lunedì 13 ottobre 2014

IO BUTTO

 Io butto, sono una buttatrice compulsiva, butto perché mi piace il rinnovo e butto perché odio accumulare. Getto via cianfrusaglie che non hanno motivo di esistere, getto tutto ciò che è vecchio e consumato, elimino le cose inutili e anche quelle che potrebbero servire ma poi non servono mai. Faccio il ripulisti dell’armadio ogni cambio di stagione, idem con la biancheria di casa, per non parlare poi della biancheria intima. Basta una sbeccatura di una ciotola per proclamarne la sua sparizione, così per un piatto o per una tazzina. Lo stesso faccio col computer, e credetemi non c’è cosa più rinfrancante di sentire il rumore che fa quando clicco sullo “svuota centino”, quel crash mi rimette al mondo.
Sono sempre stata una che butta, anche quando ero piccola ogni tot ripulivo la cesta dei giocattoli e buttavo via quelli rotti, quelli inutili e se devo dire la verità anche quelli con cui non giocavo più. 
Ho buttato nel tempo tutte le lettere dei miei amorazzi, tutte le lettere di persone che sapevo non avrei mai più visto e ogni tanto vado anche nella rubrica del telefono ad eliminare numeri di persone che di sicuro non chiamerò mai.
Non ho mai collezionato nulla, non fa per me, avere a che fare sempre con lo stesso oggetto mi manderebbe fuori di testa. In ogni trasloco che ho fatto finora ho eliminato così tante cose che forse ci avrei ammobiliato almeno 3 case, ma non mi importa, anzi.
Gli oggetti sono soltanto oggetti e meritano la giusta considerazione, una cosa ti serve quando ti serve poi quando non serve più non vedo perché continuare a tenerla. Il problema sorge quando l’oggetto in questione non è soltanto il mio, ma appartiene anche alle persone che vivono con me, ovvero M.
Erano giorni che M mi diceva “devo ripulire il narghilè così una di queste sere lo accendiamo, l’ultima volta che lo abbiamo utilizzato sarà stata 2 anni fa”. E fin qui tutto bene, anch'io ero contenta di rimettere in funzione il narghilè, fumare tabacco speziato e farci due chiacchiere era un programma alquanto piacevole.
Ora farò una piccola digressione che però sarà necessaria ai fini del racconto. Venerdì mattina prima di andare a lavoro M mi chiede “ma che c’è in quella scatola sopra l’armadio del soggiorno?” e io rispondo “ci sono i colori ad olio di mio fratello, stanno lì da un sacco di tempo, forse dovrei portarglieli”.
E quindi, dopo la breve digressione, si è fatto sabato sera. Finiamo di cenare, prendiamo il gelato e M dice “ok, vado a pulire il narghilè, così dopo il gelato ci facciamo una bella fumata”. Si alza va in cucina e inizia la difficile opera di pulizia, poco dopo ritorna in soggiorno e dice “beh, il narghilè è pulito, ma ho visto che il cassetto della cucina che negli ultimi 6 anni ha ospitato il tabacco e i carboncini, ora è occupato da una busta di cannucce, dove hai messo il tabacco?”
Minchia che domanda a bruciapelo! Mi volto verso l'amico Luis che era seduto accanto a me sul divano e lo guardo impaurita, poi a fior di labbra sussurro “cazzo, l’ho buttato?”
Era una domande alla quale l'amico Luis naturalmente non poteva rispondere, diciamo pure che la domanda era rivolta al cosmo o al buco nero del mio cervello. Fingo stupore misto a noncuranza, “guarda, di sicuro sarà nel cassettone bianco”, poi “allora controlla nel cestino dentro il camino”, ancora “aspè, forse è sotto la libreria”. Nel frattempo nella mia testa tutti i neuroni urlavano come pazzi “l’hai buttato, l’hai buttato”. Fuori dalla mia testa, nel mio soggiorno, M che iniziava a guardarmi con uno sguardo d’odio misto a violenza e sapevo che di lì a poco sarebbe partita la solita filippica “ma perché cazzo butti tutto? Mi devi dire che fastidio ti dava il tabacco i quel cassetto? Cazzo, Ilà, cazzo!”
In un secondo però le sorti della serata sono cambiate. Un piccolo e debole neurone, l’ultimo di una specie evoluta, con voce flebile e malaticcia mi dice all'orecchio “la scatola sull'armadio, vai, corri, veloce…” mi alzo dal divano con uno scatto degno di  Bolt, mi sollevo sulla punta dei piedi, prendo lo scatolone, lo apro e dentro c’era il tabacco. E forza Ilaria!
L'illustrazione è di mio, sempre e fumosamente, fratello Andrea Giacomantonio.

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