lunedì 21 dicembre 2015

La valigia di Marsellus Wallace

Un mio amico l’altro giorno mi ha chiamata e mi ha detto che in questi giorni sarebbe passata a negozio una persona a ritirare una cosa che egli aveva messo in vendita su e-bay.
Questa cosa me l’aveva lasciata a negozio tempo prima. Volete sapere cosa era questa cosa? Non ve lo dico, ma non perché sia una cosa che non si può dire, non è nulla di illegale, però resterà un mistero, un po’ come il contenuto della valigetta di Marsellus Wallace in Pulp Fiction.
Qualche mattina fa sono arrivata a negozio proprio alle 10 del mattino, ero sola, contenta, rilassata, pensierosa, distratta, insomma non è che fossi proprio lucida, mi mancava ancora il caffè.
Non appena infilo le chiavi nella toppa sento dietro di me qualcuno che mi chiama “ILARIA”. Mi volto e mi trovo davanti un uomo anzi un omone.
Molto alto, grosso ma non grasso, pelato, con dei lineamenti piuttosto marcati, il nasone, la bocca grossa e carnosa, occhi grandi, orecchie grosse, sembrava gonfio. Indossava una tuta mimetica dell’esercito, una tuta mimetica color sabbia come quella che si usa nei posti desertici.
Io l’ho guardato e tra un pensiero e l’altro ho deciso che forse avevo avuto un’allucinazione uditiva e che sicuramente non aveva detto il mio nome.
Lui incrocia il mio sguardo e dice ancora “ILARIA”. Ma chi cazzo era? E cosa voleva un militare da me? Se poi era veramente un militare, io mica so riconoscere una tuta mimetica civile da una militare vera, le tute militari le trovi pure sulle bancarelle. Mi sembrava uno di quei tipi esaltati e un po’ troppo gasati sia per essere un civile che per essere un militare.
Dopo che il signore aveva pronunciato il mio nome per la seconda volta mi sono decisa a rispondere. “Si sono io, che è successo? Cosa devo fare?”
Io quando mi trovo a parlare con una forza dell’ordine vado subito nel pallone e mi viene sempre in mente una cosa che lessi tanto tempo fa in un romanzo di Scerbanenco, credo che fosse Venere privata, più o meno diceva che tutti gli italiani quando hanno a che fare con le forze dell’ordine si sentono in difetto, è tipo una cosa nella nostra mappa genetica, un riflesso incondizionato. Ad ogni modo essendo io un’italiana media ho avuto questa reazione.
Lui mi ha guardata in modo strano, forse però era il suo sguardo normale, però a me sembrava strano, truce, torvo, sfottente, e poi mi parla. Mi accorgo a quel punto che parlava pure in modo strambo, con un forte accento partenopeo, con una voce un po’ troppo squillante per la sua mole fisica e poi era anche vagamente effeminata, un insieme molto dissonante. “Ciao, sono venuto a ritirare quella cosa che ho comprato su e-bay, ce l’hai, sta qua?” Con tutta sincerità il tipo non mi sembrava troppo normale, era un mix di sergente palla di lardo, di Annie Wilkes di Misery non deve morire, di Marlon Brando in Apocalypse now.
Ok, mi sono detta, è venuto per quella cosa, nulla di preoccupante, (a dir la verità me lo sono detto per convincermi) la situazione era stravagante lo ammetto.
Gli dico di seguirmi all'interno del negozio, un una volta dentro ho pensato “e se mo sto pazzo mi mena? Se mi si butta addosso? Per quanto è grosso questo mi uccide, madonna santa e come faccio?”
Vista la situazione opto quindi per un atteggiamento gentile e colloquiale. “Ecco la cosa che sei venuto a ritirare, va bene?”
Lui la afferra, la rigira tra le mani e mi dice “mmmhhh, non è esattamente come mi aspettavo, manca qualche pezzo…non dovrei darti tutti i soldi stabiliti...mmmhhh”.  In quel momento ho pensato “appena vedo il mio amico che mi ha messo in questa situazione gli spacco la faccia, poi se continua a dire che la cosa non va bene che faccio? Gli do ragione? Ritratto sul prezzo? Dico che allora non se ne fa niente? E se s’incazza? Che situazione di merda!”
Dopo pochi secondi, sempre con quell'espressione un po’ violenta e dice “vabbè dai, prendi i soldi, va bene così”

Lo riaccompagno alla porta, mi chiudo a chiave dentro, mi asciugo dalla fronte il sudore freddo, tiro un sospiro di sollievo e credetemi, mi sono sentita esattamente come la protagonista di un film thriller di serie B, la classica donna che ha appena sfiorato la tragedia, che poggia la schiena al muro, si lascia scivolare sul pavimento e posa la testa sulle ginocchia ed inizia a singhiozzare. Ovviamente quest’ultima parte l’ho solo immaginata!

lunedì 14 dicembre 2015

OGGI NO :(

Qualcuno cantava "tieni il tempo con le gambe e con le mani" io non lo tengo il tempo, né con le gambe né con le mani e nemmeno ce l'ho per scrivere il sempre di lunedì. il natale è bello, se non mi uccide lo è ancor di più.

lunedì 7 dicembre 2015

Non sono una signora!

Oggi lavoro però a pausa pranzo ho chiuso e sono andata al volo a fare un po’ di spesa.
Dopo aver preso un po’ di cose per la settimana mi è venuto il solito dubbio su cosa fare per cena stasera. Ho gironzolato un po’ fra gli scaffali e poi mi sono fermata al banco del pesce ed ho dato un’occhiata a quello che c’era. La spigola l’avevo già mangiata sabato, il salmone fresco non mi piace, il merluzzetto spinato mi fa veramente tristezza, per cui ho optato per dei bei calamari. Come avrei potuto mai cucinare dei calamari? Ovviamente esiste un solo modo per fare dei calamari ad altissimo livello ed è quello “alla Vincenzo” e non temete non scriverò qui la ricetta, direi che di blog di cucina ce ne sono fin troppi.
Appena mi avvicino al banco il pescivendolo mi dice “salve signora, come posso aiutarla?”
Madonna mia, quando mi chiamano signora mi viene una cosa che non so ben definire, una sorta di tristezza mista ad angoscia, non sono pronta ancora ad essere chiamata signora, non ce la faccio.
“Allora, signora, prende i calamari?”
E continuava, porca miseria. Cosa avevo di tanto strano? Forse il mio nuovo taglio di capelli (un caschetto)? Forse era per via del rossetto? Forse la collana? Forse ho un piglio troppo deciso? Forse non ho più 23 anni ed è palese che ne ho 35 tondi tondi? Non ho 23 anni, questa cosa mi fa impazzire, non so se supererò mai questo shock.
“I calamari signora sono freschissimi, come li vuole cucinare?”
Forse era meglio se mi chiamava “stronza” anziché “signora”, l’avrei presa meglio.
“Credo di volerli fare imbottiti”
“Eh signora mia, ma è una ricetta complicata”
Che dovevo fare, gli dovevo dare due paccheri in pieno volto?  Ma tu guarda la miseria!
Comunque dopo una quindicina di “signora” e altre dubbiosità circa le mie capacità culinarie mi sono decisa a chiamare mio padre affinché mi desse la ricetta giusta e soprattutto i giusti ingredienti. Ho preso in mano il cellulare ed ho mandato un messaggio vocale a papà. Allora il giovane pescivendolo mi dice “Ah signora, suo padre deve essere un tipo moderno per saper usare wathsup”. Allora io dico “In che senso moderno” “Beh immagino che sia…mmmhhh.., grande di età, non tutti lo sanno usare il cellulare ad una certa età!”
Ok, mi sono detta, posso passare sul “signora”, posso passare sul fatto che creda che io non sappia cucinare, posso passare sopra tutto, ma mai e poi mai sul fatto che questo ragazzo pensi che mio padre sia un vecchio rincoglionito, quindi ho risposto “guarda che mio padre è giovane, ha 68 anni!”
“Ah, vabbè signò, mio padre ce n’ha 48”
Ma che era una gara a chi aveva il padre più giovane?
Mi dovevo vendicare. “Senti ma li pulisci i calamari, vero?”
“E certo signò, come li vuole?”
“Li voglio pulitissimi, mi devi togliere pure la pelle, pulire i tentacoli, svuotarli per bene e togliere tutte le tracce di inchiostro!”
Dopo una decina di minuti i calamari erano puliti, mi sono recata alla cassa, ho pagato e sono andata a casa a posare la spesa e a imbottire i calamari.
E mentre imbottivo pensavo, pensavo al fatto che per un ragazzo di venti anni io sono una signora, che la cosa effettivamente non è errata, che è una realtà, che da tanti anni ho una casa mia, ho un lavoro, un compagno, conduco una vita come qualsiasi altro adulto o quasi al mondo.
E più rimuginavo e più imbottivo dimenticando così i preziosi consigli di mio padre “mi raccomando non li riempire troppo altrimenti poi si rompono” e così è stato. Una volta messi a cucinare tre dei sette calamari non hanno retto al ripieno ed hanno ceduto.
“E che cazzo” e poi anche “ma porca di quella troia” ho urlato con tutto il fiato che avevo in corpo, proprio come avrebbe fatto una vera signora.
Questa foto prova che sono in negozio, sorridente. 



lunedì 30 novembre 2015

Rinascerò celenterato

Da marzo di quest’anno ho una macchina, una Micra, molto bellina, l’ho chiamata Kimberly come la sorella di Arnold del telefilm “il mio amico Arnold” che però in realtà il titolo originale in inglese è “different strokes” che tradotto letteralmente sarebbe “gusti diversi” e come al solito il titolo originale con quello italiano non ci azzecca niente.
 Ho scelto il nome Kimberly perché ho sempre avuto una grande passione per tutti coloro che non hanno minimamente saputo gestire il loro successo poiché troppo giovani e ingenui. L’attrice che impersonava Kimberly (Dana Plato) infatti morì appena trentacinquenne a causa di un overdose, purtroppo dopo la serie televisiva che durò 8 anni la povera Kimberly (Dana Plato) ebbe una vita tremenda. E così la mia prima macchinina si chiama Kimberly in onore di Dana Plato, ennesima vittima dello showbiz  e da marzo credo di averla guidata forse 3 volte.
In realtà la macchina serve molto più a M che a me, anzi con tutta sincerità a me non serve proprio, io ho il MOTORINO, lo scrivo tutto in maiuscolo per dargli tutta l’importanza che merita, e con lui posso fare tutto ciò che mi va. Prima di tutto il negozio dista da casa 4 chilometri quindi in 10 minuti sono a lavoro e poi perché nel quartiere dove sta il negozio non trovi un parcheggio manco se fai un patto col diavolo e gli dai 20 anni della tua vita e pure un mezzo litro di sangue.
Non guido Kimberly nemmeno quelle poche volte che la usiamo insieme io ed M, lui dice che guido come una paesana, che guido a Roma esattamente come guido a Maratea e dice che faccio cose pericolose e che non mi rendo conto di questo e non mi rendo conto di quello e guarda qua e guarda là, metti la freccia, non puoi fare inversione a U come e quando ti pare e così via. Che palle.
La mia secondo me è una guida soft-sportiva.
Comunque andare sempre in motorino questi ultimi 20 anni non ha giovato particolarmente alla mia schiena, con tutte le buche che ci sono nelle strade di questa cazzo di città credo di essermi rimpicciolita di almeno 3 centimetri, se continuo a prendere botte alla schiena di questo passo diventerò un invertebrato. Martedì sono pure andata a farmi dare un’occhiata dal mio amico Bruno il quale mi ha detto che tutta l’infiammazione che ho è dovuta a dei muscoli che si chiamano psoas, ho gli psoas molto contratti e quando me li ha premuti ho visto le stelle. Mi ha premuto anche delle zone del mio corpo che credevo non avessero vita e subito dopo la seduta non solo non ero morta di dolore ma mi sentivo pure leggerissima e sana come un pesce. In una mia proiezione totalmente allucinata mi sono sentita come Ken il Guerriero che va a farsi fare la revisione alle 7 stelle di Hokuto.
In poche parole fino a lunedì non avevo mai sentito parlare di psoas e con tutta sincerità li avrei continuati ad ignorare. Maledetti psoas, anche detti muscoli dell’anima, da me ribattezzati muscoli dei mortacci loro.
Ho passato una settimana tra alti e bassi fino poi ad arrivare a sabato, ad M non serviva la macchina per cui ho deciso di dar pace alla mia schiena e di andare a lavoro con Kimberly. Il sabato il parcheggio si trova e non ci sono nemmeno i vigili a rompere le palle, così ho parcheggiato nelle strisce blu e mi sono detta “non lo metto il grattino, tanto qua il sabato mattina non c’è nessuno”.
Alle due, quando ho chiuso per la pausa pranzo e sono andata a prendere la macchina indovinate un po’ cosa ho trovato? La multa. In questi nove mesi ho usato la macchina praticamente mai e una volta, una sola volta che decido di usarla per il mio bene ecco che ho dovuto sborsare 30 euro di multa. A chi devo dare la colpa di tutto ciò? Con chi devo prendermela? Chi è l’artefice di questa seppur piccola sfortuna? Forse l’errore è stato mio che avrei dovuto comunque mettere il grattino? Oh, no, non direi proprio, la colpa di tutto ciò è solo e soltanto loro, di quei fottutissimi muscoli psoas. Spero nella prossima vita di rinascere celenterato, nella fattispecie una Caravella Portoghese, una massa molliccia e mortalmente velenosa.  

Una Physalia physalis dal "Grande Libro Delle Meduse" di mio, sempre e comunque, fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 23 novembre 2015

La chiappa destra

Oggi non posso scrivere il sempre di lunedì poiché soffro molto. Ho il nervo sciatico in fiamme e non riesco a non pensare che alla mia chiappa destra. Molto probabilmente nella mia carissima chiappa destra in questo momento è conficcata una lama acuminata e appena mi muovo la lama scava un po' più dentro fino a lacerarmi l'anima. A causa di questa disavventura non solo non potrò scrivere il sempre di lunedì ma non potrò nemmeno andare a giocare a tennis, a scherma, a pallavolo, a fare 45 vasche in piscina, a lanciarmi col deltaplano e non potrò nemmeno andare a fare windsurf, questi sono tutti gli sport che faccio il lunedì dopo aver scritto il sempredilunedì.

lunedì 16 novembre 2015

LA GRANDE MADRE RUSSIA

Sabato sera siamo stati a cena al ristorante russo e sappiate sin da ora che quanto scriverò non sarà una recensione al ristorante, per quello c’è già quella gran rottura di palle di tripadvisor, diciamo pure che sarà una disquisizione in termini puramente colloquiali, il resoconto di un momento piuttosto improbabile.
La scelta del russo è venuta da una mia riflessione critica per quanto riguarda i ristoranti italiani. Non ho più voglia di andare a mangiare in un posto, anche il migliore sia ben inteso, dove la stessa pietanza con un minimo di impegno posso cucinarla anche io e poi con tutta sincerità i miei standard nel tempo sono diventati altissimi per cui ogni volta che vado a mangiare in un ristorante italiano ci resto male e mi pento di aver speso quei soldi. Ovviamente nei ristoranti italiani non è inclusa la pizzeria perché la pizza non la so fare e se pure mi impegnassi moltissimo non avrei comunque un forno a legna, infatti una pizza non cotta nel forno a legna non può nemmeno chiamarsi pizza.
Dunque, da queste riflessioni è nata la mia voglia di sperimentare cucine nuove e abitando a Roma ho molte più probabilità di trovare cucine alternative rispetto a molte altre città italiane.
Con la cucina cinese e giapponese ho già dato, ora voglio proprio cercare altrove, voglio provare altro. Il nostro tour gastronomico è iniziato quindi col ristorante russo.
Il ristornate russo che abbiamo trovato è veramente assurdo.
Praticamente un garage adibito a bar ristorante nel quale una volta entrati si perde totalmente la classica cognizione spazio-temporale. Ci sembrava di aver fatto un salto nel passato e la mia sensazione è stata quella di trovarmi incredibilmente nel 1988 poco prima della caduta del muro di Berlino. Il ristorante era un corridoio lungo e stretto con le pareti dipinte di rosa salmone e su di esse vi erano appesi grandi specchi, i tavoli erano per la maggior parte tondi e sia i tavoli sia le sedie erano rivestiti da un broccato acrilico lucido color perla. Ad una estremità del corridoio vi erano le cucine, all’altra estremità vi era la sala da ballo di colore azzurro cielo dove, udite udite, il sabato sera fanno sia discoteca che Karaoke, ovviamente in russo. La serata è iniziata subito col saluto del cantante. Il cantante, non trovo le parole per descrivere il cantante. Era un uomo sulla cinquantina che assomigliava uguale spiccicato a Sandy Marton, portava una camicia nera elasticizzata con pailettes applicate qua e là e credo che in testa avesse tipo un tupè, mentre cantava faceva qualche passo di danza, ma non che ballasse proprio, si atteggiava, faceva il piacione.
Oltre al cantante russo, i camerieri russi e ai cuochi russi ovviamente c’erano pure i clienti russi. C’era un tavolo con uomini e donne e le donne sembravano tante giovani Cindy Louper. Coi capelli cotonati, truccatissime, con certi tacchi che non portano manco le drag queen e ballavano e cantavano e bevevano come se non ci fosse stato un domani.
Non abbiamo mangiato un gran che, c’era un sacco di gente e in cucina si sono incasinati, però non importa perché la serata è stata troppo divertente e poi in vita mia non avevo mai cenato bevendo la vodka, anzi credo proprio di non aver mai bevuto vodka vera e propria ed ho scoperto essere una bevanda buonissima. La vodka era una vodka ucraina di betulla, di una leggerezza e una freschezza che non vi dico, ti accorgi di averla bevuta solo quando ti alzi dal tavolo, se riesci ad alzarti ovviamente.
L’acme della serata lo abbiamo raggiunto quando Sandy Marton  ha cantato in russo Mamma Maria dei ricchi e poveri, un brivido lungo la schiena, un’emozione fortissima. Ma chi me lo doveva dire che avrei ascoltato la versione russa di Mamma Maria mentre mangiavo il manzo alla Stroganoff , i khinkali georgiani e il borsh russo?
Quando sono uscita dal ristornate pensavo di trovare in strada Fiat Uno oppure qualche Ritmo, di vedere scorazzare in giro qualche ragazzo senza casco a cavallo del suo Ciao, di vedere qualche manifesto della DC o del PCI, o di sentire uscire dalla macchina di qualche truzzo le note di “Più ci penso e più mi viene voglia di lei” di Gianni Bella, invece ero nuovamente nel 2015.
 In questo scatto di Magda ci siamo io, M e Alfredo e lo abbiamo dedicato al mio papà Vincenzo.

 

lunedì 9 novembre 2015

Che dir si voglia

 
Nel paese di Chedirsivoglia abita una donna giovane e sempre indaffarata. Ella lavorava tanto e tutti i giorni tranne il giorno del Signore quindi la domenica, che dir si voglia, e il lunedì. La domenica il più delle volte con tutta sincerità la giovane donna non si occupa di nient’altro che del nulla più assoluto, mentre il lunedì incredibilmente tutto ciò che v’è da fare lei lo fa e fa così tanto che alla fine della giornata  è più stanca di una qualsiasi giornata di lavoro vero e proprio.
Chedirsivolgia è un paese piccolissimo, è composto da due stanze, un bagno, un soggiorno, una cucina ed un terrazzino, però è assai bello, o meglio per chi ci abita è proprio un bel posto.
Gli unici due abitanti di Chedirsivoglia sono la giovane donna sempre indaffarata e un uomo che per una serie di motivi che non sto qui a spiegare, chiameremo semplicemente M.
Agli unici due abitanti del paese capitano spesso un sacco di cose bizzarre, o meglio più che bizzarre direi forse pericolose. Non molto tempo fa per esempio, il giorno in cui decisero di cambiare sofà o divano, che dir si voglia, i due ebbero un’idea a dir poco folgorante. Decisero di comune accordo di sfasciare il vecchio divano, di separare il ferro dal legno e poi di gettare il ferro e di bruciare il legno. Si, avete capito, decisero di bruciare il legno del divano nel loro piccolo camino.
L’unica cosa che non avevano calcolato i due ignari abitanti di Chedirsivoglia fu che il legno del divano era vecchio di almeno 40 anni e che una volta avvolto dalle fiamme sarebbe svampato come paglia o fieno, che dir si voglia.
Infatti così fu, in un attimo le fiamme iniziarono ad uscire furiose fuori dal caminetto, il legno ardeva così forte che sembrava la fiamma di partenza di un razzo, poi non si sa come i due iniziarono a sentire rumori sinistri che provenivano dall'interno della canna fumaria. “STROK TRUK CRACK” il camino stava cedendo! La giovane donna prese di corsa la pompa dell’acqua e iniziò a spegnere il fuoco. Una volta spento il fuoco ecco lo scenario di guerra: la casa piena di un fumo nero e colloso, tutto allagato, cenere e carbone ovunque, le mura annerite e pezzi di divano inceneriti, il camino però intatto, qualche crepa sulla canna fumaria ma tutto sommato poteva andare peggio.
Poteva andare peggio, le ultime parole famose.
Il peggio a Chedirsivoglia mi sa che l’hanno vissuto ieri, quando la giovane donna, M e un tizio loro parente, insieme hanno deciso di cambiare il mobiletto sotto il lavabo della cucina. L’operazione doveva durare al massimo un’ora e mezzo, ma com'è d’uopo le cose non vanno mai come dovrebbero.
Infatti una volta smontato il mobiletto ecco che un sacco di rogne o fastidi o anche problemi, che dir si voglia, hanno iniziato a presentarsi:  “salve io sono il centimetro che manca a quella tavola” “ciao, io sono il bullone che non s’avvita” “eccoci, noi siamo i nuovi piedini, ma siamo più corti di quelli vecchi, mi sa che non andiamo bene” e così via.
Giunti però al problema dei piedini i due uomini decisero di andare insieme dal ferramenta per prenderne dei nuovi e di lasciare la giovane donna a casa. Nemmeno 10 minuti dopo la giovane donna sente un tonfo inquietante provenire dalla cucina, si affaccia impaurita e cosa trova? Il lavabo crollato al suolo che a quanto pare non era mai stato fissato al muro e che si manteneva in piedi solo con un po' di silicone e al mobiletto sottostante. I tubi dell’acqua s’erano staccati, il sifone disintegrato e c’era acqua che zampillava ovunque. Alla giovane donna venne la febbre (forse per l’incazzatura), si chiuse in camera e ne uscì solo alle dieci di sera, quando i due uomini avevano sistemato tutto, coadiuvati ovviamente da una massiccia dose di male parole, parolacce o volgarità, che dir si voglia.
Poiché come dicevo all'inizio di questa novella, il lunedì è il giorno in cui la giovane donna fa di tutto e di più, non poteva mancare ovviamente anche di dover pulire tutto il disastro che i due uomini avevano lasciato il giorno prima, poiché come tutte sapete, è vero che gli uomini ti aggiustano tutto, ma poi chissà perché ti devono lasciare casa come se fosse passato un tornado, un tifone o un uragano, che dir si voglia.
    Ecco il paese di Chedirsivoglia visto da fuori, lo immagina così mio fratello Andrea Gicofandonio. 

 

lunedì 26 ottobre 2015

IN VINO (E AFFINI) VERITAS

Due sono le cose che l’essere umano ha creato per vivere questa vita al meglio. Due sono i perni attorno ai quali gira la vita di tutte le popolazioni della terra. Due sono le cose senza le quali la storia dell’uomo avrebbe lacune pericolosissime. Queste due realtà sono fondamentali ed essenziali, sono due cose che ci aiutano a sopportare la pesantezza della vita, che ci sostengono nei momenti difficili, che ci supportano qualora ce ne fosse bisogno.
Una è la religione, l’altra è l’alcool.
Non parlerò di religione, non preoccupatevi, non ho le competenze giuste e nemmeno m’interessa, quello che vorrei fare oggi è farvi capire in che modo l’uomo abbia creato l’alcolico personalizzato  utilizzando le materie prime della propria regione. La caratteristica dell’essere umano è che ha cercato nei secoli di distillare qualsiasi cosa pur di avere il proprio momento di obnubilazione, di allegrezza e di stordimento.
Inizierei dal vino. In ogni regione del pianeta terra dove è presente l’uva si produce del vino.
In Italia ovviamente, in Francia, in Spagna, in Argentina e così via.
I sottoprodotti del vino (ovvero liquori o distillati che nascono dal vino) sono tantissimi, per esempio il Brandy, il Marsala, lo Sherry, il Porto la Madeira,  il Cognac e ovviamente la Grappa.   
GIN- nasce in Olanda e poi approda in Inghilterra, è distillato di bacche di ginepro, da qui il nome gin.
RUM- prende vita grazie agli schiavi nei Caraibi i quali facevano fermentare la melassa dello zucchero di canna. Il RUM è fatto di zucchero di canna perché nei Caraibi si coltivava appunto la canna da zucchero.
VODKA- i russi nelle loro sconfinate terre fredde e ghiacciate hanno fatto loro la coltivazione delle patate, perché non farla diventare anche una bomba alcolica. La vodka è fatta di patate.
TEQUILA- cosa abbonda nei deserti messicani? Forse le fragole? Forse le pesche? No, né l’una né l’altra. L’agave, il Messico è pieno di agavi. La tequila si fa col frutto dell’agave.
SAKE’- siamo in Giappone, terra del riso e del sushi. Per fortuna i giapponesi non hanno pensato di distillare il pesce ma il riso.
WHISKY- Scozia e Irlanda hanno da sempre abbondato nella coltivazione dell’orzo, perché non conservarlo in botti di legno con dell’acqua per vedere cose succedeva? Ecco che s’inventano il whisky.
CALVADOS- famosissimo per quanto mi riguarda perché il liquore preferito dall'investigatore Marco Buratti alias “L’alligatore” dello scrittore Massimo Carlotto. Il Calvados è un distillato di mele.
CURACAO- un distillato di origine olandese fatto con alcool e bucce di arancia.
VOV- Per me una schifezza incredibile. A chi cavolo è venuta l’idea di far macerare il bianco dell’uovo nell’alcool?  
ASSENZIO- un distillato fortissimo di erbe, fiori e in massima parte di foglie di assenzio. Il colorito è di un bel verde vivace, i poeti francesi del decadentismo lo soprannominarono “la fée verte”, ovvero la fata verde.
MAOTAI- il liquore cinese più famoso al mondo, il Maotai è un distillato di sagina. E pensare che noi la sagina la usiamo per fare le scope.
AIVEN- pensate che nelle steppe asiatiche dove dalla terra non nasce nulla hanno avuto la geniale idea di far fermentare il latte, non pensando minimamente né allo yogurt né alla ricotta, ma ad un alcolico.
L’illustrazione dal titolo “fata verde ubriaca” è di mio, sempre e comunque, fratello Andrea Giacofandonio.
 
 

 

lunedì 19 ottobre 2015

Anomalie geometriche

Lo ammetto, la cosa che più mi stressa del mio variegato lavoro sono i paralumi.
Tutti i giorni mi occupo di una serie di cose: la scelta dell’oggettistica, i campionari dell’abbigliamento, la vendita, i rapporti con i clienti, i rapporti con i fornitori, tutte cose molto interessanti e stimolanti.
Ma l’ordine dei paralumi è una cosa che i fa diventare matta. Ora vi spiego un po’ come funziona.
In negozio ho una serie di paralumi che fungono da campionario, poi ho delle mazzette di stoffe di varie fatture e colori, ho un metro da sarta, un quaderno a quadretti e basta. La gente arriva in negozio e mi chiede di fare un paralume su misura, io gli mostro il campionario e chiedo se una di quelle forme che sono già in mio possesso può fare al caso loro, il più delle volte però le misure dei paralumi che ho non vanno bene, per cui armata di metro e matita cerco di far capire al cliente come potrebbe venire il futuro paralume. Insieme scegliamo il diametro inferiore, l’altezza e il diametro superiore, poi scegliamo la stoffa e infine chiamo l’artigiano e gli detto le misure, così dopo qualche giorno arriva il paralume ordinato. Sembra semplice e in realtà lo sarebbe se tutti quelli che vogliono un paralume su misura non fossero dei malati di mente. Tutti, sono tutti degli psicopatici in cerca dell’agnello sacrificale e quell'agnello sono io. Sembra che tutti quelli che vengono da me non hanno ancora trovato uno scopo nella vita e che improvvisamente vedendomi lì si rendano conto che lo scopo c’è, è sempre stato sotto i loro occhi, il loro scopo nella vita è avere un paralume perfetto e in più rompere le palle a me.
Il mio amato M. quando torno a casa la sera stressata e incazzata come poche cose al mondo a causa di un cliente e del suo paralume, incerto e stupito mi chiede “ma veramente al mondo c’è chi si fa fare i paralumi su misura?” e amaramente devo ammettere che sì, c’è chi vuole un paralume su misura e che disgraziatamente io sono su questa terra anche per questo motivo.
Senza altri preamboli vi racconto cosa mi è successo martedì scorso.
Entra in negozio un signore distinto e non troppo giovane, direi un settantenne e con sé portava anche la sua lampada. Mi dice allora di non voler un classico paralume, un tronco di cono per intenderci, bensì un parallelepipedo. Ok, rispondo, si può fare, avendo portato anche la base potevo di certo fare un lavoro migliore, per le proporzioni e così via. Gli chiedo allora se il parallelepipedo lo voleva quadrato o rettangolare e lui mi risponde di volerlo a punta. Ecco qua, già iniziavo a sudare freddo. Un parallelepipedo a punta, dio mio. Dopo una serie di domande e una serie di disegnini approssimativi giungo alla conclusione che il signore intendeva una piramide tronca.Detto ciò gli chiedo quanto grande doveva essere il paralume. Ho preso il metro e gli ho chiesto quanto lungo doveva essere il lato, lui di botto mi dice “almeno 60 cm”. Io lo guardo scettica e gli dico che con un lato da 60 cm verrebbe una cosa enorme e che la lampada era troppo piccola per un paralume così grande. Poiché palesemente non riusciva ad immaginare la figura tridimensionalmente gli dico di considerare la diagonale, peggio che andar di notte, manco avessi detto di recitare un endecasillabo falecio. “Mmhhh” mi dice lui con sguardo indagatore, “e quanto sarebbe lunga questa diagonale”, io rispondo “molto più del lato ovviamente”, poi disperata continuo “non me lo ricordo come si calcola la diagonale però col mio metodo empirico posso saperlo subito”. Libero il tavolo da lavoro, disegno a matita proprio sul tavolo un quadrato da 60 cm e poi col metro prendo la misura da un angolo all'altro, circa 80 cm. “Troppo grande” mi dice il signore. Quindi si prende il quaderno, mi chiede una squadretta, prende una matita e inizia a fare una cosa assolutamente senza senso. Disegnava la piramide tronca senza attenersi né ai centimetri della squadretta né tanto meno ai quadratini del foglio. Vedendolo in quello stato confusionale gli dico “le do un’idea, faccia finta che ogni quadratino corrisponda ad un centimetro, così farà un disegno in scala, certo dovrà usare l’immaginazione ma è la cosa più logica che in questo momento mi viene in mente”. Mi guarda con una faccia strana e mi dice “già, ha ragione”. Dopo un’ora, fra disegnini, misure, parole inutili, chiacchiere al vento e varie follie geometriche, il signore partorisce il progetto. Al momento di andare via gli chiedo un acconto e il numero di telefono, lui mi dà 20 euro e il suo bigliettino da visita. Leggo incuriosita di cosa si occupasse quest’uomo affetto da evidente disordine mentale e indovinate un po’, l’uomo era un ARCHITETTO.
In quel momento avrei voluto trafiggerlo con la squadretta, strozzarlo col metro, dargli così tante mazzate da farlo diventare una sfera. Invece no, mi sono limitata ad immaginarlo piegato sul suo tecnigrafo intento a disegnare l’improbabile progetto per una cucina ikea, mentre alle sue spalle Pitagora cercava di sgozzarlo con un goniometro.
  Ecco una cucina IKEAND di mio, sempre e comunque, fratello Andrea Giacomantonio.                                                                                     
 

 

lunedì 12 ottobre 2015

E-BOOK O NON E-BOOK?

Ormai la maggior parte di libri che leggo li leggo sul mio e-book.
L’e-book è per me un’invenzione fantastica, un aggeggio meraviglioso, un passo incredibile  verso l’ottimizzazione e la conoscenza. L’e-book per quanto riguarda utilità e semplificazione della vita sta sullo stesso piano della lavatrice e dell’aspirapolvere.
I libri on-line costano meno che i libri di carta, occupano decisamente meno spazio e tra l’altro non inquinano. I grandi classici puoi scaricarli gratis e se ti appassioni ad un autore puoi facilmente trovare tutti i suoi scritti in un minuto. Puoi farti passare un libro da un tuo amico e non devi ricordarti di restituirglielo, se mentre leggi ti capita di incappare in una parola di cui non conosci il significato puoi tenerci il dito premuto sopra (sulla parola) e come d’incanto Devoto e Oli te la spiegano e se vai in vacanza puoi portare con te tutti i libri che vuoi. La durata minima della batteria di un e-book è di 3 mesi se leggi tantissimo altrimenti molto di più se leggi di meno.
La cultura si muove da sempre come un cavallo imbizzarrito, nessuno può fermarla, nessuno l’ha mai fermata. Dai tempi degli egizi, dei greci, dei romani, passando per il medio evo, per l’età moderna e così via, la scrittura e la conoscenza avanzano insieme scavalcando ogni ostacolo. Se oggi il modo affinché un libro sia fruibile a tutti è l’e-book allora così sarà.
Detto questo ora vi dirò cosa mi dice la gente quando tesso le lodi del mio piccolo e geniale amico e-book.
1)      Ma non ti manca l’odore della carta?
Questa è la prima cosa che mi dicono, pare che sono tutti diventati sniffatori di carta, tutti sommelier delle pagine. Il libro loro non lo leggono, lo annusano come i cani. E poi quando te lo dicono sono convinti di dirti una cosa troppo poetica.
2)      Come fai senza il rumore delle pagine?
E anche qui sono diventati tutti fini conoscitori della musicalità dell’aria. Ci manca solo che dicano che riescono a riconoscere un libro dal rumore delle pagine.
3)      E poi come fai quando lo hai finito? Non puoi metterlo in libreria?
Di solito questi soggetti badano più all'oggetto in sé che al contenuto, come se avendolo in carne ed ossa il libro avesse più valore.
4)      Sì, ma non è la stessa cosa.
Ma cosa diavolo cambia? Un libro è un libro, lo devi leggere, devi usare gli occhi, usare la testa, usare le mani, avere concentrazione. Se leggi il giornale, il bugiardino dei medicinali, una ricetta, un articolo su internet, i volantini delle pubblicità, perché non puoi leggere anche un e-book?
Non capisco, quando hanno inventato le musicassette, la gente non ascoltava più la musica perché aveva nostalgia dei dischi in vinile?
5)      Non lo senti distante?
Ma chi? L’autore? Se è per questo non è che se leggo il libro di carta lo ha scritto lui di suo pugno solo per me!
Tutto ciò che ho scritto non è per convincervi ad usare l’e-book, di questo non me ne frega niente, solo che vorrei farvi capire che a me piace e vi assicuro che non mi perdo nulla di tutto ciò che costantemente mi chiedete.
La cosa importante però è un’altra: invece di farvi tante pippe sulla poeticità del libro di carta o sulla freddezza del libro elettronico, fate una cosa semplice, LEGGETE punto e basta. Amate tanto il profumo della carta? Non potete fare a meno del rumore paradisiaco della pagina sfogliata? Volete una libreria piena zeppa di libri? Volete abbracciare il vostro libro? Ci volete fare sesso? Non potete fare a meno di toccarlo? Lo volete avere a tutti i costi? Allora ho un consiglio per voi: andate in libreria, comprate i libri e leggeteli.
Vi giuro che il prossimo che ha qualcosa da ridire sul mio e-book lo costringo a dirmi i titoli di tutti i libri che ha letto nell'ultimo anno. Secondo me potrei avere spiacevoli sorprese!
Il mio e-book è molto elegante, porta sempre i baffi a manubrio. 

 
 
 

 

lunedì 28 settembre 2015

NON TUTTI SANNO CHE...

La coccinella, che sembra un animaletto così carino e simpatico,  in realtà è un predatore cattivissimo. Il manto rosso con pois neri serve come deterrente nei confronti dei malintenzionati, il manto così pigmentato vuol dire “sono velenosa”. La coccinella si ciba grazie alle sue mascelle simili a falci taglienti e ingurgita acari, altri insetti e anche suoi simili, la coccinella è cannibale.
 
La maggior parte degli attori di Hollywood della prima metà del ventesimo secolo ha scelto dei nomi d’arte, nomi che col loro vero nome c’entrano poco e niente. Ecco alcuni esempi, quelli che mi piacciono di più:
Marylin Monroe – Norma Jean
Cary Grant – Archibald Alexander Leach
Dean martin - Dino Crocetti
Rita Hayworth- Margarita Carmen Casino
Joan Crawford – Lucille Fay LeSueur
John Wayne – Marion Michael Morrison
Charlton Heston- John Charles Carter
Richard Burton – Walter Jenkins
Lauren Bacall- Betty Jane Perske
 
Il numero 17 a quanto pare porta male per colpa degli antichi romani, infatti l’anagramma della parola VIXI (vissuto, quindi non vivo, cioè morto) sarebbe il numero 17 (XVII) e da qui tutto sto casino della sfiga.
 
La parola Robot è una parola ceca (nel senso di Repubblica Ceca ) che vuol dire “lavoro pesante” , infatti in boemo si dice robota. L’ha usata per la prima volta proprio uno scrittore ceco in un dramma teatrale chiamato “I robot universali di Rossum”.
 
Il grande e immenso attore Charlie Chaplin era alto soltanto 1,65 cm. Mao Tse tung pur essendo cinese era molto alto, 1,80 cm circa.  Il geniale e unico Wolfgang Amadeus Mozart era alto 1,63. Leonardo Da Vinci per essere un uomo dell’epoca era veramente fuori dalla media, era alto quasi due metri.  Il rivoluzionario Lenin (Vladimir Il'ič Ul'janov) era alto 1,65cm.
 
Ne “La Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni vi è questa frase che ritengo assai bella e struggente “ ...nun me mporta si ce muoro accisu... | E s'iddu muoru e vaju mparadisu si nun ce truovu a ttia, mancu ce trasu” che tradotta è così “...non me ne importa se muoio ucciso... E se muoio e vado in paradiso, se non ci trovo te manco ci entro”. Una dichiarazione d’amore senza pari.
 
La frase “scacco matto” proviene dall’arabo Shah Mat che vuol dire “il re è morto”.
 
L’espressione in lingua inglese “blue moon” in italiano si tradurrebbe con la frase “ogni morte di papa”. La luna blu è un evento quanto mai raro ed eccezionale, praticamente è quando in un singolo mese ci sono ben due lune piene, una cosa che succede ogni 3-5 anni.
 
Michelangelo Buonarroti era così tirchio che nascondeva i soldi sotto al letto, Vincent Van Gogh in vita vendette un solo quadro, a suo fratello Theo. Il pittore Muarice Utrillo (Muarice Valadon) crebbe con sua nonna la quale impaurita dagli attacchi epilettici del bambino gli faceva bere molto vino, tutta la vita di Utrillo  fu tormentata dell’alcolismo.
 
La stanza fotografata in basso non è un mattatoio, non è uno scannatoio, non è il set cinematografico del film “l’enigmista”, non è la stanza di un maniaco omicida che ama imbrattare di sangue le pareti, non è l’alcova di Marilyn Manson (Brian Hugh Warner), questa è la stanza dell’estetista dove qualche ora fa mi sono andata a fare una ceretta, ve lo giuro.
Ovviamente la donna maciullata è di mio, sempre e comunque, fratello Andrea Giacofandonio 



 

lunedì 21 settembre 2015

QUELLO CHE LE DONNE -PURTROPPO- DICONO

Avete notato che molte donne alla domanda “perché stai con lui?” rispondono “perché mi sopporta”?  
E dopo, come se non bastasse fanno pure una risatina accattivante e complice, tipo “eh siamo tutte sulla stessa barca”. Bene queste donne mi fanno venire certi nervi che non vi dico.
Sto con lui perché mi sopporta è  una risposta veramente idiota. Ma che cavolo vuol dire? Ma chi sei, una pazza scatenata? Oppure una poveraccia che non sa più dove andare e allora sta con uno che la sopporta? A quanto pare gli uomini sono diventati tutti santi, calmi e concilianti e io non me ne sono accorta? Tutti Giobbe che accettano con rassegnazione la mala sorte che gli è capitata, cioè noi.
 La cosa più assurda è che noi ci convinciamo pure che questo nostro essere sopportate sia una cosa eccezionale e che a causa di alcuni nostri classici atteggiamenti siamo pure fortunate se un uomo non ci manda a quel paese. Tra queste donne mai una che dicesse di essere normale e tranquilla, tutte isteriche che incontrano solo uomini accoglienti e pazienti, che ci fanno il piacere di subire i nostri atteggiamenti bizzarri.
Allora, mettiamo in chiaro una cosa, i nostri atteggiamenti bizzarri sono la normalità, per cui se a volte piangiamo, strilliamo, imprechiamo, non è perché siamo dei geni incompresi.
Se a volte piangiamo, strilliamo, imprechiamo e l’uomo con cui stiamo ci sopporta in questi vari modi: 1) impaurito 2) scocciato 3) rimane totalmente indifferente 4) se capita ci mena pure, allora abbiamo sbagliato uomo con cui stare.
Questo per dire che nessuno deve sopportare nessuno.
Alla domanda “perché stai con lui” ci fosse una volta che una donna risponda “sto con lui perché lo amo, lo stimo e mi piace moltissimo”. No, mai, la donna si sente più all'altezza della situazione se dice “perché mi sopporta”. Certe volte abbiamo un orgoglio e un amor proprio da oscar e una concezione di noi stesse veramente scintillante.  
Ormai sembra una frase ad effetto, tipo quelle che si usano per i detersivi: “perché usa Ace?”
“perché è la soluzione efficace per un pulito totale!”.
Io direi che il tempo di essere trattate come delle dementi a stento tollerabili possiamo dichiararlo terminato, non fa più ridere nessuno quella frase, sentire che qualche ragazza la dica ancora mi fa molto dispiacere. Li dobbiamo per forza far sentire dei benefattori questi uomini? È proprio necessario elevarli a ruolo di martiri?
Dire in giro, anche se per scherzo, che un uomo ci tiene con sé perché ci sopporta non è il massimo, se volgiamo sentirci più fighe, frizzanti e all'altezza della situazione la prossima volta che qualcuno ci domanda “perché stai con lui?” rispondiamo “perché scopa benissimo”, suona meglio, no?
   In questa foto la brigantessa Michelina De Cesare, una Donna. 
 
 
 
 

 

lunedì 14 settembre 2015

Signorsì signore

Il generale Cazzotti ogni mese ci affligge con le sue lunghissime lettere contenenti invettive nei confronti dell’amministratore del condominio. Le missive le incolla affianco alla porta dell’ascensore affinché tutti noi condomini possiamo leggere la loro corrispondenza, anche se a dire il vero a 10 lettere del generale Cazzotti il nostro amministratore risponde sempre con un solo prestampato. Le lettere del generale Cazzotti sono lunghissime, zeppe di termini giuridici e legali, pregne di astio e anche scritte con una grammatica che sembra non appartenere a questo pianeta. Non dico che siano scritte male o che siano sgrammaticate, ma di certo non sono chiare al cento per cento, sembrano scritte con un linguaggio occulto e misterioso. La cosa che però ogni volta mi lascia veramente perplessa è l’uso primitivo che il generale Cazzotti fa del programma Word. Per il generale non esiste l’interlinea, non esistono i rientri e nemmeno la spaziatura. Cazzotti scrive come un fiume in piena usando la dimensione del carattere più piccolo che ci sia e riempie il foglio fino a farlo straripare. Il generale è un uomo tutto ad un pezzo, sempre rigido e indaffarato e anche se credo che sia in pensione da tempo immemore, quando cammina lo fa sempre usando il passo dell’oca. Procede con falcate misurate e precise, sembra sempre che affianco a lui ci sia qualcuno che urla “unò-duè, unò-duè” e ogni volta che  ti dà il buongiorno lo fa con tutta l’aria che ha nei polmoni. Quando lo incontro al mattino io sussurro piacevolmente “salve” e lui mi urla “BUONGIORNO”. Prima o poi mi verrà un infarto, non riesco ad abituarmici.
Le lettere di cui parlavo credo di non averle mai lette per intero. Faccio sempre un gioco stupidissimo, ne leggo un pezzetto per volta quando aspetto l’ascensore. Se le lettere rimangono affisse per una settimana forse ce la faccio a leggerle tutte, il problema è che sono così ingarbugliate e assurde che poi non ricordo mai a che punto ero arrivata. Le parti più chiare e concise sono quelle in cui se la prende con l’amministratore in prima persona, quando gli scrive cose offensive e pure un po’ aggressive. Le parti in cui cita commi, leggi, e altri cazzi che succedono nel condominio sono imperscrutabili. A quanto pare in questo palazzo succedono di continuo cose terribili, si consumano drammi e si rischia il baratro ogni giorno e io ne sono puntualmente all'oscuro.
In una delle ultime lettere il generale Cazzotti credo che ce l’avesse (oltre che naturalmente con l’amministratore) anche con: il locale sito nel nostro condominio “ l’aquila abruzzese” poiché senza chiedere il permesso al generale si permettono di fare aperitivi oltre che con salumi e formaggi vari anche con fritturine di pesce. Il Generale dice che il locale non possiede la canna fumaria e che quindi il puzzo di pesce fritto (loro friggono il pesce solo il venerdì dalle 19 alle 20) gli entra strafottente in casa. Io credo che Cazzotti dica solo minchiate poiché quelli dell’aquila abruzzese cucinano anche i dolci e quindi la canna fumaria ce l’hanno per forza. Ovviamente Cazzotti vorrebbe che l’amministratore andasse a picchiare le aquile abruzzesi.
L’altro problema insormontabile del generale è che qualcuno nel palazzo, non ho capito chi, vorrebbe creare nel proprio appartamento una specie di piccola casa famiglia per donne disagiate con bambini. Voci di corridoio dicono che questa persona sta facendo di tutto per poter dar vita a questo piccolo centro seguendo naturalmente tutta la prassi perché a quanto pare (sembra incredibile lo so) se hai una casa di tua proprietà all'interno ci puoi fare un po’ quello che ti pare, sempre seguendo la legge ovviamente. Cazzotti riguardo a questa cosa è irremovibile: nel nostro stabile non vuole per nessun motivo al mondo né donne né bambini bisognosi. Già ha sto cazzo di problema con la canna fumaria abruzzese, ci mancano solo delle poveracce senza una lira, magari pure straniere con bambini che rompono le palle. E anche qua in poche parole ha fatto capire all'amministratore che la casa famiglia se la facesse fare nel suo di palazzo, non nel nostro che è abitato solo da gente per bene e senza velleità umanitarie.
Gli altri problemi del Cazzoti poi sono quelli che ha un po’ tutto il mondo: gare di appalto delle ditte per rifare la facciata del palazzo, le perdite d’acqua nel garage, le tubature vecchie, l’inutilità dell’amministratore di condominio, il fatto che lui gli scriva lettere senza fine e che l’altro  risponda a monosillabi se tutto va bene ecc, ecc.
Il generale Cazzotti  mi ricorda molto il sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket, un pezzo di merda esaltato e fanatico e il nostro amministratore (che in tutti questi anni non ho mai visto) potrebbe essere il soldato Palla di Lardo, se Cazzotti continua a rompergli i coglioni in questo modo prima o poi lui gli fa saltare il cervello.  
 
Ps: un caloroso saluto a tutti quelli che oggi ricominciano a leggermi!
Ps2: il nome del generale è ovviamente di fantasia e anche quello del locale abruzzese, la storia potrebbe esserlo e non esserlo!


mercoledì 29 luglio 2015

GOCCIA A GOCCIA

“Una goccia d’acqua nel mare” è quella frase che si usa solitamente per sottintendere che l’azione del singolo non può cambiare gli eventi del mondo e che quindi non apporta cambiamenti essenziali nella storia. Se questa è la triste storia della goccia d’acqua nel mare, non lo è assolutamente quella della goccia di mare nell'orecchio di una persona. Questo si che può cambiare l’assetto e soprattutto l’equilibrio dell’intero creato. La goccia in questione può veramente rovinarti la giornata e quando sei in vacanza e non hai così tante giornate da poter rovinare, diciamo quindi che ti incazzi abbastanza.
La goccia d’acqua stronzissima si insinua nella tua cavità auricolare in modi veramente fantasiosi. Oddio, a dir la verità a me succede così, non so a voi. Per esempio non mi capita di certo quando faccio una capriola sott'acqua, che sarebbe pure normale visto l’accappottamento totale del corpo, non mi capita nemmeno quando faccio un’immersione più o meno profonda, diciamo meno, ormai il mio record è di 20 cm. E nemmeno se faccio un tuffo di testa, che vista la situazione potrebbe prestarsi poiché sbatto la faccia sull'acqua ad una certa velocità. La goccia del cavolo a me si infila nell'orecchio sempre allo stesso modo: sono sopra uno scoglio, il mare può essere sia piattissimo che agitato, sto leggendo ad una distanza di sicurezza collaudata visto che non voglio bagnare il libro, assorta nella mia lettura arriva senza alcun preavviso un’ondina che si infrange sullo scoglio in modo del tutto disordinato, dall'ondina si sprigionano una serie di schizzetti e goccioline che vacillano nell'aria cercando un posto su cui andarsi a schiantarsi e fra queste una e soltanto una, mi vede, si da una spinta un po’ più energica, mi punta l’orecchio e ci si tuffa dentro. Mi succede sempre così, sempre. Quando sento l’intrusa scivolare lentamente nel mio orecchio, prima mi viene da bestemmiare, poi subito piego il capo e con colpi forti lo scuoto da un lato per farla uscire il più presto possibile. Che ve lo dico a fare poi come sta la mia cervicale, la gocciolina nel frattempo s’è fatta la casa nel mio orecchio e ogni volta che sposto la testa o da una parte o dall'altra sento “truuu, truuu, tru”.
Il fatto è che la roba nelle orecchie mi fa diventare scema. Una volta qualche hanno fa per esempio, quando abitavo ancora a via di Casal Bertone, avevo dei vicini di casa con un bimbo che urlava tutta la notte. Dopo una settimana decisi di comprarmi i tappi per le orecchie. Bene, il mattino dopo da una delle orecchie non ci sentivo più. Mi sono messa a piangere e sono andata in farmacia, il farmacista allarmato mi ha chiesto cosa avessi e dopo che gliel'h raccontato s’è fatta una risata mentre io soffrivo ed ero terrorizzata. Poi mi ha dato delle gocce e dopo qualche ora ho riacquistato l’udito ma sono rimasta shoccata.

Ritornando alla gocciolina, mi vengono dei nervi che manco vi immaginate perché l’acqua nell'orecchio mi fa perdere l’equilibrio, non proprio che cado per terra ma tipo che mi gira un po’ la testa, non mi sento del tutto lucida. Solitamente la gocciolina sta nell'orecchio per una giornata intera a meno che mia madre non abbia lo spray auricolare che una volta spruzzato all'interno prima mi fa torcere le budella dalla paura di restare per sempre sorda, poi uscendo si porta via pure la gocciolina. Lo spray però non ce l’ha sempre per cui devo aspettare paziente la notte, poggiare la testa sul cuscino e quando sto nel dormiveglia sentire quella microscopica stronza che scivola fuori dall'orecchio e va a posarsi gentilmente sul cuscino. A quel punto mi verrebbe di togliermi la camicia da notte vestirmi di tutto punto e andare a ballare tanta è la voglia di recuperare la giornata persa appresso all'acqua nell'orecchio. Poi invece mi giro dall'altro lato e mi metto a dormire. Ora però quando vado a mare sugli scogli faccio una cosa molto saggia e intelligente, mi metto un cappello a tesa larga e penso a cosa dovrà inventarsi la prossima gocciolina pur di entrarmi nell'orecchio, voglio proprio vedere la stronza come farà. 
Ecco tante stronze gocce d'acqua fotografate da mio, sempre e comunque, fratello Andrea Giacomantonio. 

PS: poiché sono in vacanza il Sempre di Lunedì lo scrivo un po' quando mi pare!!