lunedì 5 maggio 2014

Treno fantasma

Quando viaggio in treno solitamente sto ben attenta a non parlare con nessuno. Non mi va, parlo con gente sconosciuta tutti i giorni della mia vita e nei momenti in cui posso evitare, lo faccio volentieri. Tengo sempre lo sguardo basso, leggo, guardo film sul computer, dormo, penso agli affari miei, scrivo, faccio parole crociate che regolarmente sbaglio, mi invento qualsiasi cosa ma non voglio parlare con nessuno.
Se qualche viaggiatore mi pone una domanda  rispondo a monosillabi ed evito dopo la domanda di incrociare lo sguardo di chi mi ha parlato, in sostanza sembro proprio una stronza e forse lo sono ma il viaggio per me è un momento di intimità cosmica.  Ho imparato che le frasi per attaccare discorso sono “ma il treno è in ritardo?”, “lei dove scende?”, “ha visto che brutta giornata”, “questi treni del sud fanno schifo”, “non capisco perché non accendano l’aria condizionata”, “non capisco perché non spengano l’aria condizionata” e così via. Le mie risposte sono sempre “non saprei, a Roma, si, si, è vero, è vero”.
Venerdì scorso ho preso il treno per tornare a Roma alle 8 e mezza del mattino, ero depressa, insonnolita, avvilita, triste. Il giorno prima ero al porto a bere caffè e a fare gradevoli chiacchiere con gli amici sotto un caldo sole di maggio. La mattina seguente, avevo in me una serie di sentimenti malati per cui il mio progetto ultimo era quello di salire in treno, sedermi nel mio posticino e dormire fino a Roma. Il sonno di solito mi fa guarire da ogni tipo di sconforto. Mi alieno in un sogno e passa la paura.
Premetto che essendo io una persona piuttosto organizzata, anche per piccoli spostamenti ho sempre con me un kit da viaggio accuratissimo. Una bottiglietta d’acqua, un pacchetto di cracker, un analgesico per mal di testa improvvisi, qualche cerotto dovessi ferirmi gravemente, un assorbente, un coltellino svizzero, salviettine umidificate, più di una sciarpa, e ovviamente una confezione di fazzolettini di carta.
Indovinate un po’ cosa non avevo appresso venerdì mattina? I benedetti kleenex.
Sono salita sul treno, mi sono seduta e appena 5 minuti dopo l’inizio del viaggio (quindi nemmeno a Sapri), ha iniziato a colarmi il naso. Sedute di fronte a me avevo una mamma e una figlia e con estrema gentilezza ho pronunciato le seguenti parole “scusate, avete per caso un fazzoletto?” e…non l’avessi mai fatto!
Per le 4 ore e mezza successive la signora non ha smesso mai, e dico mai, di parlare. Mi ha raccontato tutta la storia della sua vita, del sue ex marito e dei suoi figli, dei suoi genitori e pure quella di suo fratello e di sua cognata. Un’odissea iniziata in Calabria, passata per la Toscana e approdata in fine in Sardegna. Una rocambolesca storia di tradimenti, lavori, soldi, affetti, amicizie, problemi irrisolti, sbagli del passato, progetti per il futuro, male lingue, pettegolezzi, battute a sfondo sessuale, calcio, ricette culinarie, programmi tv e domande a profusione.
Ed io lì, in quel treno fantasma schiaffeggiata dal un violento turbinio di parole cercavo con la mente una morte imminente e priva di dolore.
Quando sono scesa dal treno, in mezzo alla calca di gente della stazione Termini, la signora mi ha urlato “sono su facebook, chiedimi l’amicizia, mi chiamo Graziella Bianchi”.

Il nome è ovviamente di fantasia.
L'illustrazione è di mio, sempre e fantomaticamente, fratello Andrea Giacomantonio.

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