lunedì 20 ottobre 2014

Se la calma è una virtù

Quest’estate mia sorella e suo marito hanno deciso di portare i bambini a fare una gita fuori porta, la destinazione della scampagnata era una bella escursione alle grotte di Pertosa. Le grotte di Pertosa sono un posto meraviglioso e mi sembra doveroso fare un piccolo copia incolla dal loro sito per una breve descrizione “Le Grotte si trovano sui Monti Alburni, nei pressi del fiume Tanagro, immerse nel cuore di una natura spettacolare. L’intero complesso delle Grotte si estende per una lunghezza di circa tremila metri, sospesi tra terra e acqua, in un’alternanza così suggestiva da emozionare chiunque".
Una volta giunti all'ingresso delle grotte, dove si fanno i biglietti, hanno trovato una gentilissima guida che con educazione e determinazione ha avvertito i visitatori che era assolutamente vietato fare fotografie, anzi ha tenuto a precisare questo particolare più e più volte prima dell’inizio dell’escursione.
Una volta iniziato il cammino, un gruppo accanto a mia sorella e ai bambini tira fuori le macchine fotografiche dalle borsette e inizia incessantemente a fotografare tutto. Mio nipote numero uno, che è una personcina ligia al dovere e attenta, precisa e forse pure un pochino pignola, ha detto alla mamma “mamma, ma perché fanno le foto, se la guida ha appena detto che non si devono fare le foto?” Mia sorella, che non è una personcina molto a modo, poco incline al compromesso e pure un pochino rompi coglioni, ha urlato “vedi, a mamma, fanno le foto perché sono dei grandissimi maleducati”.
Ecco, ora è fondamentale una breve descrizione del gruppo di “fotografi”. Erano 3 donne e 3 uomini, le donne avevano un’età compresa tra i 20 e i 25 anni, ognuna di loro faceva circa un centinaio di chili e, dulcis in fundo, erano tre vaiasse napoletane che forse le puoi incontrare soltanto nei quartieri spagnoli.
Alla risposta di mia sorella, dal gruppo si distaccano le tre pulzellone e si dirigono con fare burbero verso di lei. Una di queste la guarda e le dice “uè bella, ti si scurdat e te piglià a pillola per la menopausa stammatin?”  Non l’avesse mai fatto, mia sorella si era già fatta venire un diavolo per capello pronta a rispondere a tono a quelle balenottere.  Poi però si guarda intorno, vede i suoi bambini che la osservavano un po’ preoccupati e si rende conto di non poter iniziare una rissa di quelle memorabili.
Fa un respiro profondo, richiama a sé tutta la pazienza dell’universo, fa rientrate dentro la pelle gli artigli che ha come quelli di Wolverine e risponde “siete voi stamattina che forse avete dimenticato di prendere la pillola dell’educazione”.
Chi conosce mia sorella sa bene che questa frase alla Mary Poppins va tradotta e sviscerata, quello che avrebbe voluto dire era “ ste stronze, la vostra cafonaggine è direttamente proporzionale al vostro peso, ste chiattone presuntuose e brutte, mo vi prendo a calci in culo così tanto che vi faccio diventare vecchie e poi vi faccio ingoiare io un tubetto sano di pillole per la menopausa. E già che ci sono quelle cazzo di macchine fotografiche ve le disintegro in un milione di pezzi.”
Suo marito, che sentiva l’aura nefasta che si stava creando dentro le grotte, la prende sotto braccio e le dice “non fare e non dire più niente te ne prego, quelle hanno pure i fidanzati, qua finisce che per difenderti mi menano”.
Pur di dare il buon esempio ai bambini, mia sorella decide incredibilmente di lasciar stare e di continuare come se niente fosse il giro panoramico, peccato che le elefantesse non la pensassero in quel modo.
Per tutta la durata della visita (tre chilometri) ogni 5 minuti dicevano ad alta voce “pigliat’ a pillola, la menopausa è na brutta cosa, non t’agità e pigliat’ a pillola, marò quant’è brutt a menopausa, non ti scurdà a pillola”. Questo sproloquio è durato circa 2 ore e mia sorella è riuscita a non saltargli al collo e a strappargli la giugulare come un lupo della steppa.
Alla fine del percorso una delle tre le si avvicina e le dice “mo se tenev nu martello staccavo ò stalattite e me lo portavo a casa”.
Quando sono ritornati a casa, mia sorella era così incazzata e frustrata che per calmarsi ha dovuto catturare un cinghiale, smembrarlo, rompergli tutte le ossa e ridurlo in poltiglia, tutto ciò mentre fumava un pacchetto intero di sigarette. Quest’ultima cosa che ho scritto non è assolutamente vera, ma se conoscete mia sorella sapete che avrebbe potuto farlo.

 L’illustrazione è di mio, sempre e fortemente, fratello Andrea Giacomantonio e il titolo dell’opera è “Se tenev nu martello, staccavo o’ stalattit”. 

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