto tempo fa per esempio, il giorno in cui decisero di cambiare sofà o divano, che dir si voglia, i due ebbero un’idea a dir poco folgorante. Decisero di comune accordo di sfasciare il vecchio divano, di separare il ferro dal legno e poi di gettare il ferro e di bruciare il legno. Si, avete capito, decisero di bruciare il legno del divano nel loro piccolo camino.
L’unica cosa che non avevano calcolato i due ignari abitanti di Chedirsivoglia fu che il legno del divano era vecchio di almeno 40 anni e che una volta avvolto dalle fiamme sarebbe svampato come paglia o fieno, che dir si voglia.
Infatti così fu, in un attimo le fiamme iniziarono ad uscire furiose fuori dal caminetto, il legno ardeva così forte che sembrava la fiamma di partenza di un razzo, poi non si sa come i due iniziarono a sentire rumori sinistri che provenivano dall'interno della canna fumaria. “STROK TRUK CRACK” il camino stava cedendo! La giovane donna prese di corsa la pompa dell’acqua e iniziò a spegnere il fuoco. Una volta spento il fuoco ecco lo scenario di guerra: la casa piena di un fumo nero e colloso, tutto allagato, cenere e carbone ovunque, le mura annerite e pezzi di divano inceneriti, il camino però intatto, qualche crepa sulla canna fumaria ma tutto sommato poteva andare peggio.
Poteva andare peggio, le ultime parole famose.
Il peggio a Chedirsivoglia mi sa che l’hanno vissuto ieri, quando la giovane donna, M e un tizio loro parente, insieme hanno deciso di cambiare il mobiletto sotto il lavabo della cucina. L’operazione doveva durare al massimo un’ora e mezzo, ma com'è d’uopo le cose non vanno mai come dovrebbero.
Infatti una volta smontato il mobiletto ecco che un sacco di rogne o fastidi o anche problemi, che dir si voglia, hanno iniziato a presentarsi:  “salve io sono il centimetro che manca a quella tavola” “ciao, io sono il bullone che non s’avvita” “eccoci, noi siamo i nuovi piedini, ma siamo più corti di quelli vecchi, mi sa che non andiamo bene” e così via.
Giunti però al problema dei piedini i due uomini decisero di andare insieme dal ferramenta per prenderne dei nuovi e di lasciare la giovane donna a casa. Nemmeno 10 minuti dopo la giovane donna sente un tonfo inquietante provenire dalla cucina, si affaccia impaurita e cosa trova? Il lavabo crollato al suolo che a quanto pare non era mai stato fissato al muro e che si manteneva in piedi solo con un po' di silicone e al mobiletto sottostante. I tubi dell’acqua s’erano staccati, il sifone disintegrato e c’era acqua che zampillava ovunque. Alla giovane donna venne la febbre (forse per l’incazzatura), si chiuse in camera e ne uscì solo alle dieci di sera, quando i due uomini avevano sistemato tutto, coadiuvati ovviamente da una massiccia dose di male parole, parolacce o volgarità, che dir si voglia.
Poiché come dicevo all'inizio di questa novella, il lunedì è il giorno in cui la giovane donna fa di tutto e di più, non poteva mancare ovviamente anche di dover pulire tutto il disastro che i due uomini avevano lasciato il giorno prima, poiché come tutte sapete, è vero che gli uomini ti aggiustano tutto, ma poi chissà perché ti devono lasciare casa come se fosse passato un tornado, un tifone o un uragano, che dir si voglia.
    Ecco il paese di Chedirsivoglia visto da fuori, lo immagina così mio fratello Andrea Gicofandonio.