lunedì 19 maggio 2014

Secondo -e non so se ultimo- numero de “Il gazzettino di casa”, Scolopendra editore.

Politica interna
La primavera alle porte ha spinto il capo supremo di questa casa (cioè io) a farsi prendere da una smania vegetativa senza eguali. Gerani, buganville, gelsomini, menta, basilico, gazanie, azalee e dalie ricoprono la maggior parte della superficie calpestabile del terrazzo. Fra qualche giorno coadiuvati da un machete ritroveremo il tavolo e le sedie e forse potremo anche mangiare all'aperto, sempre se nel frattempo un branco di scimmie bonobo non avrà preso il pieno possesso della terrazza praticando sesso in ogni anfratto.
Grazie alla frenesia del capo supremo si è così aperta la quarta edizione di “tengo il terrazzo più bello del tuo”,  famosissima gara di terrazze fiorite. A gareggiare siamo noi, quelli di fronte a noi e quelli dal lato destro accanto a noi, ovviamente tutti i concorrenti ne sono all'oscuro, tranne noi. Quest’anno li stracciamo tutti.
Sul versante economico sono stati fatti grossi passi in avanti, verso una più matura consapevolezza dell’esistenza: la rata del condominio è scaduta il 20 aprile, prima o poi andrà pagata, ne siamo consapevoli.
Con un avviso della CIE (confederazione ilariana degli elettrodomestici) sono venuta a conoscenza che la macchina da cucire si è definitivamente rotta. Dopo innumerevoli e caotiche frasi ricche di oscenità e parolacce, stamane ho cucito a mano ciò che avrei voluto cucire a macchina: l’orlo di una tenda e quello di una tovaglia da tavola.
A quanto pare anche il pc mi sta abbandonando, me ne sono resa conto ieri,  quando M mi ha detto che quella schermata blu apparsa improvvisamente sul mio schermo si chiama in gergo “the blu screen of death”. Una frase del genere non promette nulla di buono.
Lavoro
Venerdì scorso ho finalmente potuto costatare in prima persona com'è rapportarsi con un essere umano fatto di anfetamine. Un signore voleva che gli facessi fare un paralume di seta cucito a mano ma voleva spendere due lire. Mentre mi spiegava affannosamente la sua idea di artigianato low cost, ecco cosa avevo davanti ai miei occhi: l’uomo digrignava i denti come un ossesso, aveva lo sguardo alienato supportato da pupille evidentemente dilatate  e notavo un’eccessiva e inspiegabile sudorazione alle sue mani. Quando gli ho detto il prezzo è fuggito via come se nelle mie parole fosse nascosto un verso satanico.
Cronaca
I pesci macrocefali di mio fratello sono morti il giorno dopo che li ha comprati. Oltre ai pesci aveva anche acquistato: un vaso di vetro grande, una pianta acquatica per l’habitat, sassolini e un barattolo di mangime.
AAA
Regaliamo vaso di vetro grande per pesci vivi corredato da pianta acquatica, sassolini e un barattolo di mangime.
Cultura
È finalmente uscito l’ultimo lavoro dei Moheir, “A rough soundtrack”.
In esclusiva l’intervista con uno dei membri della band, Marcello Gagliastro.
Ci parli brevemente del vostro ultimo disco.
“A rough soundtrack” è un gran bel disco.
Può essere un po’ più preciso?
Certo, il disco è veramente bello e poi mi hai detto di essere breve, quindi posso dire soltanto che il disco è troppo bello. Va bene così?
Ringraziamo Marcello Gagliastro per la disponibilità e la simpatia.
La copertina del disco è di mio, sempre e musicalmente, fratello Andrea Giacomantonio. 



lunedì 12 maggio 2014

La Cannibale

Oggi ho giocato per tutto il pomeriggio con il mio nipote numero due (ha tre anni).
Il nostro gioco era questo: io ero una signora tutta sola che abitava in una casa molto lontana (la casa era una panchina in giardino), lui era il proprietario di un’ortofrutta e M era il suo garzone (la loro bottega era la panchina di fronte alla mia, sempre in giardino). Il mio personaggio aveva sfaccettare alquanto inquietanti, nonostante avesse una grande passione per la frutta e la verdura aveva anche una grande passione per la carne, carne umana, nella fattispecie carne di essere umano molto piccolo e tenero.
Ogni mattina il mio personaggio andava a fare la spesa nel loro negozio e poi con una scusa o con un'altra rapiva il titolare, lo portava a casa sua, lo stendeva sul piano della sua macelleria personale ed iniziava ad elencare varie leccornie che avrebbe preparato con quel corpicino succulento.
 Un giorno avrebbe voluto preparare orecchie in salmì, un altro giorno cosciotto con funghi trifolati, poi col pancino avrebbe fatto polpette da servire con patate novelle. Però poi inevitabilmente arrivava sempre il garzone (M), si riprendeva l’ortolano e come un eroe d’altri tempi gli salvava la vita.
Un bel giorno però il proprietario dell’ortofrutta si fece furbo, finse che la bottega era chiusa, si nascose dietro un vaso di fiori, urlò da dietro il suo fittizio banco “oggi non c’è frutta, non ci sono verdure, vai via brutta signora” e quindi la signora indispettita andò a servirsi in un altro negozio.
L’atro negozio era gestito da una ragazza (mia sorella) che appena vide la signora (quindi me) si mise subito a disposizione, addirittura volle portare la sporta della spesa sin alla lontanissima casa della signora. Una volta lì, la donna la tramortì con un colpo e la distese sopra il suo banco da lavoro. Anche se la ragazza non era poi così tenera, decise comunque di mangiarla tutta. Impossibile stabilire come, ma l’uomo dell’ortofrutta e il garzone se ne accorsero e subito andarono a salvare la ragazza.
Il giorno appresso la signora ritornò al negozio di verdura del piccolo uomo e del suo garzone fingendosi costernata e dispiaciuta per l’accaduto e poi dopo aver comprato qualche limone ed un ananas, col suo fare da ammaliatrice esperta, ingannò il garzone proponendogli una visita al suo personale museo di statue di caramelle gelatinose. Il garzone non se lo fece ripetere due volte che si accodò alla signora e la seguì fino alla lontanissima casa.  Ovviamente appena varcata la porta dell’edificio, la signora con un colpo di karate stordì il garzone, lo legò sul tavolaccio da macellaio e iniziò la solita solfa: le cosce le avrebbe fatte al forno con pomodorini e olive, con la trippa ci avrebbe fatto un bel sugo per la pasta e lo stinco lo avrebbe fatto arrosto con due peperoni croccanti. Manco aveva iniziato a tagliuzzare il garzone che subito irruppero nella dimora sia il proprietario dell’ortofrutta che la ragazza (ormai erano diventati amici, lavoravano assieme) e salvarono la vita a quel fesso.
Non c’era più niente da fare, ormai tutti nel villaggio conoscevano le strane abitudini della signora, nessuno si fidava più di lei, o moriva di fame o era meglio se diventava vegetariana.
Colta dallo sconforto iniziò a piangere. Pianse per ore ed ore e tra un singhiozzo e l’altro diceva “Oddio sono  rimasta da sola, nessuno mi vuole, non ho amici, come mi sento sola.”
Il fruttivendolo, la ragazza e il garzone, viste le lacrime della signora decisero di farle visita, di offrirle dei doni e anche la loro amicizia, in fondo era soltanto un povero essere umano con un leggero problema di cannibalismo e di sdoppiamento di personalità , ma per tutti c’è speranza.
Arrivarono a casa sua come i re magi: la ragazza portava un po’ di cioccolato, il garzone portava una macchinina telecomandata e il fruttivendolo portava una palla.
La ragazza si fece avanti col cioccolato, la signora lo assaggiò e disse “che brava ragazza, scusa se ti ho rapita, ora non voglio più mangiare le persone, mi serve solo un abbraccio”. La ragazza l’abbracciò e tutti furono felici. Poi fu il turno del garzone, la donna disse le stesse cose e chiese un altro abbraccio e così anche il garzone l’abbracciò forte. Infine toccava al fruttivendolo. Inizialmente l’uomo lanciò la palla alla signora e con il corpo teso come una molla fece un passo indietro. Tutti allora dissero “abbraccia la signora, ormai è buona, non mangerà più nessuno”. L’uomo con evidente titubanza e scarso controllo dei nervi si avvicinò alla signora, le mise le braccia al collo e…. zac,  quella cannibale insaziabile lo stese sul tavolo delle torture e ricominciò col suo delirio: con le cosce ci faccio uno stufato, il sederino lo uso per fare un prosciutto stagionato e il naso lo mangio col pinzimonio.
Le ultime parole dell’uomo furono “zia ti prego, ora facciamo un altro gioco?!”
L'illustrazione è di mio, sempre ed incredibilmente, fratello Andrea Giacomantonio. 



lunedì 5 maggio 2014

Treno fantasma

Quando viaggio in treno solitamente sto ben attenta a non parlare con nessuno. Non mi va, parlo con gente sconosciuta tutti i giorni della mia vita e nei momenti in cui posso evitare, lo faccio volentieri. Tengo sempre lo sguardo basso, leggo, guardo film sul computer, dormo, penso agli affari miei, scrivo, faccio parole crociate che regolarmente sbaglio, mi invento qualsiasi cosa ma non voglio parlare con nessuno.
Se qualche viaggiatore mi pone una domanda  rispondo a monosillabi ed evito dopo la domanda di incrociare lo sguardo di chi mi ha parlato, in sostanza sembro proprio una stronza e forse lo sono ma il viaggio per me è un momento di intimità cosmica.  Ho imparato che le frasi per attaccare discorso sono “ma il treno è in ritardo?”, “lei dove scende?”, “ha visto che brutta giornata”, “questi treni del sud fanno schifo”, “non capisco perché non accendano l’aria condizionata”, “non capisco perché non spengano l’aria condizionata” e così via. Le mie risposte sono sempre “non saprei, a Roma, si, si, è vero, è vero”.
Venerdì scorso ho preso il treno per tornare a Roma alle 8 e mezza del mattino, ero depressa, insonnolita, avvilita, triste. Il giorno prima ero al porto a bere caffè e a fare gradevoli chiacchiere con gli amici sotto un caldo sole di maggio. La mattina seguente, avevo in me una serie di sentimenti malati per cui il mio progetto ultimo era quello di salire in treno, sedermi nel mio posticino e dormire fino a Roma. Il sonno di solito mi fa guarire da ogni tipo di sconforto. Mi alieno in un sogno e passa la paura.
Premetto che essendo io una persona piuttosto organizzata, anche per piccoli spostamenti ho sempre con me un kit da viaggio accuratissimo. Una bottiglietta d’acqua, un pacchetto di cracker, un analgesico per mal di testa improvvisi, qualche cerotto dovessi ferirmi gravemente, un assorbente, un coltellino svizzero, salviettine umidificate, più di una sciarpa, e ovviamente una confezione di fazzolettini di carta.
Indovinate un po’ cosa non avevo appresso venerdì mattina? I benedetti kleenex.
Sono salita sul treno, mi sono seduta e appena 5 minuti dopo l’inizio del viaggio (quindi nemmeno a Sapri), ha iniziato a colarmi il naso. Sedute di fronte a me avevo una mamma e una figlia e con estrema gentilezza ho pronunciato le seguenti parole “scusate, avete per caso un fazzoletto?” e…non l’avessi mai fatto!
Per le 4 ore e mezza successive la signora non ha smesso mai, e dico mai, di parlare. Mi ha raccontato tutta la storia della sua vita, del sue ex marito e dei suoi figli, dei suoi genitori e pure quella di suo fratello e di sua cognata. Un’odissea iniziata in Calabria, passata per la Toscana e approdata in fine in Sardegna. Una rocambolesca storia di tradimenti, lavori, soldi, affetti, amicizie, problemi irrisolti, sbagli del passato, progetti per il futuro, male lingue, pettegolezzi, battute a sfondo sessuale, calcio, ricette culinarie, programmi tv e domande a profusione.
Ed io lì, in quel treno fantasma schiaffeggiata dal un violento turbinio di parole cercavo con la mente una morte imminente e priva di dolore.
Quando sono scesa dal treno, in mezzo alla calca di gente della stazione Termini, la signora mi ha urlato “sono su facebook, chiedimi l’amicizia, mi chiamo Graziella Bianchi”.

Il nome è ovviamente di fantasia.
L'illustrazione è di mio, sempre e fantomaticamente, fratello Andrea Giacomantonio.