lunedì 19 ottobre 2015

Anomalie geometriche

Lo ammetto, la cosa che più mi stressa del mio variegato lavoro sono i paralumi.
Tutti i giorni mi occupo di una serie di cose: la scelta dell’oggettistica, i campionari dell’abbigliamento, la vendita, i rapporti con i clienti, i rapporti con i fornitori, tutte cose molto interessanti e stimolanti.
Ma l’ordine dei paralumi è una cosa che i fa diventare matta. Ora vi spiego un po’ come funziona.
In negozio ho una serie di paralumi che fungono da campionario, poi ho delle mazzette di stoffe di varie fatture e colori, ho un metro da sarta, un quaderno a quadretti e basta. La gente arriva in negozio e mi chiede di fare un paralume su misura, io gli mostro il campionario e chiedo se una di quelle forme che sono già in mio possesso può fare al caso loro, il più delle volte però le misure dei paralumi che ho non vanno bene, per cui armata di metro e matita cerco di far capire al cliente come potrebbe venire il futuro paralume. Insieme scegliamo il diametro inferiore, l’altezza e il diametro superiore, poi scegliamo la stoffa e infine chiamo l’artigiano e gli detto le misure, così dopo qualche giorno arriva il paralume ordinato. Sembra semplice e in realtà lo sarebbe se tutti quelli che vogliono un paralume su misura non fossero dei malati di mente. Tutti, sono tutti degli psicopatici in cerca dell’agnello sacrificale e quell'agnello sono io. Sembra che tutti quelli che vengono da me non hanno ancora trovato uno scopo nella vita e che improvvisamente vedendomi lì si rendano conto che lo scopo c’è, è sempre stato sotto i loro occhi, il loro scopo nella vita è avere un paralume perfetto e in più rompere le palle a me.
Il mio amato M. quando torno a casa la sera stressata e incazzata come poche cose al mondo a causa di un cliente e del suo paralume, incerto e stupito mi chiede “ma veramente al mondo c’è chi si fa fare i paralumi su misura?” e amaramente devo ammettere che sì, c’è chi vuole un paralume su misura e che disgraziatamente io sono su questa terra anche per questo motivo.
Senza altri preamboli vi racconto cosa mi è successo martedì scorso.
Entra in negozio un signore distinto e non troppo giovane, direi un settantenne e con sé portava anche la sua lampada. Mi dice allora di non voler un classico paralume, un tronco di cono per intenderci, bensì un parallelepipedo. Ok, rispondo, si può fare, avendo portato anche la base potevo di certo fare un lavoro migliore, per le proporzioni e così via. Gli chiedo allora se il parallelepipedo lo voleva quadrato o rettangolare e lui mi risponde di volerlo a punta. Ecco qua, già iniziavo a sudare freddo. Un parallelepipedo a punta, dio mio. Dopo una serie di domande e una serie di disegnini approssimativi giungo alla conclusione che il signore intendeva una piramide tronca.Detto ciò gli chiedo quanto grande doveva essere il paralume. Ho preso il metro e gli ho chiesto quanto lungo doveva essere il lato, lui di botto mi dice “almeno 60 cm”. Io lo guardo scettica e gli dico che con un lato da 60 cm verrebbe una cosa enorme e che la lampada era troppo piccola per un paralume così grande. Poiché palesemente non riusciva ad immaginare la figura tridimensionalmente gli dico di considerare la diagonale, peggio che andar di notte, manco avessi detto di recitare un endecasillabo falecio. “Mmhhh” mi dice lui con sguardo indagatore, “e quanto sarebbe lunga questa diagonale”, io rispondo “molto più del lato ovviamente”, poi disperata continuo “non me lo ricordo come si calcola la diagonale però col mio metodo empirico posso saperlo subito”. Libero il tavolo da lavoro, disegno a matita proprio sul tavolo un quadrato da 60 cm e poi col metro prendo la misura da un angolo all'altro, circa 80 cm. “Troppo grande” mi dice il signore. Quindi si prende il quaderno, mi chiede una squadretta, prende una matita e inizia a fare una cosa assolutamente senza senso. Disegnava la piramide tronca senza attenersi né ai centimetri della squadretta né tanto meno ai quadratini del foglio. Vedendolo in quello stato confusionale gli dico “le do un’idea, faccia finta che ogni quadratino corrisponda ad un centimetro, così farà un disegno in scala, certo dovrà usare l’immaginazione ma è la cosa più logica che in questo momento mi viene in mente”. Mi guarda con una faccia strana e mi dice “già, ha ragione”. Dopo un’ora, fra disegnini, misure, parole inutili, chiacchiere al vento e varie follie geometriche, il signore partorisce il progetto. Al momento di andare via gli chiedo un acconto e il numero di telefono, lui mi dà 20 euro e il suo bigliettino da visita. Leggo incuriosita di cosa si occupasse quest’uomo affetto da evidente disordine mentale e indovinate un po’, l’uomo era un ARCHITETTO.
In quel momento avrei voluto trafiggerlo con la squadretta, strozzarlo col metro, dargli così tante mazzate da farlo diventare una sfera. Invece no, mi sono limitata ad immaginarlo piegato sul suo tecnigrafo intento a disegnare l’improbabile progetto per una cucina ikea, mentre alle sue spalle Pitagora cercava di sgozzarlo con un goniometro.
  Ecco una cucina IKEAND di mio, sempre e comunque, fratello Andrea Giacomantonio.                                                                                     
 

 

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