lunedì 10 marzo 2014

La solitudine delle figure di merda

-Appena scesa dal motorino mi sono tolta il casco e poi una specie di calza-passamontagna che porto sotto il casco e mi sono sentita -come sempre- di avere dei capelli tremendi.
Mi sono avvicinata ad un’auto posteggiata affianco al motorino, mi sono messa di fronte ad uno dei finestrini per usarlo come specchio ed ho iniziato a sistemarmi. Prima i capelli, poi già che c’ero un po’ il trucco e ovviamente ho iniziato a fare delle espressioni ammiccanti. Direi che era uno specchio perfetto, con quel tanto di luce solare riflessa da non far trasparire imperfezioni. Una volta finito il mio rituale di pura vanità mi sono accorta che dentro quella stessa macchina c’era un uomo che mi osservava divertito e io non l’avevo proprio visto. Cosa avrei dovuto fare a quel punto? Scappare e non voltarmi indietro? Sperare che si aprisse la terra sotto i miei piedi e sparire nelle viscere del pianeta? Chiedere scusa per l’uso dello specchio improvvisato? Farmi una bella risata assieme all'osservatore nell'abitacolo?
Nulla di tutto ciò. Ho fatto finta di niente, mi sono rimessa a posto un ciuffo ribelle dietro l’orecchio e me ne sono andata con la morte nel cuore.
-Parlavo al telefono con mia madre, ero fuori dal negozio e chiacchieravamo del più e del meno, c’era un sacco di gente alla fermata dell’autobus, per cui credo che qualcuno anche senza intenzione stesse lì ad ascoltare la mia conversazione. Non so bene a quale punto della telefonata mi sono accorta di star parlando da sola perché la linea era caduta. Cosa avreste fatto voi a quel punto? Avreste smesso di parlare e magari avreste riprovato a chiamare, oppure, poiché non era una telefonata importante avreste rimesso il cellulare in tasca e avreste fatto altre cose. Io invece, pur di non fare accorgere alla gente che stavo in realtà parlando da sola da chissà quanto tempo, ho continuato a fare una finta telefonata. Ho terminato quello che stavo dicendo, ho fatto finta di rispondere ad una domande irreale, ho salutato mia mamma e sono rientrata a negozio.
-Camminavo spedita sul marciapiede per andare al bar. Procedevo inesorabile e sciolta già assaporando il dolce e delizioso sapore del mio amato caffè ma non so come mi si è piegata la caviglia destra e stavo per sfracellarmi al suolo. Stavo per, sia ben chiaro, perché io sono professionista delle cadute, mi sono solo leggermente accasciata in terra, e una volta lì, sul suolo, quando tutti quelli che passavano si erano voltati per vedere la sottoscritta in un’ innaturale posizione, ho fatto finta di allacciarmi una scarpa. Era chiaro al mondo intero che stavo per cadere malamente, ma mai e poi mai avrei dato la soddisfazione a qualcuno di dovermi aiutare a rialzarmi e di dover poi spiegare di essere inciampata nel nulla.
-Nello stesso bar del caffè di prima, sono andata sabato mattina con mio nipote numero due, il quale appena entrati ha detto ad alta voce “zia, questo bar è bruttissimo, portami a quello dove ci sono i dolci, quello è più bello, questo non mi piace per niente”. Io ho l’ho guardato di sbieco e ho sussurrato “bevo il caffè e poi andiamo” e lui ha risposto “ perché non ti porti la tazzina nell'altro bar e il caffè non lo bevi lì?” Non ho più parlato mi sono girata dall'altra parte e ho fatto finta di conoscerlo. 
Titolo dell'opera "Donna fluttuante su buccia di banana" di mio, sempre ed inevitabilmente, fratello Andrea Giacomantonio.

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