lunedì 12 gennaio 2015

Una vita tranquilla

Finito il trambusto natalizio e finito il finto panico dei saldi, posso ritornare finalmente ad una vita tranquilla.
Il mio lunedì libero ma pieno, la mia scrivania in soggiorno perché nello studio non posso stare poiché fumo e questo infastidisce M, lavatrici da stendere (che poi si dice così ma l’immagine di una lavatrice stesa su un filo è alquanto improbabile), panni da stirare e spesa fatta in mattinata con tanto di menù settimanale scritto nella mente, insomma eccomi qui.
Pare che Natale sia stato 3 mesi fa, mi sembra che ero a Maratea un’infinità di tempo addietro, quando faceva un freddo becco e più fuori scendeva la temperatura più quel folle di mio padre aumentava quella dentro casa, un giorno siamo arrivati a meno uno fuori e più ventuno dentro, sembrava di stare in Jamaica.
E poi sono successe così tante cose nel mondo nelle ultime due settimane che mi sembra che il tempo abbia accelerato il suo corso.
Anche nel mio piccolo mondo sono successe un sacco di cose e il mio compito, cari amici, è quello di raccontarvele ma senza alcuna cronologia, le racconto a caso.
ARTE PIROTECNICA
A casa mia è tradizione spararci la posa l’ultimo dell’anno con grandi fuochi pirotecnici. Mio padre e mia sorella sono due psicopatici e ci tengono molto alla riuscita dello spettacolo. Quest’anno però il vento forte non ha aiutato e per questo motivo lo show è durato meno del previsto. Nonostante tutto (in piena sicurezza) abbiamo fatto la nostra porca figura, anche se i fuochi venivano sballottati a destra e a manca da forti raffiche di vento, le candele romane invece di puntare verso l’alto andavano in orizzontale e qualche petardo ha tentato furtivamente di schiantarsi sul tetto di mia zia che abita sotto casa mia. I bambini hanno sparato le botte a muro, mio padre ha fatto esplodere la sua tanto amata “bomba di Maradona” e mia sorella ha rotto le palle a tutti con una ventina di raudi. Finito tutto (che è durato una decina di minuti) abbiamo visto per la prima volta tutti i fuochi sparati nel golfo di Policastro, gli altri anni eravamo così presi dai nostri fuochi che non avevamo il tempo di vedere altro. Così siamo rimasti tutti imbambolati a vedere quello spettacolo mozzafiato: il golfo illuminato a giorno da mille luci colorate.
IL MAGO
Giocavo con mio nipote numero due con i gadget per fare il mago perché per natale qualcuno gli ha regalato una scatola della magia. Io era la sua assistente e lui come nome d’arte aveva scelto “mago Pippo”. Il primo numero consisteva nello sciogliere con destrezza le sue manine da una corda annodata. Anche il secondo numero era questo e pure il terzo, poi gli ho chiesto “mago Pippo, che numero vogliamo fare adesso?” e lui mi ha risposto “sei”. Poiché non avevo capito, abbiamo continuato col solito numero delle mani legate. Poi gli ho richiesto “mago Pippo ora vogliamo cambiare numero?” e lui mi ha detto “no, sempre il sei, come prima”. Quindi ho capito, il mago Pippo non aveva idea che per “numero” io intendessi “performance”, io gli avevo chiesto un numero e lui me lo aveva detto, il 6.
LO SCONTO
Pochi giorni fa al negozio una signora ha preso un block notes in vendita ed ha detto “ma quando finiscono i fogli si può ricaricare?”
“beh no, quando è finito è finito”
“quanto costa?”
“3 euro”
“anche questo è in saldo”
“no, solo l’abbigliamento è in saldo”
“ma me lo fa lo sconto?”
“signora, costa 3 euro, faccio prima a regalarlo”(la frase era palesemente ironica).
“allora me lo regala?”
Per fortuna non sono una persona violenta.
QUEL CHE RESTA DEL SUSHI
La settimana scorsa non so quale entità ultraterrena giapponese mi ha suggerito di fare il sushi.
Ho seguito la ricetta pedissequamente, ho scaldato tutte le verdure, ho tagliuzzato geometricamente tutti gli ingredienti, ho preparato il riso, l’ho fatto raffreddare, avevo la salsa di soia per tuffarci dentro i futuri rotolini di altissima ingegneria culinaria, avevo anche preso un avocado, la mattina avevo girato 3 supermercati per trovare le uova di lompo per le decorazioni, insomma tra preparazione e tutto il resto ho impiegato forse due ore. Quando è giunto il momento dell’assemblaggio, tutto è andato a farsi fottere. Il riso non si teneva insieme né per dio né per i santi. Inutile, più tentavo di dargli forma più quello si sgretolava fra le mani, ho passato un’ oretta buona a cercare di dare un senso a tutto quel fottutissimo riso. Poi è arrivato pure M, che già mi guardava male perché sapeva che da un momento all'altro avrei buttato tutto all'aria. Ci ha provato anche lui con la sua serafica calma del cacchio e più lui era disteso e tranquillo più io mi mettevo nervosa. Ovviamente manco lui ci è riuscito e s’è pure un poco alterato, ma poco. Alla fine indovinate un po’ cos'è diventato il nostro sushi? Fosse stato per me sarebbe diventato monnezza, invece abbiamo preso tutti gli ingredienti li abbiamo mischiati, abbiamo aggiunto del parmigiano ed è andato dritto nel forno. Riso al forno al sentore di sushi.
Non ci proverò mai più, io il sushi me lo vado a mangiare dal giapponese, come ho sempre fatto.


 Titolo dell’opera di mio, sempre e puntualmente, fratello Andrea Giacomantonio “ tuffo susci-tato”.



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