lunedì 24 marzo 2014

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Centoquarantanove sono le volte che ho visitato questo posto e sono le volte che da questo posto sono andata via.
Non ho mai incontrato nessuno qui, ho solo intuito presenze.
In questo luogo non abita nessuno, è una landa desolata fatta di numeri ed equazioni, di algoritmi, schemi complicati e lettere, però si sta bene.
Lo spazio siderale ti accoglie, modella i pensieri e ti svuota e non c’è nulla di più bello che sentirsi completamente vuoti.
Il corpo si smembra in milioni di atomi e si trasforma in un eco profondo e lontano che poi si perde e non c’è cosa più bella che sentirsi irrimediabilmente persi.
Il grande buco nero che ti risucchia come un vulcano spento da millenni ti sbatte in faccia una solitudine mai sentita, un abbandono che ti lacera l’anima e non c’è cosa più bella che sentirsi spaventosamente soli.
Stando qui l’occhio si abitua a vedere nel buio e così puoi scorgere piccoli bagliori e scintille fluorescenti, ma non si lasciano toccare, non si toccano le parole, i numeri e le linee e non si leggono neppure, qui ci si sente impotenti.
In questo recesso lontano dal tempo e dal suono io ci sto bene ma non mi è permesso di restarci.
Sono centoquarantanove volte che tento di restare e centoquarantanove volte che in un modo o nell'altro sono costretta ad andare via e questo è un vero peccato!


Non credo di avervi strappato nemmeno un sorriso questo lunedì, però volevo festeggiare a modo mio il mio centoquarantanovesimo post!







L’illustrazione è di mio, sempre e biologicamente, fratello Andrea Giacomantonio.

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