lunedì 10 novembre 2014

Bloody Ilaria

Primo pomeriggio, ero al tavolo da lavoro a sistemare stoffe, vecchi paralumi e chilometri di nastri colorati quando è entrata una signora. Era molto trafelata, fuori pioveva a dirotto e tra le mani aveva fogli e foglietti tutti bagnati.
“salve posso aiutarla”
“ehm, cercavo Rosaria, c’è?”
“no, mi dispiace oggi pomeriggio non c’è, può dire a me se vuole.”
“ehm, ho capito, sono una sua amica, forse è meglio se torno un’altra volta, dovevo dirle una cosa ma non so se posso dirla a lei.”
Era troppo preoccupata, un po’nervosa, che diavolo doveva dire di così importante e segreto a Rosaria? Peraltro quella signora non l’avevo vista mai in vita mia e questa era una cosa piuttosto strana considerato che praticamente noi di famiglia una vita privata non l’abbiamo e conosciamo tutti i nostri amici.
Quindi ho detto “sono la sorella, se si fida può dire a me, altrimenti può tornare domattina così parla direttamente con Rosaria”.
“ah… quindi lei è la sorella? Sa, una volta sono stata al bed and breakfast di Rosaria a Maratea!”
“ah, quindi lei è stata a casa mia a Maratea”
“a dir la verità so che era casa dei suoi genitori”
“sono anche i miei genitori!”
“ah si?”
“Eh già, Rosaria è mia sorella e quelli che stanno a Maratea sono i nostri genitori!”
E dopo questo misunderstanding è totalmente inutile dirvi quello che cercava la signora con gravi problemi cognitivi da mia sorella.
La sera stessa a casa da sola mi preparavo uno spuntino come cena e mentre affettavo il pane mi sono affettata anche un dito. A cosa pensavo mentre distrattamente affettavo il pane? Pensavo alla conversazione avuta nel pomeriggio con la donna affetta da “labirintite parentale” e mi chiedevo se la gente non ascolta oppure veramente incontro troppo spesso persone con deficit di attenzione o scemità ad altissimi livelli.
Ad ogni modo il dito me lo sono affettato per bene e credetemi che è uscito così tanto sangue che manco da un maiale scannato. Che ne so io di maiali scannati? Ne so tanto, potrei scriverci un compendio su come si scanna un maiale, ho passato la mia infanzia a vedere maiali scannati. E no, non ho mai sofferto di shock post traumatico. L’uccisione del maiale era LA FESTA. Niente poteva competere con quel giorno, non il Natale, non il Capodanno, nulla era così importante. In quei giorni non andavamo neppure a scuola e poi quando la maestra ci chiedeva perché eravamo stati assenti, noi dicevamo “maè, abbiamo ucciso il porco”, non serviva nient’altro.
Era consuetudine che noi bambini partecipassimo a tutto l’iter dell’uccisione, dallo scannamento al passo finale che erano le salsicce. Raccolta del sangue, depilazione della cotenna, apertura verticale dell’animale, pulizia degli intestini, gonfiaggio della vescica, divisione delle varie parti del corpo, sminuzzamento di cuore, fegato e polmoni, condimento (con tanto di ricetta segreta su foglio antichissimo di mia nonna) di carne per future salsicce.
Come dicevo, ero sola a casa e mica riuscivo a mettermi un cerotto, appena toglievo il dito da sotto il getto d’acqua ecco che ricominciava a sanguinare copiosamente, mi mettevo un cerottino e dopo qualche secondo zampillava sangue ovunque. Ho continuato a mettere e togliere cerotti per 10 minuti e mentre facevo questo un’incazzatura di livello medio alto si stava impossessando di me. Allora pensavo (ad alta voce) “e che cavolo, una volta che mi serve aiuto non c’è mai un cazzo di nessuno che mi dà una mano” ma come si dice “chi fa da sé fa per tre”ed io credo di aver fatto addirittura per quattro. Con una sola mano (l’altra era sotto l’acqua) ho preso una garza gigantesca e l’ho rimpicciolita un po’,  poi ho preso dello sparatrap (che se non sapete cos'è allora non sapete niente della vita) l’ho messo tra i denti e ne ho srotolato un bel po’ facendo attenzione a non farlo appiccicare da nessuna parte perché se questo succede è la fine, l’ho tagliato e poi infine mi sono fasciata il dito ed ho incollato il tutto. Il dito ha smesso di sanguinare e io ero pure un po’ contenta perché il fatto di aver visto tanto sangue mi ha riportato alla memoria ricordi dolci e bellissimi.
L’opera è di mio, sempre e cruentamente, fratello Andrea Giacomantonio.  

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