lunedì 31 marzo 2014

Dalle pagine del libro “ Una vita passata a non capire niente” di Ilaria Giacomantonio, Roma, Scolopendra editore, 2014.

Giunsero infine nella stanza che accoglieva gelosa le opere di Raffaello Sanzio.
Turisti da ogni parte del mondo si accalcavano curiosi su tutti i quadri esposti, gli operatori del museo si aggiravano guardinghi tra la gente al fine di cogliere qualche scellerato con una macchina fotografica e fargli una mega cazziata.
Ma perché poi fotografare un quadro? Che senso ha? Lo stesso quadro lo trovi su un milione di libri, su internet, sulle cartoline. Veramente ci si può convincere che una foto scattata con un telefonino fetente sia migliore di qualsiasi altra foto in circolazione? Oppure ci si vuol far belli con gli amici mostrando loro la foto di un’opera d’arte?  E poi un amico cosa dovrebbe dire “uh guarda un po’, la primavera di Botticelli, non l’avevo mai vista”. O anche, il turista medio è masochista, gli piace farsi trattare malissimo dai custodi.
In mezzo ai turisti, una miriade di scolaresche. Ragazzini sudati, brufolosi e puzzolenti che vorrebbero trovarsi ovunque tranne che lì, che pagherebbero un altro biglietto pur di essere buttati fuori dal museo o che preferirebbero trovarsi in una camera anecoica a farsi succhiare il cervello dal silenzio assoluto. E ti accorgi, osservandoli, che il loro sguardo va oltre la tela, oltre il muro cui è appesa, oltre l’edificio che li ospita, loro guardano oltre, loro sono già fuori.
Le due amiche camminavano lente tra i dipinti, una con un’audio guida in mano e l’altra con l’audio guida nelle orecchie. Giunte al cospetto della “Madonna del cardellino” di Raffaello, una di loro schiacciò il tasto play del marchingegno e iniziarono ad ascoltare la descrizione breve e concisa dell’opera.
“ Opera 127, -Madonna del cardellino- di Raffaello Sanzio, databile al 1506 circa.
L’opera raffigura la Madonna, san Giovanni e Gesù. Mentre la Madonna legge un libro, san Giovanni e Gesù giocano con un cardellino, questo lascia intendere la sua futura passione”.
Ad una delle due si aprì un mondo, mai aveva immaginato che Gesù avesse una passione per i cardellini, mai aveva immaginato un Cristo ornitologo, mai, fra le tante peculiarità di Gesù, aveva incluso l’hobby per gli uccellini. Così iniziò a fantasticare, immaginando Gesù a Nazaret tutto preso dalla sua voliera piena zeppa di cardellini, che tra un miracolo e l’altro si svagasse ascoltando il canto dei suoi uccellini. Il salvatore del mondo oltre che prendersi cura di tutti gli uomini, dava da mangiare e da bere anche alle sue creaturine piumose. Per la prima volta immaginò un Cristo gioioso e spensierato, un uomo come un altro, con un grande amore per i cardellini.
I suoi pensieri presero vita e così dopo aver osservato estasiata il quadro, disse all'amica “ non sapevo proprio che Gesù avesse questa grande passione per i cardellini, è una cosa bellissima!”
L’amica rispose “Ma che hai capito, il cardellino è il SIMBOLO della passione di Cristo, non la passione di Cristo, e per passione s’intende agonia e sofferenza”. 

L'illustrazione è di mio, sempre e appassionatamente, fratello Andrea Gicomantonio.

lunedì 24 marzo 2014

149

Centoquarantanove sono le volte che ho visitato questo posto e sono le volte che da questo posto sono andata via.
Non ho mai incontrato nessuno qui, ho solo intuito presenze.
In questo luogo non abita nessuno, è una landa desolata fatta di numeri ed equazioni, di algoritmi, schemi complicati e lettere, però si sta bene.
Lo spazio siderale ti accoglie, modella i pensieri e ti svuota e non c’è nulla di più bello che sentirsi completamente vuoti.
Il corpo si smembra in milioni di atomi e si trasforma in un eco profondo e lontano che poi si perde e non c’è cosa più bella che sentirsi irrimediabilmente persi.
Il grande buco nero che ti risucchia come un vulcano spento da millenni ti sbatte in faccia una solitudine mai sentita, un abbandono che ti lacera l’anima e non c’è cosa più bella che sentirsi spaventosamente soli.
Stando qui l’occhio si abitua a vedere nel buio e così puoi scorgere piccoli bagliori e scintille fluorescenti, ma non si lasciano toccare, non si toccano le parole, i numeri e le linee e non si leggono neppure, qui ci si sente impotenti.
In questo recesso lontano dal tempo e dal suono io ci sto bene ma non mi è permesso di restarci.
Sono centoquarantanove volte che tento di restare e centoquarantanove volte che in un modo o nell'altro sono costretta ad andare via e questo è un vero peccato!


Non credo di avervi strappato nemmeno un sorriso questo lunedì, però volevo festeggiare a modo mio il mio centoquarantanovesimo post!







L’illustrazione è di mio, sempre e biologicamente, fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 17 marzo 2014

Lost control

Venerdì pomeriggio alle ore 17 e 30 ho perso il controllo.
L’ho perso sotto quintali e quintali di pessima educazione, sotto una montagna di rabbia e irrazionalità, smarrito nei fitti boschi dell’insofferenza, l’ho perso e per ben 5 minuti della mia vita non ho fatto niente per ritrovarlo e di questo ne vado estremamente fiera.
Ecco cosa è successo.
Ha aperto la porta  del negozio una signora di chiara estrazione alto borghese abbastanza al di là con gli anni e dopo aver sceso le scale con una certa riluttanza ha urlato: signorinaaaa, quanto viene quella camicia grigia che è in vetrina?”
A dir la verità le vetrine le creo io e più di una volta mi è capitato di dimenticare cosa ci avevo messo dentro, quindi, con estrema educazione ho detto alla signora “esco un attimo e vado a vedere perché non ricordo di una camicia grigia”.
Mentre salivo le scale ho sentito la signora borbottare “ma guarda questa, manco ricorda che c’è in vetrina, andiamo bene”.
 Ho fatto finta di non sentire, però il pensiero mi è andato ai filippini che lavoravano per lei, perché di sicuro aveva due poveracci schiavizzati e mi sono detta “se tratta così male me, pensa a quelli sotto il suo comando”.
 Sono uscita per strada e ho detto “guardi signora, che la camicia che ha visto non è grigia, è bianca”.
“Ma santo iddio, come fa a non vedere una camicia grigia con il colletto bianco, ma come  è possibile?”
A questo punto, alle ore 17 e 30, ho perso il controllo.
Sono scesa giù per le scale, mi sono avvicinata cautamente alla signora e ho ribattuto “ la camicia in vetrina è bianca e le consiglio di non alterarsi perché non ne vedo proprio il motivo”.
Credevo sinceramente di averla messa a posto, di aver messo fine a quella sceneggiata grottesca e cafona, di aver ristabilito un ordine di rispetto reciproco in questo cosmo così grande e tremendamente faticoso. Invece nulla di tutto ciò e non paga della strigliata ha continuato col suo fare incazzoso  “Senta signorina, non mi faccia perdere la pazienza, non sa che vita ho io, ci mancava solo lei che non capisce le cose che le si chiedono”.
Allora abbastanza fuori dai gangheri ho detto “ cara signora, è lei che non ha idea della vita che faccio io, soprattutto in questo momento e ora per piacere mi segua, andiamo davanti alla vetrina e vediamo un po’ di che colore è questa benedetta camicia”.
“ah, ecco e adesso mi fa anche rifare le scale”.
“A meno che lei non voglia restare qui dentro tutto il giorno, la prego di uscire con me”.
Giunte sul marciapiede, di fronte la vetrina, ho chiesto con calma e gesso “mi dica per piacere di che colore è la camicia”
“è grigia con il colletto bianco”
“ora, cortesemente, si tolga dal naso quegli occhiali fumé che indossa e mi ridica di che colore è la camicia”
“è bianca”
Com'è dolce il sapore della vittoria.
L'illustrazione è di mio, sempre e inevitabilmente, fratello Andrea Giacomantonio.


lunedì 10 marzo 2014

La solitudine delle figure di merda

-Appena scesa dal motorino mi sono tolta il casco e poi una specie di calza-passamontagna che porto sotto il casco e mi sono sentita -come sempre- di avere dei capelli tremendi.
Mi sono avvicinata ad un’auto posteggiata affianco al motorino, mi sono messa di fronte ad uno dei finestrini per usarlo come specchio ed ho iniziato a sistemarmi. Prima i capelli, poi già che c’ero un po’ il trucco e ovviamente ho iniziato a fare delle espressioni ammiccanti. Direi che era uno specchio perfetto, con quel tanto di luce solare riflessa da non far trasparire imperfezioni. Una volta finito il mio rituale di pura vanità mi sono accorta che dentro quella stessa macchina c’era un uomo che mi osservava divertito e io non l’avevo proprio visto. Cosa avrei dovuto fare a quel punto? Scappare e non voltarmi indietro? Sperare che si aprisse la terra sotto i miei piedi e sparire nelle viscere del pianeta? Chiedere scusa per l’uso dello specchio improvvisato? Farmi una bella risata assieme all'osservatore nell'abitacolo?
Nulla di tutto ciò. Ho fatto finta di niente, mi sono rimessa a posto un ciuffo ribelle dietro l’orecchio e me ne sono andata con la morte nel cuore.
-Parlavo al telefono con mia madre, ero fuori dal negozio e chiacchieravamo del più e del meno, c’era un sacco di gente alla fermata dell’autobus, per cui credo che qualcuno anche senza intenzione stesse lì ad ascoltare la mia conversazione. Non so bene a quale punto della telefonata mi sono accorta di star parlando da sola perché la linea era caduta. Cosa avreste fatto voi a quel punto? Avreste smesso di parlare e magari avreste riprovato a chiamare, oppure, poiché non era una telefonata importante avreste rimesso il cellulare in tasca e avreste fatto altre cose. Io invece, pur di non fare accorgere alla gente che stavo in realtà parlando da sola da chissà quanto tempo, ho continuato a fare una finta telefonata. Ho terminato quello che stavo dicendo, ho fatto finta di rispondere ad una domande irreale, ho salutato mia mamma e sono rientrata a negozio.
-Camminavo spedita sul marciapiede per andare al bar. Procedevo inesorabile e sciolta già assaporando il dolce e delizioso sapore del mio amato caffè ma non so come mi si è piegata la caviglia destra e stavo per sfracellarmi al suolo. Stavo per, sia ben chiaro, perché io sono professionista delle cadute, mi sono solo leggermente accasciata in terra, e una volta lì, sul suolo, quando tutti quelli che passavano si erano voltati per vedere la sottoscritta in un’ innaturale posizione, ho fatto finta di allacciarmi una scarpa. Era chiaro al mondo intero che stavo per cadere malamente, ma mai e poi mai avrei dato la soddisfazione a qualcuno di dovermi aiutare a rialzarmi e di dover poi spiegare di essere inciampata nel nulla.
-Nello stesso bar del caffè di prima, sono andata sabato mattina con mio nipote numero due, il quale appena entrati ha detto ad alta voce “zia, questo bar è bruttissimo, portami a quello dove ci sono i dolci, quello è più bello, questo non mi piace per niente”. Io ho l’ho guardato di sbieco e ho sussurrato “bevo il caffè e poi andiamo” e lui ha risposto “ perché non ti porti la tazzina nell'altro bar e il caffè non lo bevi lì?” Non ho più parlato mi sono girata dall'altra parte e ho fatto finta di conoscerlo. 
Titolo dell'opera "Donna fluttuante su buccia di banana" di mio, sempre ed inevitabilmente, fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 3 marzo 2014

FUMO

Nel pomeriggio dopo aver pranzato fumo sempre una sigaretta davanti alla porta del negozio e per dar un po’ di scariche intellettive al cervello, osservo la gente che passa. Cerco di origliare i discorsi che fanno le persone che passeggiano, studio quelli che aspettano l’autobus, guardo persino quelli in macchina fermi al semaforo. Questa cosa mi rilassa tantissimo e non so perché.
Sono sicura peraltro che la gente guardandomi pensi che io sia persa in qualche mio personalissimo pensiero che riguardi la mia vita privata, quando invece mi sto facendo i fatti di tutti quelli che mi stanno in torno, osservo tutti e in più, non contenta, immagino anche come possano essere le loro vite. Un po’ mi sento in colpa, però è più forte di me, non posso non farlo.
Non ho potuto, per esempio, non origliare la telefonata di quella donna alla fermata dell’autobus che diceva alla sua amica “guarda mi sento malissimo, ho il raffreddore e forse anche la febbre, ma tu lo sai come sono io, non prendo medicine, sono veleno, aspetto che tutto passi da sé”. Il discorso non faceva una piega, anche se io personalmente ripongo tutta la mia fiducia nei farmaci, comunque la donna che diceva queste cose non aveva un centimetro del suo viso senza una bella dose di botulino. Le labbra, gli zigomi, gli occhi, il mento, il collo, tutto gonfissimo e posticcio. Mi sono quindi chiesta: se nella scala dei valori della suddetta signora un’aspirina è veleno, il botox che cosa è?
Oppure non ho potuto non osservare quella giovane coppia dove sia lui che lei erano bellissimi, altissimi, biondissimi e magrissimi. E già me li immaginavo nella loro fattoria in Norvegia su un fiordo in mezzo al nulla che pascolavano le loro pecorelle e la sera davanti al fuoco spazzolavano il loro pastore maremmano e poi mangiavano pane e burro e ascoltavano un disco dei Sigur Ros.
Ovviamente il pensiero che potessero essere due stronzi psicopatici, magari fratello e sorella soggiogati dall'incesto e dediti al cannibalismo non mi ha sfiorato per niente, quando vedo due belli penso sempre a cose positive, sono una ragazza romantica! 
Ma tra una fantasia e l’altra capita pure che mi faccia un sacco di risate, per esempio quando facevo due chiacchiere con un vecchino gentilissimo che conosco da tanti anni che ha una cagnetta che si chiama Nina e che è talmente autonoma ed intelligente che va sempre in giro senza guinzaglio. Capitò però qualche mese fa che una signora, che passeggiava spedita sul marciapiede si fermò davanti al negozio, vide Nina senza guinzaglio accanto al suo padrone e disse “i cani devono avere il guinzaglio, sempre” e lo disse con una tale rabbia e con un viso così schifato che il vecchino (ripeto, gentilissimo) le rispose “Signora, ma vaffanculo”. Lo sentirono tutti, ma proprio tutti e lo sentì soprattutto la signora, credo di non aver mai visto una persona così basita in vita mia.
Infine, proprio mercoledì scorso, stavo fumando una sigaretta con la mia amica Magda, quando è passata una signora che spingeva un passeggino vuoto. Non c’era nulla di anormale, era ovvio che la donna stesse andando a recuperare il bambino da qualche parte, forse a scuola, forse a casa dei nonni, ma chissà perché siamo state rapite dalla stessa fantasia malata: secondo noi la donna spingeva un carrozzino con un bimbo immaginario. La domanda che si è fatta Magda è stata “chissà se sta pensando a cosa pensa la gente di lei che spinge un passeggino vuoto” , un’ottima domanda direi, una domanda lucida e da professionale, invece  la mia è stata “chissà a cosa sta pensando il bambino immaginario”,  ho sempre avuto un debole per gli inesistenti.
L'illustrazione è di mio, sempre ed inevitabilmente, fratello Andrea Giacomantonio.