lunedì 27 ottobre 2014

Ma vuoi vedere che...?

Stamattina, dopo soli 8 anni e 5 mesi sono andata a ritirare il mio diploma di laurea.
Perché non l’ho fatto prima? Non ne ho idea.
Forse perché non mi è mai servito, forse perché per un certo periodo di tempo ho pensato che aver frequentato l’università fosse stata la cosa più inutile che avessi mai fatto, forse perché nessuno me lo ha mai chiesto, forse perché ogni volta che me ne ricordavo dicevo a me stessa vabbè ci vado la prossima settimana, forse perché memore delle file fatte  in segreteria in passato, il solo pensiero di tornarci mi faceva sudare freddo, forse.
Poi la scorsa settimana ho cominciato a fare pensieri strani, ho iniziato ad avere presentimenti strampalati, ho iniziato ad avere uno strano prurito cerebrale, e così sono iniziati dei giorni ai quali darei questo titolo “ma vuoi vedere che…?”
Ma vuoi vedere che dopo tutto questo tempo hanno incenerito le pergamene troppo vecchie?
Non è che dopo un certo periodo, i diplomi vanno in prescrizione e non risulta più in nessun posto che mi sono laureata?
Ma vuoi vedere che magari una volta ho dimenticato di pagare le tasse e a loro non risulta nessuna laurea?
Non è che l’università è stata soltanto un terribile incubo e in realtà non mi sono mai iscritta e non ho mai dato manco un esame?
E se mi fossi inventata tutto? E se avessi fatto passare tutti questi anni solo per paura della verità? Vuoi vedere che tutti gli incubi che faccio che sono legati al mio corso di studi che va dal liceo in poi sono soltanto degli indicatori di una realtà mai digerita? In quei sogni opprimenti, come ho già scritto una volta, io non ho neppure sostenuto l’esame di maturità a causa delle mie innumerevoli assenze a scuola, come avrei mai potuto andare all'università e prendermi una laurea?
Dopo giorni trascorsi a fare elucubrazioni da malata di mente mi sono decisa a scrivere una mail alla segreteria.
La cosa che però mi domandavo era, quante probabilità ci sono che qualcuno risponderà mai alla mia mail? Avevo lasciato l’ultima volta un posto chiamato “segreteria degli studenti” come un girone dell’inferno dantesco. Ragazzi che si aggiravano sperduti tra mille sportelli con domande alle quali nessuno sapeva dare risposte, segretari addetti ai vari documenti che non avevano idea di ciò che stessero facendo, ragazzi mandati in tutti gli angoli dell’universo per farsi trascrivere un semplice esame. Chi mai avrebbe risposto alla mia mail, dove ingenuamente chiedevo “dove posso ritirare il mio diploma di laurea?”
Invece, incredibilmente, dopo nemmeno 10 minuti qualcuno nel triste e caotico mondo della segreteria ha risposto “salve, può tranquillamente ritirare il suo diploma alla segreteria in via tal dei tali dalle ore 9 alle ore 13 dal lunedì al venerdì”
Cazzo, un miracolo, troppo bello per essere vero, ci doveva per forza essere sotto qualcosa, un qualcosa di marcio, uno scherzo del maligno, qualcuno che si prendeva gioco di me.
Stamattina intorno alle 9 dico ad M “Che dici, ci proviamo ad andare in segreteria? Tanto già so che sarà un casino e che ci dovrò ritornare, non prima di altri 8 anni però”.
Sono arrivata in segreteria e indovinate cosa ho trovato? Credetemi sembrava l’avamposto degli angeli del signore, sembrava di fare la fila per entrare in paradiso. Una ragazzetta carina ed efficiente mi è venuta vicino e mi ha chiesto di cosa avevo bisogno, io allora le ho detto che avrei voluto ritirare il mio diploma. Mi ha chiesto quindi il mio nome e cognome e poi il giorno, il mese e l’anno della laurea. Ecco, le cose cominciavano ad andare male, non ricordavo assolutamente il giorno. Lei gentile allora mi ha detto “non si preoccupi, basta anche solo il mese e l’anno”.
Quando le ho detto che l’anno era il 2006, mi ha guardato un po’ stupita, si è allontanata e mi ha detto “solo pochi minuti e arrivo”. Non era possibile, troppo facile, sicuro qualche intoppo sarebbe uscito, che so un terremoto, un improvviso blackout, l’irruzione di qualche terrorista islamico, un attentato alla segreteria da parte di studenti fuori sede incazzati neri, forse nel giro di qualche minuto tutti gli addetti ai lavori avrebbero manifestato la loro vera natura ovvero zombie feroci e malvagi demoni.
No, niente di tutto ciò, la ragazza è tornata dopo 10 minuti con il mio diploma di laurea, dove c’era scritto proprio il mio nome, il mio numero di matricola che per assurdo ancora ricordo (120257, andate a giocarli questi numeri) e il giorno esatto in cui mi sono laureata, il 7 luglio del 2006.
Ecco la prova e nel frattempo mi sono fatta crescere i baffi.

lunedì 20 ottobre 2014

Se la calma è una virtù

Quest’estate mia sorella e suo marito hanno deciso di portare i bambini a fare una gita fuori porta, la destinazione della scampagnata era una bella escursione alle grotte di Pertosa. Le grotte di Pertosa sono un posto meraviglioso e mi sembra doveroso fare un piccolo copia incolla dal loro sito per una breve descrizione “Le Grotte si trovano sui Monti Alburni, nei pressi del fiume Tanagro, immerse nel cuore di una natura spettacolare. L’intero complesso delle Grotte si estende per una lunghezza di circa tremila metri, sospesi tra terra e acqua, in un’alternanza così suggestiva da emozionare chiunque".
Una volta giunti all'ingresso delle grotte, dove si fanno i biglietti, hanno trovato una gentilissima guida che con educazione e determinazione ha avvertito i visitatori che era assolutamente vietato fare fotografie, anzi ha tenuto a precisare questo particolare più e più volte prima dell’inizio dell’escursione.
Una volta iniziato il cammino, un gruppo accanto a mia sorella e ai bambini tira fuori le macchine fotografiche dalle borsette e inizia incessantemente a fotografare tutto. Mio nipote numero uno, che è una personcina ligia al dovere e attenta, precisa e forse pure un pochino pignola, ha detto alla mamma “mamma, ma perché fanno le foto, se la guida ha appena detto che non si devono fare le foto?” Mia sorella, che non è una personcina molto a modo, poco incline al compromesso e pure un pochino rompi coglioni, ha urlato “vedi, a mamma, fanno le foto perché sono dei grandissimi maleducati”.
Ecco, ora è fondamentale una breve descrizione del gruppo di “fotografi”. Erano 3 donne e 3 uomini, le donne avevano un’età compresa tra i 20 e i 25 anni, ognuna di loro faceva circa un centinaio di chili e, dulcis in fundo, erano tre vaiasse napoletane che forse le puoi incontrare soltanto nei quartieri spagnoli.
Alla risposta di mia sorella, dal gruppo si distaccano le tre pulzellone e si dirigono con fare burbero verso di lei. Una di queste la guarda e le dice “uè bella, ti si scurdat e te piglià a pillola per la menopausa stammatin?”  Non l’avesse mai fatto, mia sorella si era già fatta venire un diavolo per capello pronta a rispondere a tono a quelle balenottere.  Poi però si guarda intorno, vede i suoi bambini che la osservavano un po’ preoccupati e si rende conto di non poter iniziare una rissa di quelle memorabili.
Fa un respiro profondo, richiama a sé tutta la pazienza dell’universo, fa rientrate dentro la pelle gli artigli che ha come quelli di Wolverine e risponde “siete voi stamattina che forse avete dimenticato di prendere la pillola dell’educazione”.
Chi conosce mia sorella sa bene che questa frase alla Mary Poppins va tradotta e sviscerata, quello che avrebbe voluto dire era “ ste stronze, la vostra cafonaggine è direttamente proporzionale al vostro peso, ste chiattone presuntuose e brutte, mo vi prendo a calci in culo così tanto che vi faccio diventare vecchie e poi vi faccio ingoiare io un tubetto sano di pillole per la menopausa. E già che ci sono quelle cazzo di macchine fotografiche ve le disintegro in un milione di pezzi.”
Suo marito, che sentiva l’aura nefasta che si stava creando dentro le grotte, la prende sotto braccio e le dice “non fare e non dire più niente te ne prego, quelle hanno pure i fidanzati, qua finisce che per difenderti mi menano”.
Pur di dare il buon esempio ai bambini, mia sorella decide incredibilmente di lasciar stare e di continuare come se niente fosse il giro panoramico, peccato che le elefantesse non la pensassero in quel modo.
Per tutta la durata della visita (tre chilometri) ogni 5 minuti dicevano ad alta voce “pigliat’ a pillola, la menopausa è na brutta cosa, non t’agità e pigliat’ a pillola, marò quant’è brutt a menopausa, non ti scurdà a pillola”. Questo sproloquio è durato circa 2 ore e mia sorella è riuscita a non saltargli al collo e a strappargli la giugulare come un lupo della steppa.
Alla fine del percorso una delle tre le si avvicina e le dice “mo se tenev nu martello staccavo ò stalattite e me lo portavo a casa”.
Quando sono ritornati a casa, mia sorella era così incazzata e frustrata che per calmarsi ha dovuto catturare un cinghiale, smembrarlo, rompergli tutte le ossa e ridurlo in poltiglia, tutto ciò mentre fumava un pacchetto intero di sigarette. Quest’ultima cosa che ho scritto non è assolutamente vera, ma se conoscete mia sorella sapete che avrebbe potuto farlo.

 L’illustrazione è di mio, sempre e fortemente, fratello Andrea Giacomantonio e il titolo dell’opera è “Se tenev nu martello, staccavo o’ stalattit”. 

lunedì 13 ottobre 2014

IO BUTTO

 Io butto, sono una buttatrice compulsiva, butto perché mi piace il rinnovo e butto perché odio accumulare. Getto via cianfrusaglie che non hanno motivo di esistere, getto tutto ciò che è vecchio e consumato, elimino le cose inutili e anche quelle che potrebbero servire ma poi non servono mai. Faccio il ripulisti dell’armadio ogni cambio di stagione, idem con la biancheria di casa, per non parlare poi della biancheria intima. Basta una sbeccatura di una ciotola per proclamarne la sua sparizione, così per un piatto o per una tazzina. Lo stesso faccio col computer, e credetemi non c’è cosa più rinfrancante di sentire il rumore che fa quando clicco sullo “svuota centino”, quel crash mi rimette al mondo.
Sono sempre stata una che butta, anche quando ero piccola ogni tot ripulivo la cesta dei giocattoli e buttavo via quelli rotti, quelli inutili e se devo dire la verità anche quelli con cui non giocavo più. 
Ho buttato nel tempo tutte le lettere dei miei amorazzi, tutte le lettere di persone che sapevo non avrei mai più visto e ogni tanto vado anche nella rubrica del telefono ad eliminare numeri di persone che di sicuro non chiamerò mai.
Non ho mai collezionato nulla, non fa per me, avere a che fare sempre con lo stesso oggetto mi manderebbe fuori di testa. In ogni trasloco che ho fatto finora ho eliminato così tante cose che forse ci avrei ammobiliato almeno 3 case, ma non mi importa, anzi.
Gli oggetti sono soltanto oggetti e meritano la giusta considerazione, una cosa ti serve quando ti serve poi quando non serve più non vedo perché continuare a tenerla. Il problema sorge quando l’oggetto in questione non è soltanto il mio, ma appartiene anche alle persone che vivono con me, ovvero M.
Erano giorni che M mi diceva “devo ripulire il narghilè così una di queste sere lo accendiamo, l’ultima volta che lo abbiamo utilizzato sarà stata 2 anni fa”. E fin qui tutto bene, anch'io ero contenta di rimettere in funzione il narghilè, fumare tabacco speziato e farci due chiacchiere era un programma alquanto piacevole.
Ora farò una piccola digressione che però sarà necessaria ai fini del racconto. Venerdì mattina prima di andare a lavoro M mi chiede “ma che c’è in quella scatola sopra l’armadio del soggiorno?” e io rispondo “ci sono i colori ad olio di mio fratello, stanno lì da un sacco di tempo, forse dovrei portarglieli”.
E quindi, dopo la breve digressione, si è fatto sabato sera. Finiamo di cenare, prendiamo il gelato e M dice “ok, vado a pulire il narghilè, così dopo il gelato ci facciamo una bella fumata”. Si alza va in cucina e inizia la difficile opera di pulizia, poco dopo ritorna in soggiorno e dice “beh, il narghilè è pulito, ma ho visto che il cassetto della cucina che negli ultimi 6 anni ha ospitato il tabacco e i carboncini, ora è occupato da una busta di cannucce, dove hai messo il tabacco?”
Minchia che domanda a bruciapelo! Mi volto verso l'amico Luis che era seduto accanto a me sul divano e lo guardo impaurita, poi a fior di labbra sussurro “cazzo, l’ho buttato?”
Era una domande alla quale l'amico Luis naturalmente non poteva rispondere, diciamo pure che la domanda era rivolta al cosmo o al buco nero del mio cervello. Fingo stupore misto a noncuranza, “guarda, di sicuro sarà nel cassettone bianco”, poi “allora controlla nel cestino dentro il camino”, ancora “aspè, forse è sotto la libreria”. Nel frattempo nella mia testa tutti i neuroni urlavano come pazzi “l’hai buttato, l’hai buttato”. Fuori dalla mia testa, nel mio soggiorno, M che iniziava a guardarmi con uno sguardo d’odio misto a violenza e sapevo che di lì a poco sarebbe partita la solita filippica “ma perché cazzo butti tutto? Mi devi dire che fastidio ti dava il tabacco i quel cassetto? Cazzo, Ilà, cazzo!”
In un secondo però le sorti della serata sono cambiate. Un piccolo e debole neurone, l’ultimo di una specie evoluta, con voce flebile e malaticcia mi dice all'orecchio “la scatola sull'armadio, vai, corri, veloce…” mi alzo dal divano con uno scatto degno di  Bolt, mi sollevo sulla punta dei piedi, prendo lo scatolone, lo apro e dentro c’era il tabacco. E forza Ilaria!
L'illustrazione è di mio, sempre e fumosamente, fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 6 ottobre 2014

C'è chi dice "è una strega"...

Mi ha sbigottito una frase di una cliente qualche giorno fa che davanti ad un costume da bagno in saldo mi ha detto: “lo so che è in saldo e non costa praticamente nulla, però, mia cara sappi che la gattina quando invecchi diventa una gattona, e in questo slip la mia gatta non ci entra più!”
Di sicuro non è che ora mi metto a disquisire sulle nostre parti feline del corpo, però un po’ ci penso al fatto che cambiano molte cose col tempo e molti di questi cambiamenti non è che siano proprio bellissimi e poi sentire una sessantenne che chiama il proprio organo genitale “gatta” è una cosa troppo divertente! Inoltre essendo io una pensatrice maldestra non ho potuto che immaginarmi un gattone persiano appollaiato tra le cosce della signora che con un sonoro “miaoooo” scacciava eventuali disturbatori.
Una decina di anni fa, forse compivo 23 0 24 anni, mia sorella mi diede un biglietto di auguri assai scherzoso: all'interno c’era un disegno di una ragazza nuda e in dotazione nel biglietto c’era anche una matita. La didascalia diceva più o meno così “ prova a mettere la matita sotto il tuo seno, se la matita cade subito allora hai venti anni, se la matita resta attaccata sotto la tetta allora vuol dire che hai superato i 30”. In sostanza per chi non lo avesse capito vuol dire che se hai un seno alto e tonico sei giovane, se invece la forza di gravità non ti aiuta più vuol dire che il tuo massimo splendore è finito. Mi fece un sacco ridere il biglietto e all'epoca pensai che nella mia vita non avrei mai avuto trenta anni, figuriamoci 34!
Chi poi non è proprio clemente nei confronti dei cambiamenti fisici è lo specchio dell’ascensore. Malefico specchio del cavolo, sempre lì pronto con le sue violentissime luci al neon a farti vedere ogni minima crepa. Fino all'anno scorso facevo in tempo a salire e a scendere strappandomi dalla testa tutti i capelli bianchi che beccavo, ora non lo faccio più, un po’ perché dovrei strapparmi il 60 per cento dei capelli che ho in testa e un po’ perché non mi pare giusto lasciare una parrucca bianca a terra alla mercé di tutti gli inquilini.
Per concludere questo panegirico sull'inesorabilità del tempo, sabato sera ero sul tram sulla Prenestina, accanto a me erano sedute 2 ragazze molto giovani e sicuramente studentesse fuori  sede che disquisivano sull'esoticità del liquore Strega e dell’ubriacatura imminente che le attendeva di là a qualche ora. Qualche minuto dopo ero a casa di amici e a tavola discutevamo sulla moltitudine di modi di usare il tonno e di come le zucchine in questo periodo siano amare. Ma cosa è successo? C’è stato un momento preciso in cui tutto è cambiato e io non me ne sono accorta? È stato forse quando mi sono resa conto che ascoltare lo stereo a palla è una cosa fastidiosissima? O forse quando rileggendo ultimamente il testo di “rape me” scritto dall'allora ventiseienne Kurt Kobain ho capito che non era altro che un brano scritto da un ventiseienne problematico? Ancora non mi è chiaro se negli ultimi 10 anni c’è stato un salto di qualità, oppure sono soltanto cambiate le priorità, l’unica cosa che posso dire è che il liquore Strega fa abbastanza schifo.

 In questa bellissima illustrazione di mio, sempre ed ineluttabilmente, fratello Andrea Giacomantonio è rappresentata la strega del liquore Strega il giorno dopo che lo hai bevuto!