lunedì 12 maggio 2014

La Cannibale

Oggi ho giocato per tutto il pomeriggio con il mio nipote numero due (ha tre anni).
Il nostro gioco era questo: io ero una signora tutta sola che abitava in una casa molto lontana (la casa era una panchina in giardino), lui era il proprietario di un’ortofrutta e M era il suo garzone (la loro bottega era la panchina di fronte alla mia, sempre in giardino). Il mio personaggio aveva sfaccettare alquanto inquietanti, nonostante avesse una grande passione per la frutta e la verdura aveva anche una grande passione per la carne, carne umana, nella fattispecie carne di essere umano molto piccolo e tenero.
Ogni mattina il mio personaggio andava a fare la spesa nel loro negozio e poi con una scusa o con un'altra rapiva il titolare, lo portava a casa sua, lo stendeva sul piano della sua macelleria personale ed iniziava ad elencare varie leccornie che avrebbe preparato con quel corpicino succulento.
 Un giorno avrebbe voluto preparare orecchie in salmì, un altro giorno cosciotto con funghi trifolati, poi col pancino avrebbe fatto polpette da servire con patate novelle. Però poi inevitabilmente arrivava sempre il garzone (M), si riprendeva l’ortolano e come un eroe d’altri tempi gli salvava la vita.
Un bel giorno però il proprietario dell’ortofrutta si fece furbo, finse che la bottega era chiusa, si nascose dietro un vaso di fiori, urlò da dietro il suo fittizio banco “oggi non c’è frutta, non ci sono verdure, vai via brutta signora” e quindi la signora indispettita andò a servirsi in un altro negozio.
L’atro negozio era gestito da una ragazza (mia sorella) che appena vide la signora (quindi me) si mise subito a disposizione, addirittura volle portare la sporta della spesa sin alla lontanissima casa della signora. Una volta lì, la donna la tramortì con un colpo e la distese sopra il suo banco da lavoro. Anche se la ragazza non era poi così tenera, decise comunque di mangiarla tutta. Impossibile stabilire come, ma l’uomo dell’ortofrutta e il garzone se ne accorsero e subito andarono a salvare la ragazza.
Il giorno appresso la signora ritornò al negozio di verdura del piccolo uomo e del suo garzone fingendosi costernata e dispiaciuta per l’accaduto e poi dopo aver comprato qualche limone ed un ananas, col suo fare da ammaliatrice esperta, ingannò il garzone proponendogli una visita al suo personale museo di statue di caramelle gelatinose. Il garzone non se lo fece ripetere due volte che si accodò alla signora e la seguì fino alla lontanissima casa.  Ovviamente appena varcata la porta dell’edificio, la signora con un colpo di karate stordì il garzone, lo legò sul tavolaccio da macellaio e iniziò la solita solfa: le cosce le avrebbe fatte al forno con pomodorini e olive, con la trippa ci avrebbe fatto un bel sugo per la pasta e lo stinco lo avrebbe fatto arrosto con due peperoni croccanti. Manco aveva iniziato a tagliuzzare il garzone che subito irruppero nella dimora sia il proprietario dell’ortofrutta che la ragazza (ormai erano diventati amici, lavoravano assieme) e salvarono la vita a quel fesso.
Non c’era più niente da fare, ormai tutti nel villaggio conoscevano le strane abitudini della signora, nessuno si fidava più di lei, o moriva di fame o era meglio se diventava vegetariana.
Colta dallo sconforto iniziò a piangere. Pianse per ore ed ore e tra un singhiozzo e l’altro diceva “Oddio sono  rimasta da sola, nessuno mi vuole, non ho amici, come mi sento sola.”
Il fruttivendolo, la ragazza e il garzone, viste le lacrime della signora decisero di farle visita, di offrirle dei doni e anche la loro amicizia, in fondo era soltanto un povero essere umano con un leggero problema di cannibalismo e di sdoppiamento di personalità , ma per tutti c’è speranza.
Arrivarono a casa sua come i re magi: la ragazza portava un po’ di cioccolato, il garzone portava una macchinina telecomandata e il fruttivendolo portava una palla.
La ragazza si fece avanti col cioccolato, la signora lo assaggiò e disse “che brava ragazza, scusa se ti ho rapita, ora non voglio più mangiare le persone, mi serve solo un abbraccio”. La ragazza l’abbracciò e tutti furono felici. Poi fu il turno del garzone, la donna disse le stesse cose e chiese un altro abbraccio e così anche il garzone l’abbracciò forte. Infine toccava al fruttivendolo. Inizialmente l’uomo lanciò la palla alla signora e con il corpo teso come una molla fece un passo indietro. Tutti allora dissero “abbraccia la signora, ormai è buona, non mangerà più nessuno”. L’uomo con evidente titubanza e scarso controllo dei nervi si avvicinò alla signora, le mise le braccia al collo e…. zac,  quella cannibale insaziabile lo stese sul tavolo delle torture e ricominciò col suo delirio: con le cosce ci faccio uno stufato, il sederino lo uso per fare un prosciutto stagionato e il naso lo mangio col pinzimonio.
Le ultime parole dell’uomo furono “zia ti prego, ora facciamo un altro gioco?!”
L'illustrazione è di mio, sempre ed incredibilmente, fratello Andrea Giacomantonio. 



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