lunedì 24 novembre 2014

EMOTICON :)

Ammetto di avere una passione incontenibile per le emoticon. Ringrazio il cielo per questa stupenda invenzione e mi chiedo come ho fatto a vivere senza faccette per tutto questo tempo. So che tutto ciò potrebbe sembrare un po’ troppo infantile ma non me ne frega niente, anzi, voglio proprio dire che le emoticon non hanno età.
Io credo fortemente nella facciosità dell’essere umano e quando quella stronza di Lucy Van Pelt* dice a quel povero cristo di Charlie Brown che ha una faccia facciosa e lui non ne comprende il significato, io invece lo capisco benissimo!
Se la mia faccia fosse una faccia tonda e gialla ecco cosa succederebbe durante le mie giornate:
- madò, è appena entrato uno al negozio che mi ha chiesto di vedere dei boccali per bere il the, allora io ho detto “delle tazze vanno bene lo stesso?” ed ho fatto una faccia tonda gialla con occhi spalancati per esprimere stupore e incredulità.
- da non crederci, ho appena venduto una gonna taglia 42 ad una donna che porta la 46 ed è partita subito una faccia tonda gialla con goccetta di sudore che scende dalla fronte che sta a significare la fatica immensa che ho fatto.
- mio fratello mi dice “ti sto facendo l’illustrazione per oggi” la mia espressione è soltanto una faccetta tonda gialla con grande sorriso che vuol dire tanta gioia e felicità.
- M mi dice “ho pulito tutte le verdure, ora le cucino, così la cena è pronta” io rispondo con varie faccette tonde gialle: una che manda un bacio, una che ha gli occhi a forma di cuore e una che sorride. Un modo come un altro per esprimere tanto amore.
- dopo che mio nipote numero due mi ha detto “ti do un bazzucata in testa” io ho fatto una faccetta tonda gialla che imita la postura del soggetto del quadro di Munch, che ha la tipica espressione di uno shoccato, desolato e forse anche spaventato, mani sul viso e bocca spalancata.
- una signora entra in negozio e dice “ma quando iniziano i saldi?” e io riproduco faccetta tonda gialla che ringhia, che significa “ora mi incazzo perché i saldi iniziano tra due mesi e tu non puoi venire qui a rompere già le palle!
- al signore che abita nel mio condominio e quasi tutte le mattine mi dice che non ho parcheggiato bene il motorino, rispondo con faccetta tonda gialla con occhiali da sole, che vuol dire “me ne fotto”.
- agli psyco-messaggi vocali di mio padre rispondo sempre con faccetta tonda gialla che ride fino alle lacrime, perché al mondo poche cose sono così divertenti come i messaggi vocali di mio padre.
- alla prima sigaretta della giornata (dopo le ore 15) la mia espressione è faccetta tonda gialla con aureola, che vuol dire che mi sento molto vicina a dio.
- ho appena scoperto che le castagne che ho appena bollito (che avrei dovuto sbucciare per fare un dolce) sono tutte marce: faccetta tonda gialla con aria triste e lacrimuccia che scende giù per la guancia. Che delusione!
- dopo essere ruzzolata giù per le scale del magazzino la scorsa settimana ed essermi fatta malissimo una caviglia, la mia faccia era tutto un insieme di emoticon: una con goccia di sudore post trauma, una con lacrime, una con gli occhi sgranati per il turbamento e una con sorriso smagliante per la comicità dell’accaduto.
E se un giorno tutte le emoticon decidessero di sparire dai nostri telefonini e computer perché troppo frustrate ed oberate di lavoro?
E se un giorno il presidente delle emoticon decidesse di chiudere bottega e mandare a spasso tutte le faccette per il resto della loro vita?
E se un giorno tutte le loro mille espressioni si tramutassero in una sola ed unica espressione di indifferenza e distacco, se insomma un giorno non avessero più emozioni?
Se un giorno le emoticon perdessero il loro significato sono certa che opterebbero per una soluzione estrema e definitiva, un suicidio di massa e questo sarebbe ciò che vedremmo sui nostri piccoli schermi.
L’illustrazione è di mio, sempre ed emozionalmente, fratello Andrea Giacomantonio.
*Mi sono permessa di dare della stronza alla mia cara Lucy Van Pelt solo perché la conosco da più di trent’anni e so di cosa parlo!

lunedì 17 novembre 2014

Chi trova un amico...

Ho passato una settimana faticosissima, il Natale è alle porte e quindi vi lascio immaginare gli scatoloni di roba che sono arrivati. Non ho fatto altro che aprire cartoni e sistemare di tutto, da tazzine da caffè a renne dorate di mezzo metro; da palline da albero di natale a servizi di piatti e bicchieri. Per non parlare poi dell’ingente quantità di abiti che ormai mi escono pure dalle orecchie.
Eppure la gente se ne esce sempre con le solite domande che mi fanno diventare una bestia.
Per esempio veder entrare in negozio (che è addobbato e pieno di minchiate che la fabbrica di babbo natale rispetto a noi sembra un bunker antiatomico) delle persone che dicono “ma quando arrivano le cose di Natale?” e altre assurdità del genere, che francamente mi sono anche stancata di ricordare!
Negli ultimi 4 anni credo di aver sviscerato il discorso Natale più che esaustivamente e se siete dei nuovi lettori e vi va di leggere ciò che vi siete persi ecco i link. http://www.sempredilunedi.blogspot.it/2013/12/canto-di-natale.html CANTO DI NATALE
Fino a che non è arrivato il tanto agognato sabato pomeriggio. Il sabato pomeriggio è uno dei momenti che più preferisco durante la settimana, mi sento più leggera, il lavoro sta per finire e poi non vedo l’ora di andarmi a stravaccare sul divano e vedere Ulisse il piacere della scoperta (ah che colpo di vita).
Prima però devo sempre vivere uno o più momenti indimenticabili (a lavoro intendo).
Questo sabato prima mi sono dovuta sorbire una mamma pesantissima con due figlie che sempre a livello di pesantezza la superavano di gran lunga e poi un gruppo di 3 dolcissime amiche alla ricerca di un regalo per un’altra carissima amica.
La madre con le due figlie mi hanno fatto venire il latte alle ginocchia. Una tale lentezza e una tale mancanza di brio non l’ho vista nemmeno nel leone dello zoo Parco Giada (che non so se esiste ancora).
 Mi sono chiesta se tanta pesantezza in una sola famiglia non fosse pericolosa per tutto il sistema solare, che so, magari respirando creano un buco nero nell’atmosfera e ne viene risucchiata tutta la galassia.  
E non parlo di pesantezza fisica, no assolutamente, sto parlando di pesantezza caratteriale, del modo lentissimo di parlare, anzi di sussurrare, dell’argomentazione filosofica su ogni capo provato. Cazzo, mi veniva da piangere. Poi erano tristissime, tutte e tre con un colorito giallo itterico, piccole, magre da far spavento, tutte e tre con una montatura di occhiali da nonna papera, con addosso dei maglioncini beige di acrilico che se qualcuno malauguratamente ti fuma vicino prendi fuoco. E poi non c’era niente da fare, la madre- incredibilmente- insisteva affinché acquistassero qualcosa e loro niente, “questo è troppo corto, questo è troppo colorato, questo è troppo grande”. Se mia madre mi avesse portato a fare shopping quando avevo vent’anni credo che nel negozio non avrei lasciato manco le mensole o le grucce, o le lampadine nei lampadari e nemmeno le tede dei camerini.
Dopo la famiglia felice è stato il turno delle amiche, quel genere di amico che sa hai bisogno di un polmone te lo danno senza pensarci un su nemmeno un minuto. Trascriverò ora pedissequamente il loro discorso, le frasi sono state pronunciate circa in quest’ordine:
“che dite, scegliamo qualcosa di scuro?”
“bhè certo, che glie voi regalà qualcosa de bianco così pare na mongolfiera?”
“secondo me un vestito nero va bene”
“però tocca chiede se c’hanno la taglia enorme”
“embè certo, è diventata un gigante, come minimo dobbiamo chiedere la large”
“la large? Ma che dici? Tanto grassa è diventata, ma come mai?”
“ eh, non te la ricordi la madre? Uguale, è diventata una botte come la madre”
“e se le prendiamo una maglia lunga?”
“per carità, ma lo sai come si veste? Si mette le maglie lunghe e sotto i leggins, con quelle gambe giganti sembra un mostro”.
“ok, meglio un vestito allora, magari nasconde un po’ di ciccia”
“comunque mi chiedo come possa essere diventata così grassa, da quanto tempo non la vedo?”
“non la vedi da 5 o 6 mesi e credimi che s’è completamente sformata, è una chiattona.”
Poi mi hanno notata, in realtà io ero sempre stata lì, ma loro erano così concentrate nella scelta del regalo e nel dire cattiverie che manco mi avevano vista. Le ho guardate evidentemente con un’aria interrogativa che subito una delle tre mi dice “guarda che noi alla nostra amica le vogliamo bene!”
Minchia, 3 serpi!


 L’illustrazione è di mio, sempre e amichevolmente, fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 10 novembre 2014

Bloody Ilaria

Primo pomeriggio, ero al tavolo da lavoro a sistemare stoffe, vecchi paralumi e chilometri di nastri colorati quando è entrata una signora. Era molto trafelata, fuori pioveva a dirotto e tra le mani aveva fogli e foglietti tutti bagnati.
“salve posso aiutarla”
“ehm, cercavo Rosaria, c’è?”
“no, mi dispiace oggi pomeriggio non c’è, può dire a me se vuole.”
“ehm, ho capito, sono una sua amica, forse è meglio se torno un’altra volta, dovevo dirle una cosa ma non so se posso dirla a lei.”
Era troppo preoccupata, un po’nervosa, che diavolo doveva dire di così importante e segreto a Rosaria? Peraltro quella signora non l’avevo vista mai in vita mia e questa era una cosa piuttosto strana considerato che praticamente noi di famiglia una vita privata non l’abbiamo e conosciamo tutti i nostri amici.
Quindi ho detto “sono la sorella, se si fida può dire a me, altrimenti può tornare domattina così parla direttamente con Rosaria”.
“ah… quindi lei è la sorella? Sa, una volta sono stata al bed and breakfast di Rosaria a Maratea!”
“ah, quindi lei è stata a casa mia a Maratea”
“a dir la verità so che era casa dei suoi genitori”
“sono anche i miei genitori!”
“ah si?”
“Eh già, Rosaria è mia sorella e quelli che stanno a Maratea sono i nostri genitori!”
E dopo questo misunderstanding è totalmente inutile dirvi quello che cercava la signora con gravi problemi cognitivi da mia sorella.
La sera stessa a casa da sola mi preparavo uno spuntino come cena e mentre affettavo il pane mi sono affettata anche un dito. A cosa pensavo mentre distrattamente affettavo il pane? Pensavo alla conversazione avuta nel pomeriggio con la donna affetta da “labirintite parentale” e mi chiedevo se la gente non ascolta oppure veramente incontro troppo spesso persone con deficit di attenzione o scemità ad altissimi livelli.
Ad ogni modo il dito me lo sono affettato per bene e credetemi che è uscito così tanto sangue che manco da un maiale scannato. Che ne so io di maiali scannati? Ne so tanto, potrei scriverci un compendio su come si scanna un maiale, ho passato la mia infanzia a vedere maiali scannati. E no, non ho mai sofferto di shock post traumatico. L’uccisione del maiale era LA FESTA. Niente poteva competere con quel giorno, non il Natale, non il Capodanno, nulla era così importante. In quei giorni non andavamo neppure a scuola e poi quando la maestra ci chiedeva perché eravamo stati assenti, noi dicevamo “maè, abbiamo ucciso il porco”, non serviva nient’altro.
Era consuetudine che noi bambini partecipassimo a tutto l’iter dell’uccisione, dallo scannamento al passo finale che erano le salsicce. Raccolta del sangue, depilazione della cotenna, apertura verticale dell’animale, pulizia degli intestini, gonfiaggio della vescica, divisione delle varie parti del corpo, sminuzzamento di cuore, fegato e polmoni, condimento (con tanto di ricetta segreta su foglio antichissimo di mia nonna) di carne per future salsicce.
Come dicevo, ero sola a casa e mica riuscivo a mettermi un cerotto, appena toglievo il dito da sotto il getto d’acqua ecco che ricominciava a sanguinare copiosamente, mi mettevo un cerottino e dopo qualche secondo zampillava sangue ovunque. Ho continuato a mettere e togliere cerotti per 10 minuti e mentre facevo questo un’incazzatura di livello medio alto si stava impossessando di me. Allora pensavo (ad alta voce) “e che cavolo, una volta che mi serve aiuto non c’è mai un cazzo di nessuno che mi dà una mano” ma come si dice “chi fa da sé fa per tre”ed io credo di aver fatto addirittura per quattro. Con una sola mano (l’altra era sotto l’acqua) ho preso una garza gigantesca e l’ho rimpicciolita un po’,  poi ho preso dello sparatrap (che se non sapete cos'è allora non sapete niente della vita) l’ho messo tra i denti e ne ho srotolato un bel po’ facendo attenzione a non farlo appiccicare da nessuna parte perché se questo succede è la fine, l’ho tagliato e poi infine mi sono fasciata il dito ed ho incollato il tutto. Il dito ha smesso di sanguinare e io ero pure un po’ contenta perché il fatto di aver visto tanto sangue mi ha riportato alla memoria ricordi dolci e bellissimi.
L’opera è di mio, sempre e cruentamente, fratello Andrea Giacomantonio.  

lunedì 3 novembre 2014

Come corpo morto cade

Credo che ci sia un cadavere sul tetto, nelle vicinanze del mio terrazzo.
Si sente un odore di morte, un olezzo rancido di decomposizione, un effluvio di putrefazione che ha solo la carne esanime.
Non bastano i vasi che ho, pieni di citronella, lavanda, timo ed erba saponaria, la puzza rimane lì e peggiora di giorno in giorno.
Sotto il terrazzo (io sto all'ultimo piano) c’è una grondaia enorme, non so quanto sia profonda, sta di fatto che arrampicandomi su una scala ho notato che dentro c’è cresciuto pure una pianta di  fico d’india, come diavolo ci sia arrivato un seme di fico d’india dentro una grondaia qui a Roma non ne ho idea.
Suppongo che il cadavere sia ubicato proprio nella grondaia, tutto intorno non si vede nulla di strano, i tetti sono puliti, nessuna traccia di resti organici o cose simili.
Ieri sera poi un altro elemento ha rafforzato la mia tesi: una mosca carnaria. Sono certa che fosse una di quelle, depongono le loro larve nella carne in putrefazione, poi crescono e prendono il volo anche se poi rimangono grasse, lente.Svolazzava in casa con la classica faccia di chi ha qualcosa da nascondere. 
E poi corvi e gabbiani, qualcosa attira troppo la loro attenzione.
Sul tetto del palazzo ci si può arrivare soltanto da una botola che sta dall'altra parte dello stabile, questo lo so perché l’anno scorso ci siamo dimenticati le chiavi in casa e l’unico modo per entrare senza chiamare il fabbro per forzare la porta blindata era quello di valicare il tetto ed entrare dalla porta finestra che dà sul terrazzo. Fu M ad avventurarsi, prima dovette aprire la botola che aveva un peso enorme e poi a fare la traversata saltellando come un funambolo per circa 200 metri sui tetti di Roma sino a giungere a casa nostra. La cosa che egli si sentì di dire dopo la perniciosa camminata fu “cazzo, mi sono terrorizzato.”
Ora mi chiedo: chi diavolo ha potuto trasportare un cadavere sin qui, visto il tortuoso percorso?
Se sono passati dalla botola il corpo doveva essere per forza di piccole dimensioni e leggero, diversamente era impossibile; altrimenti  sono stati i miei vicini di casa a scaraventare giù dal loro terrazzo un cadavere che poi incredibilmente è rotolato proprio sotto casa mia. Oppure, cosa molto plausibile, il corpo è caduto dall'alto. Forse qualcuno è stato lanciato giù da un aliante, da un elicottero, da una navicella spaziale oppure da un disco volante alieno.
Non conosco i miei vicini di casa, la signora che abita proprio di fronte al mio appartamento è una persona piuttosto riservata e tra l’altro mi sembra che non dorma sempre nella sua abitazione, certe volte ritorna  a casa la mattina presto. Una volta però l’ho sentita litigare furiosamente con un uomo, era veramente incazzata e urlava come una matta. Dopo quella volta l’uomo non si è mai più visto o sentito, potrebbe forse ora giacere inanimato nella grondaia?
Oppure potrebbe essere la signora vecchissima del terzo piano. Fino al mese scorso andava in giro con suo marito, anch'egli vecchissimo e con la bombola d’ossigeno trainata da un carrellino, insomma già con un piede nella fossa e che poi non ho più visto.  Potrebbe essere stata lei a trasportare il corpo sin sopra al tetto, a sollevare la botola con una forza sovrumana che possiede grazie al suo DNA modificato e a coricare il cadavere del coniuge nella grondaia affinché gli agenti atmosferici consumino il cadavere e lei non debba recarsi al camposanto che è lontanissimo.
Ma il corpo che cade dall'alto resta la mia ipotesi prediletta. Forse due piloti, mentre volavano proprio sopra casa mia, hanno avuto una colluttazione ed uno dei due ha avuto la peggio. Forse qualcuno nelle vicinanze mentre saltava sul tappeto elastico non ha considerato la potenza del salto e si è involontariamente sfracellato sul nostro tetto, oppure qualcuno, magari una spia, che sapeva troppe cose è stato lanciato giù da un aero ed è precipitato proprio qui.
Gli alieni che si scamazzano sui tetti del pianeta terra non ce li vedo. Troppo intelligenti, di gran lunga più dotati di ingegno rispetto a noi. No, un alieno che perde l’equilibrio mentre  sta sulla sua navicella a riparare la marmitta è impossibile. A meno che non si tratti di un suicidio, sempre alieno s’intende, un essere umano non credo decida di suicidarsi nella grondaia di un palazzo. Magari un alieno stanco di dover ritornare tutte le sere nell'area 51 nel Nevada, facendo un giro sulla nostra città ha detto  “vedi Roma e poi muori”, perché nessuno gli aveva detto che la frase celebre era “vedi Napoli e poi muori”. Non lo so, le mie sono solo congetture, può anche essere che si tratti del cadavere di un piccione, chi può dirlo? 
                     L'illustrazione è di mio, sempre e cadavericamente, fratello Andrea Giacomantonio.