lunedì 26 gennaio 2015

Teorema dei teoremi

Ultimamente non faccio altro che sfornare teoremi. Teoremi sui comportamenti delle persone, teoremi su me stessa e teoremi su cose totalmente futili.
Qualche giorno fa, per esempio, ho messo a conoscenza la mia amica Britney (ovviamente non è il suo vero nome, anzi oggi lo è poiché ogni giorno noi due ci chiamiamo con nomi diversi), del mio teorema riguardo al conoscere nuove persone. Secondo me alla nostra età e col nostro bagaglio culturale ed emotivo non è assolutamente più il caso di conoscere gente nuova. Si, si, proprio così. A lei per esempio è successo di trovarsi a cena con degli emeriti sconosciuti che hanno intavolato una discussione assurda su temi contemporanei di storia e geopolitica. Britney si è trovata in una situazione spiacevole, dove gli sconosciuti non avevano nessuna voglia di ascoltare un parere discorde rispetto al loro. In poche parole si è rovinata la cena e s’è pure incazzata.
Teorema dell’esperienza: col passare del tempo conoscere gente nuova diventa una rogna.
E non mi convincerete del contrario!
Un’altra pensata geniale l’ho fatta quando m’è venuta l’idea di scrivere una mail ad uno scrittore per fargli sapere il mio parere circa il suo ultimo lavoro. Poi ho pensato: ma mica me l’ha chiesto! E questa cosa ho deciso di estenderla un po’ per tutto.
Teorema delle opinioni: non dare più pareri se non te li chiedono esplicitamente.
Altro punto saliente della mia settimana di produzione teoremica (parola appena inventata) è stato quando mi sono chiesta cosa è cambiato sostanzialmente nella mia vita negli ultimi 10 anni: il peso del mio corpo è identico, ho cambiato qualche taglio di capelli, penso sempre che un giorno diventerò una rock star e poi…poi la cosa cominciava a diventare inquietante così ho sperato con tutta me stessa che in quel momento uscisse qualcosa che mi facesse distrarre da quei pensieri, magari l’apparizione della Madonna. Così mi sono distratta sperando di distrarmi. Quello che ho capito è che non bisogna mai fare bilanci della propria vita. Il momento in cui ti proponi di fare un bilancio di ciò che hai fatto è lo stesso momento in cui prendi coscienza che non hai fatto abbastanza oppure che non hai fatto proprio una minchia.
Teorema del bilancio: A fare bilanci rischi di sbilanciarti.
Sabato mattina ho scoperto che esiste un pupazzo per i bambini che si chiama Furby. Il Furby può essere un maschio o una femmina ed è praticamente identico ad un Gremlin.
Il Furby funziona come un vecchio Tamagotchi, cioè il proprietario deve prendersene cura, farlo mangiare, bere, dormire e cose del genere, credo che lo scopo educativo di un tale giocattolo sia quello di responsabilizzare il bambino.
Ecco, il Furby che ho conosciuto sabato mattina era una femmina e per tutto il tempo che il bambino è stato a negozio, il pupazzo non ha fatto altro che canticchiare, parlare, e muoversi. Fin qui tutto normale, solo quando il bambino stava per andare via, la mamma mi ha detto cosa realmente era in grado di fare il Furby.
Il Furby femmina quando è felice partorisce piccoli Furby e più è felice più procrea, altrimenti dorme e quando non partorisce o non dorme, è arrabbiata e quando è arrabbiata fa la voce da maschio e ringhia “sono arrabbiata, gr…”.
Teorema del Furby: per responsabilizzare un bambino gli instilliamo la convinzione che le donne quando sono felici fanno figli, se non fanno figli sono infelici o dormono, se si arrabbiano diventano come gli uomini, quindi gli uomini possono incazzarsi e ringhiare mentre le donne no.
E per di più per tutto il tempo che il Furby è stato in negozio canticchiando parlando e muovendosi, partoriva pure, giacché era felice.
Comunque essendo, come ho già detto, i Furby  pressoché identici ai Gremlins, potrei proporre un esperimento: provate a farli mangiare dopo mezzanotte e vediamo un po’ cosa succede!
 L'illustrazione è di mio, sempre e furbyamente, fratello Andrea Giacomantonio.
 

 

lunedì 19 gennaio 2015

FURTO CON DESTREZZA

Codice penale: articolo 624    Furto
Chiunque s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 154 a euro 516.  “La destrezza rimanda al furto commesso con abilità e sveltezza, non necessariamente di carattere eccezionale, essendo dunque che l’agente abbia eluso l’attenzione della persona offesa per sottrargli le cose che ha indosso o comunque nella sua sfera di disponibilità, come nell'ipotesi tipica del cosiddetto borseggio” (cit).
Fatti risalenti al Giugno 2014.
L’accusata si recava nel negozio “Rosafuria”, sito in via tagliamento 5 Roma, con un capo d’abbigliamento a sua detta acquistato tempo prima proprio in quell'esercizio commerciale.
Aula del tribunale, gennaio 2015.
Giudice: “mi spieghi come si è accorta che il capo di abbigliamento era stato rubato dalla signora qui presente”.
Testimone e parte offesa (cioè io): “mi sono resa subito conto che la cosa non quadrava. Solitamente è nostro compito tagliare una parte del cartellino del capo in vendita non appena siamo alla cassa. È una cosa che facciamo per ovvie ragioni, se non abbiamo il cartoncino con il codice a barre è impossibile per noi fare la chiusura in serata, certo per distrazione è anche possibile che questa cosa non accada, cioè che qualcuno di noi dimentichi di tagliare il cartoncino al momento della vendita, ma è una cosa quasi impossibile.Comunque, quando la signora (che io conoscevo già, perché più volte in passato era entrata nel nostro negozio, senza per’altro acquistare mai nulla) è entrata dentro ed ha tirato fuori il pantalone dalla sua borsa (non da una nostra busta) ed ho visto il cartellino mi sono iniziati a venire dei dubbi. Poi mi è venuta vicino e mi ha chiesto se poteva cambiare quel capo con un altro capo d’abbigliamento perché quello in suo possesso era troppo piccolo. La cosa iniziava a puzzarmi non poco. Poiché non avevo in mano alcuna prova di un eventuale furto ho chiesto alla signora come mai avesse acquistato un pantalone di taglia 40 se lei chiaramente portava almeno una 46. Mi rispose che lo aveva preso per sua figlia ma che comunque non andava bene. Allora le chiesi se lo avesse comprato lei o sua figlia e lei mi rispose di averlo preso proprio lei in prima persona. Poiché per legge i cambi si possono effettuare solo in presenza di uno scontrino fiscale (cosa che non faccio quasi mai, poiché praticamente conosco quasi tutte le mie clienti) glielo chiesi, e sa cosa mi rispose la signora “ahhh, lo scontrino lo ha mia figlia che però ora è a Londra”. Ma come? Se il pantalone era stato acquistato da lei in prima persona come mai l’ipotetico scontrino era a Londra? A quel punto tutto mi fu chiaro, il pantalone lo aveva rubato e non contenta era pure venuto a cambiarlo. Non potendo fare null'altro, le dissi che il cambio non si poteva fare e per questo motivo andò via, col pantalone rubato ovviamente.”
Giudice “dopo quanto tempo l’accusata si è ripresentata al negozio?”
Io “proprio giovedì scorso, mi pare il 15.L’ho vista aprire la porta e scendere le scale. Come l’altra volta notai che la signora in questione era vestita molto bene, con i capelli a posto e che aveva un portamento classico borghese e ricordo di essermi chiesta se potevo essermi sbagliata sul fatto dei pantaloni, ma non sapendo che pensare, in quel momento ho incrociato lo sguardo del mio collaboratore Mattia e gli ho fatto cenno di tenere gli occhi aperti. Ricordo che la signora ha detto “buona sera, do un’occhiata, avete sempre delle cose così belle”. Io e Mattia la osservavamo con attenzione, poi ad un certo punto (devo ammettere che se fossi stata da sola non mi sarei accorta di nulla poiché seguivo altri clienti) Mattia le si avvicina, lei era accanto ad uno stand con dei vestiti e la vede chiaramente sfilare un abito da una stampella e infilarselo con discutibile destrezza sotto il cappotto.  L’abito era bello grosso, colorato, insomma difficilmente passa inosservato, nel frattempo con l’altra mano prendeva la stampella con un altro abito affinché potesse in qualche modo nascondere il magheggio che stava in quel momento facendo. Incredibile! Mattia le era di fronte, e incredulo ha pensato “ma lo sta facendo veramente?”. Poi dopo il pensiero, ecco la frase che ha pronunciato “signora cos'ha messo sotto il cappotto?” e lei (con aria trafelata e stupita) “mah, volevo provare questo vestito (quello sulla stampella) e anche questo (tirando fuori quello da sotto il cappotto), però mi sa che sono piccoli (poggia gli abiti sul tavolino) torno quando ho più tempo, arrivederci” e va via quasi correndo.Cosa potevamo fare, signor giudice? Potevamo accusarla di tentato furto? Dovevamo ricordarle che in passato ci aveva già rubato un pantalone e chissà cos'altro? Non abbiamo detto nulla, però l’abbiamo tutti e due guardata come si guarda un furfante, con sdegno e risentimento.La cosa che mi sento di dire con certezza è che se la rivedo un’altra volta dentro il negozio la prendo a calci in culo, posso signor giudice?”
Eva Kant in un’illustrazione di mio, sempre e furtivamente, fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 12 gennaio 2015

Una vita tranquilla

Finito il trambusto natalizio e finito il finto panico dei saldi, posso ritornare finalmente ad una vita tranquilla.
Il mio lunedì libero ma pieno, la mia scrivania in soggiorno perché nello studio non posso stare poiché fumo e questo infastidisce M, lavatrici da stendere (che poi si dice così ma l’immagine di una lavatrice stesa su un filo è alquanto improbabile), panni da stirare e spesa fatta in mattinata con tanto di menù settimanale scritto nella mente, insomma eccomi qui.
Pare che Natale sia stato 3 mesi fa, mi sembra che ero a Maratea un’infinità di tempo addietro, quando faceva un freddo becco e più fuori scendeva la temperatura più quel folle di mio padre aumentava quella dentro casa, un giorno siamo arrivati a meno uno fuori e più ventuno dentro, sembrava di stare in Jamaica.
E poi sono successe così tante cose nel mondo nelle ultime due settimane che mi sembra che il tempo abbia accelerato il suo corso.
Anche nel mio piccolo mondo sono successe un sacco di cose e il mio compito, cari amici, è quello di raccontarvele ma senza alcuna cronologia, le racconto a caso.
ARTE PIROTECNICA
A casa mia è tradizione spararci la posa l’ultimo dell’anno con grandi fuochi pirotecnici. Mio padre e mia sorella sono due psicopatici e ci tengono molto alla riuscita dello spettacolo. Quest’anno però il vento forte non ha aiutato e per questo motivo lo show è durato meno del previsto. Nonostante tutto (in piena sicurezza) abbiamo fatto la nostra porca figura, anche se i fuochi venivano sballottati a destra e a manca da forti raffiche di vento, le candele romane invece di puntare verso l’alto andavano in orizzontale e qualche petardo ha tentato furtivamente di schiantarsi sul tetto di mia zia che abita sotto casa mia. I bambini hanno sparato le botte a muro, mio padre ha fatto esplodere la sua tanto amata “bomba di Maradona” e mia sorella ha rotto le palle a tutti con una ventina di raudi. Finito tutto (che è durato una decina di minuti) abbiamo visto per la prima volta tutti i fuochi sparati nel golfo di Policastro, gli altri anni eravamo così presi dai nostri fuochi che non avevamo il tempo di vedere altro. Così siamo rimasti tutti imbambolati a vedere quello spettacolo mozzafiato: il golfo illuminato a giorno da mille luci colorate.
IL MAGO
Giocavo con mio nipote numero due con i gadget per fare il mago perché per natale qualcuno gli ha regalato una scatola della magia. Io era la sua assistente e lui come nome d’arte aveva scelto “mago Pippo”. Il primo numero consisteva nello sciogliere con destrezza le sue manine da una corda annodata. Anche il secondo numero era questo e pure il terzo, poi gli ho chiesto “mago Pippo, che numero vogliamo fare adesso?” e lui mi ha risposto “sei”. Poiché non avevo capito, abbiamo continuato col solito numero delle mani legate. Poi gli ho richiesto “mago Pippo ora vogliamo cambiare numero?” e lui mi ha detto “no, sempre il sei, come prima”. Quindi ho capito, il mago Pippo non aveva idea che per “numero” io intendessi “performance”, io gli avevo chiesto un numero e lui me lo aveva detto, il 6.
LO SCONTO
Pochi giorni fa al negozio una signora ha preso un block notes in vendita ed ha detto “ma quando finiscono i fogli si può ricaricare?”
“beh no, quando è finito è finito”
“quanto costa?”
“3 euro”
“anche questo è in saldo”
“no, solo l’abbigliamento è in saldo”
“ma me lo fa lo sconto?”
“signora, costa 3 euro, faccio prima a regalarlo”(la frase era palesemente ironica).
“allora me lo regala?”
Per fortuna non sono una persona violenta.
QUEL CHE RESTA DEL SUSHI
La settimana scorsa non so quale entità ultraterrena giapponese mi ha suggerito di fare il sushi.
Ho seguito la ricetta pedissequamente, ho scaldato tutte le verdure, ho tagliuzzato geometricamente tutti gli ingredienti, ho preparato il riso, l’ho fatto raffreddare, avevo la salsa di soia per tuffarci dentro i futuri rotolini di altissima ingegneria culinaria, avevo anche preso un avocado, la mattina avevo girato 3 supermercati per trovare le uova di lompo per le decorazioni, insomma tra preparazione e tutto il resto ho impiegato forse due ore. Quando è giunto il momento dell’assemblaggio, tutto è andato a farsi fottere. Il riso non si teneva insieme né per dio né per i santi. Inutile, più tentavo di dargli forma più quello si sgretolava fra le mani, ho passato un’ oretta buona a cercare di dare un senso a tutto quel fottutissimo riso. Poi è arrivato pure M, che già mi guardava male perché sapeva che da un momento all'altro avrei buttato tutto all'aria. Ci ha provato anche lui con la sua serafica calma del cacchio e più lui era disteso e tranquillo più io mi mettevo nervosa. Ovviamente manco lui ci è riuscito e s’è pure un poco alterato, ma poco. Alla fine indovinate un po’ cos'è diventato il nostro sushi? Fosse stato per me sarebbe diventato monnezza, invece abbiamo preso tutti gli ingredienti li abbiamo mischiati, abbiamo aggiunto del parmigiano ed è andato dritto nel forno. Riso al forno al sentore di sushi.
Non ci proverò mai più, io il sushi me lo vado a mangiare dal giapponese, come ho sempre fatto.


 Titolo dell’opera di mio, sempre e puntualmente, fratello Andrea Giacomantonio “ tuffo susci-tato”.