lunedì 29 dicembre 2014

Rocket wo(man)

È successo tutto in un attimo, all'improvviso. Uno spavento che mi ha tolto il respiro, una paura tale da paralizzarmi, il terrore che tutto in quel giorno potesse cambiare definitivamente, ovviamente in peggio!
Erano le 11 circa del mattino, il Natale alle porte, il lavoro degli ultimi giorni faticoso e impegnativo, stavo già facendo pacchetti regalo e nel frattempo ancora mezza addormenta pensavo ad una bella tazza di caldo caffè.
Ero serena, dopotutto mancavano 3 giorni al 24 e poi via: treno, cibo, camino, cani e famiglia. Ero troppo serena, qualcosa di stravagante e pericoloso dovevo aspettarmelo, lo so, va sempre così, quando il creato è così calmo qualche cosa di oscuro trama alle mie spalle.
Come dicevo, ero al mio tavolo a fare pacchetti, la mia postazione è al lato destro scendendo le scale del negozio, generalmente mi sistemo di modo da poter controllare chi entra e chi esce dalla porta.
Ad un certo punto ho visto con i miei occhi (e non solo i miei visto che dentro c’era altra gente) un corpo di fattezze umanoidi lanciarsi a razzo dalla porta d’ingresso su tutto ciò che c’era in mezzo alla sala. Quando dico lanciarsi intendo proprio lanciarsi. Il corpo si è introdotto nel negozio come se fosse stato un delfino che si lancia tra le onde, aveva la stessa aerodinamicità di un missile terra-aria,una cosa mai vista.
Ho visto questa grossa “cosa” disintegrarsi su: un caminetto di cartapesta con sopra candelieri di ceramica, candele, fiori, stelle di natale, angeli, renne, piatti, vasi di ogni genere. Dietro il caminetto di carta pesta c’era un grande scrittoio in legno con sopra: un albero di natale completamente addobbato, una serie di piccoli mobili ed un’infinità di oggettini di ogni sorta. Affianco al camino ed allo scrittoio, un manichino vestito a festa con tanto di gilet peloso.
Tutto ciò che ho appena elencato è stato distrutto e demolito dalla potenza di un corpo schiantatocisi sopra. Sembrava che nel negozio fosse esplosa una bomba.
Ma cosa cazzo era successo, ma chi diavolo era quel malato di mente che mi voleva distruggere il negozio in un modo anche piuttosto assurdo?
Subito dopo lo schianto il corpo è rimasto inerte su pavimento. Era una donna, la DONNA RAZZO.
Sulla sessantina, di corporatura media, vestita bene, insomma non sembrava una senzatetto che in preda all'alcol era finita per chissà quale motivo mezza morta nel negozio.
Tutte le persone presenti nel negozio hanno iniziato ad urlare “oddiooooo, oddiooo, è svenuta, oddiooo che schianto, s’è ammazzata, chiamate l’ambulanza, signoraaaa risponda, cosa è successo? sta male?  Per piacere, signora risponda. Prendete dell’acqua, oh madonna ha sbattuto con la faccia per terra, oddioooo”.
Io ero ancora al mio tavolo, paralizzata. Poi non so come il mio corpo si è avvicinato alla signora che giaceva per terra, immobile, inerte, morta?
Poi ho sentito una voce che usciva da me (ero io?) che diceva: “non la toccate, non alzatele gambe perché se ha avuto un problema cardiaco le potrebbe venire un infarto. Signora sto per chiamare un’ambulanza oppure se ci riesce mi dia il numero di qualche suo parente, mi dica se sente dolore da qualche parte, perché se non si è rotta nulla è stata fortunatissima”.
Poi è arrivata mia sorella che era in un’altra sala del negozio e si è precipitata fuori solo quando ha sentito il fracasso. Subito le ha preso il viso tra le mani e si è accorta che la signora aveva un occhio nero e un taglio sul labbro. Siamo andati a prendere il ghiaccio e una volta accertato che la signora non avesse nulla di rotto e che non aveva avuto un infarto, un ictus, un colpo apoplettico o cose del genere, l’abbiamo sollevata e fatta sedere. A quel punto è tornata in sé, non ha voluto un’ambulanza e nemmeno chiamare un parente, ha sorseggiato un bicchiere d’acqua ed ha a risposto alle nostre domande.
“signora, ma cosa è successo? Si è sentita male prima di entrare? Ha avuto un mancamento all'ingresso del negozio? È svenuta e poi precipitata?”
Nulla di tutto ciò, la risposta è stata “non so com'è successo, SONO SOLO INCIAMPATA”.
Ma porca miseria, ma come fai ad inciampare sul primo gradino e poi fiondarti all'interno come un elastico con una tale velocità? La signora, credetemi, non ha calpestato neanche un gradino dell’ingresso, manco uno, li ha sorvolati tutti e 5. E poi come fai a non mettere nemmeno una mano avanti per ripararti il viso e per frenare in qualche modo il corpo. È proprio un riflesso incondizionato dell’uomo, sopravvivere all'urto mettendo le mani avanti. Per questo motivo ero convinta che la signora si fosse sentita male proprio sulla soglia del negozio, perché qualsiasi persona al mondo cadendo, qualche arto per frenare la caduta lo avrebbe mosso. Che so, le braccia, le gambe, una torsione del busto, una cosa qualsiasi ma non l’immobilità statica della signora.
Quando l’ho vista spiaccicata a terra, ferma, ho sudato freddo. Un morto nel negozio non è una cosa esattamente piacevole da vedere, e francamente non è nemmeno così carino che una venga ad ammazzarsi nel negozio proprio qualche giorno prima di natale, periodo dell’anno in cui si lavora maggiormente. Va bene che siamo assicurati, ve bene che non avevamo alcuna colpa se la signora pensava al mondo di Papalla mentre scendeva i gradini, però se si era ammazzata, era veramente una cosa brutta. Per fortuna ad ostacolare la caduta c’era il camino di carta pesta fatto da mio fratello, che appunto essendo di carta un minimo ha attutito il botto ed ha fatto in modo che la signora non si schiantasse sullo scrittoio di legno. E poi, doppia fortuna, la signora ha sbattuto con la faccia proprio sul manichino vestito a festa col gilet di pelo, se invece fosse finita con il viso per terra come minimo si sarebbe disintegrata il naso.
Se l’è cavata con un occhio nero, un labbro rotto e qualche livido in giro per il corpo e uno spavento senza eguali. Dopo circa mezz'ora un po’ zoppicante e un po’ shoccata è voluta tornare a casa sua.
Sono stata tutto il giorno con i nervi a fior di pelle, con una crisi di pianto a stento trattenuta e con una voglia matta di tornare a casa e bere un whisky!
Però la sera prima di chiudere indovinate un po’ cosa è successo? La signora è tornata in negozio a dirci che stava bene, che era molto dispiaciuta e voleva anche sapere se doveva pagarci tutte le cose rotte dopo il suo ingresso trionfale. Ovviamente ho risposto di no, che non doveva preoccuparsi, che tutto è bene ciò che finisce bene e tutte scemità del genere. Francamente spero di non rivederla mai più, almeno non dentro il negozio.


L’illustrazione è di mio, sempre e trasversalmente, fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 15 dicembre 2014

Circoscrizione

Martedì scorso sono andata in circoscrizione a farmi rifare la carta d’identità, la mia è scaduta a fine novembre. Se non avessi un impegno improrogabile per cui la mia carta di identità è necessaria, avrei aspettato di tornare a Maratea e andare al comune e farmela rifare lì, perché sapevo ed ero certa che per espletare questa stupidissima pratica a Roma ci avrei messo un casino di tempo e sicuramente una buona dose di incazzatura, e infatti…
Sono arrivata in circoscrizione la mattina presto e sono subito andata allo sportello preposto per i documenti d’identità.
Poco prima che toccasse a me ho visto gironzolare per la sala una donna sulla cinquantina con indosso un maglione, un paio di calze velate e un paio di stivali. Tra il maglione e gli stivali vi erano solo le calze, non una gonna e nemmeno un pantalone e nella descrizione farò a meno di annoverare il viso carico di botulino. Mi sono chiesta allora come una donna potesse andare in giro in quelle condizioni e proprio mentre iniziavo a pormi altre domande attinenti all'abbigliamento  poco consono da indossare nel municipio della capitale è arrivato il mio turno e indovinate un po’ chi mi sono trovata davanti oltre il vetro dello sportello? La signora molto scoperta che avevo notato prima. Ecco ora a grandi linee la nostra conversazione:
signora “ciao, che devi fare?”
io “buongiorno, dovrei rifare la carta d’identità, però non sono residente a Roma”
signora “ah, mbè, mi sa che non lo puoi rifà qua, devi andà al tuo comune”
Notate bene il fatto che la signora impiegata del comune di Roma come prima cosa si è sentita in dovere di dirmi “ciao” e non “buongiorno” e poi inspiegabilmente ha avuto la necessità di darmi del tu, come se fossimo amiche, come se ci conoscessimo da lunga data, come se fossi una ragazzina che non ha idea di ciò che sta dicendo.
Io “senta, so che la carta d’identità può essere rilasciata ovunque in Italia, basta avere il nullaosta del comune di residenza, ne è a conoscenza?”
Signora “mbè, questo non lo so, mo chiedo, però me pare strano, secondo me non se po’ fa, e poi che è sto nullaosta?”.
Continuate cortesemente a notare che io seguitavo a darle del lei e lei seguitava a darmi del tu, poi, come se non bastasse ero io a dirle in che modo risolvere la questione.
Dopo qualche minuto e dopo qualche domanda ad altri colleghi, si è convinta a farmi riempire un modulo e poi a dirmi “senti, allora aspetto il nullaosta e poi ti chiamiamo noi, va bene?”
Cazzo, credetemi, ha detto quel “va bene” con un tono talmente antipatico che sembrava aver detto “hai rotto le scatole e ora hai voluto quello che volevi, ora sei contenta?”
È passata una settimana e dalla circoscrizione non ho avuto nessuna notizia, così stamattina ho chiamato al comune di Maratea e il gentilissimo impiegato mi ha detto che il nullaosta era partito immediatamente, il giorno stesso dalla richiesta, una settimana fa circa.
Allora sono andata in circoscrizione, ho rifatto la fila, ho visto che ad uno sportello c’era la signora dell’altra volta ed ho iniziato a sudare freddo, mi è salita un’incazzatura da premio nobel ed ho sperato e pregato che non capitassi con lei un’altra volta.
Preghiera esaudita, sono andata allo sportello dove c’era un’altra impiegata.
Ho spiegato la situazione, ho detto che il nullaosta era stato spedito e sentite un po’ qua: loro non lo avevano!
Ma come cazzo funzionano le cose? Mi veniva da piangere. Ho preso il mio telefono, ho richiamato al comune di Maratea ed ho detto all'impiegato che il nullaosta non c’era. Lui, zelante, ha ricontrollato tra le varie scartoffie e mi ha riconfermato che il nullaosta era partito.
A questo punto la cosa è diventata comica.
L’impiegata di Roma mi prende il telefonino dalle mani perché vuole parlare con l’impiegato di Maratea. Lui le dice che lo ha spedito via mail (credo che abbia detto tramite PEC, che non so cosa sia) lei risponde che i PEC sono tantissimi e non li aprono tutti i giorni (altra cosa che non ho capito, ma va bene così), lui le dice che questi documenti per legge devono essere mandati col PEC, lei risponde che lo sa, ma qui a Roma è molto complicato e allora gli chiede di mandare il nullaosta via fax, lui allora ribatte che il fax non funziona e che comunque per legge si DEVE usare questo benedettissimo PEC, lei allora non sapendo più che fare gli da lo stesso il numero del fax (anche se l’impiegato del comune di Maratea le ha appena detto che il fax non funziona), lo ringrazia con molta educazione, mi ridà il cellulare, prende il suo telefono, chiama al piano superiore, chiede di aprire i PEC, dopo un attimo scende un’altra impiegata con un foglio in mano e VIVA DIO in tre secondi mi hanno fatto la carta d’identità.
Questa città mi sta uccidendo.
Oggi mio, sempre e perpendicolarmente, fratello Andrea Giacomantonio è impegnato. Accontentiamoci della foto di una delle impiegate più famose d’Italia, la signorina Silvani.

lunedì 1 dicembre 2014

A fior di labbra

Venerdì pomeriggio mentre cercavo caparbiamente di far entrare su una superficie minuscola una quantità di oggetti enorme, una conversazione telefonica di una signora dentro al negozio ha captato la mia attenzione.
“Pronfo, si sciao, come ftai? Fi, tutto bene, scerto teforo, sci vediamo fstafera, Gigi viene anche lui? Beniffimo, sciao amore, sciao, sciao”.
Perché parlava in quel modo? Perché biascicava le parole? Era forse ubriaca? Era appena uscita dal dentista ed era ancora sotto l’effetto dell’anestesia? Ma no, nulla di tutto ciò. Quando si è voltata verso di me per chiedermi una cosa mi sono accorta del motivo del suo parlar strano. Aveva delle labbra così spropositatamente gonfie e turgide che non riusciva proprio a dire una parola in maniera normale.  Credetemi ero veramente imbarazzata, non sapevo dove spostare lo sguardo pur di non incrociare il suo volto ma credo nonostante tutto di aver fatto una discreta figura di merda, perché appena l’ho vista ho sgranato gli occhi.
Non era vecchia, ma nemmeno troppo giovane, aveva il viso così ritoccato che a occhio e croce poteva avere dai 35 ai 60 anni, un viso senza età, tutto tondo e levigato, anche gli occhi erano strani, uno in una posizione e l’altro in un’altra, non troppo però, quel che basta per notare un’asimmetria.
E poi era lucida, ma non sudata, era lucida come un mocassino di vernice, quel lucido che ti ci puoi specchiare. Ma le labbra, o mio dio quelle labbra, una cosa eccezionale.
Ora, servendomi di uno strumento scientifico, un metro da sarta, misurerò la mia bocca in orizzontale, praticamente da un angolo all'altro: risultato 5 cm. La donna in questione secondo me aveva una bocca il doppio della mia, sia in larghezza, sia in volume: risultato un buon 10 cm di fessura orale.
La domanda che mi sono posta là per là è stata: ma che ci fa una con una bocca così grande?
Poiché so a cosa state pensando e per evitare di usare un lessico improprio, vi anticipo.
Care donne con le bocche grandi tutte siliconate, qual è il vostro precipuo scopo? A chi dedicate questo sperpero di carne bitorzoluta? Quale sentimento avete intenzione di scatenare in un uomo? Perché è di questo che si parla, piacere agli uomini e dopo forse a se stesse. Io credo che un uomo medio vedendo una bocca del genere pensi ad una sola cosa: fellatio. Ed è per questo che ci si sottopone a trattamenti estetici ed a operazioni dolorose e perniciose? Per diventare dei meri mezzi per procurare piacere? Perché appena un uomo ci nota per strada ci associ ad un pompino? (m’è scappato, chiedo scusa). Dai, ragazze, possiamo ambire a qualcosina di più, vero?
E poi care donne di una certa età con la bocca di una bambola gonfiabile, ma veramente credete che un uomo medio se potesse scegliere tra la bocca di una ventenne e la vostra, sceglierebbe la vostra?
In sostanza fare ricorso alla chirurgia estetica (tette, culi, labbra, tiraggi vari e così via) ha un solo fine per la donna, essere o diventare un oggetto sessuale. Perché evidentemente non c’è nient’altro a cui appigliarsi.
Mentre notavo quell'essere posticcio che si aggirava per il negozio m’è salita una rabbia incontenibile. Ma perché ridursi in quel modo? Perché, pur di piacere a qualche ricco coglione una donna arriva al punto di non riuscire neppure a parlare normalmente? E poi che credono, che le donne normali siano invidiose dei loro prodigi estetici? No, francamente no.
Invidio con piacere un bel ventre piatto, invidio il corpo di una ginnasta, le gambe lunghe di una nordica, i capelli biondi di una svedese, gli occhi neri di un’araba, le spalle larghe di una nuotatrice e ormai invidio anche un po’ il viso liscio e perfetto di una diciottenne.
Care donne, fatemi un piacere, prima di fare qualche cazzata, lasciatevi consigliare da un parente, da un amico, se necessario anche dal vostro cane (che se poi tornate a casa tutte gonfie manco vi riconosce) e se state con un uomo a cui non interessa se voi riusciate a parlare o meno, fatevela qualche domanda. 
C’è vita oltre la fellatio.  
L'illustrazione è di mio, sempre e gonfiamente, fratello Andrea Giacomantonio.



lunedì 24 novembre 2014

EMOTICON :)

Ammetto di avere una passione incontenibile per le emoticon. Ringrazio il cielo per questa stupenda invenzione e mi chiedo come ho fatto a vivere senza faccette per tutto questo tempo. So che tutto ciò potrebbe sembrare un po’ troppo infantile ma non me ne frega niente, anzi, voglio proprio dire che le emoticon non hanno età.
Io credo fortemente nella facciosità dell’essere umano e quando quella stronza di Lucy Van Pelt* dice a quel povero cristo di Charlie Brown che ha una faccia facciosa e lui non ne comprende il significato, io invece lo capisco benissimo!
Se la mia faccia fosse una faccia tonda e gialla ecco cosa succederebbe durante le mie giornate:
- madò, è appena entrato uno al negozio che mi ha chiesto di vedere dei boccali per bere il the, allora io ho detto “delle tazze vanno bene lo stesso?” ed ho fatto una faccia tonda gialla con occhi spalancati per esprimere stupore e incredulità.
- da non crederci, ho appena venduto una gonna taglia 42 ad una donna che porta la 46 ed è partita subito una faccia tonda gialla con goccetta di sudore che scende dalla fronte che sta a significare la fatica immensa che ho fatto.
- mio fratello mi dice “ti sto facendo l’illustrazione per oggi” la mia espressione è soltanto una faccetta tonda gialla con grande sorriso che vuol dire tanta gioia e felicità.
- M mi dice “ho pulito tutte le verdure, ora le cucino, così la cena è pronta” io rispondo con varie faccette tonde gialle: una che manda un bacio, una che ha gli occhi a forma di cuore e una che sorride. Un modo come un altro per esprimere tanto amore.
- dopo che mio nipote numero due mi ha detto “ti do un bazzucata in testa” io ho fatto una faccetta tonda gialla che imita la postura del soggetto del quadro di Munch, che ha la tipica espressione di uno shoccato, desolato e forse anche spaventato, mani sul viso e bocca spalancata.
- una signora entra in negozio e dice “ma quando iniziano i saldi?” e io riproduco faccetta tonda gialla che ringhia, che significa “ora mi incazzo perché i saldi iniziano tra due mesi e tu non puoi venire qui a rompere già le palle!
- al signore che abita nel mio condominio e quasi tutte le mattine mi dice che non ho parcheggiato bene il motorino, rispondo con faccetta tonda gialla con occhiali da sole, che vuol dire “me ne fotto”.
- agli psyco-messaggi vocali di mio padre rispondo sempre con faccetta tonda gialla che ride fino alle lacrime, perché al mondo poche cose sono così divertenti come i messaggi vocali di mio padre.
- alla prima sigaretta della giornata (dopo le ore 15) la mia espressione è faccetta tonda gialla con aureola, che vuol dire che mi sento molto vicina a dio.
- ho appena scoperto che le castagne che ho appena bollito (che avrei dovuto sbucciare per fare un dolce) sono tutte marce: faccetta tonda gialla con aria triste e lacrimuccia che scende giù per la guancia. Che delusione!
- dopo essere ruzzolata giù per le scale del magazzino la scorsa settimana ed essermi fatta malissimo una caviglia, la mia faccia era tutto un insieme di emoticon: una con goccia di sudore post trauma, una con lacrime, una con gli occhi sgranati per il turbamento e una con sorriso smagliante per la comicità dell’accaduto.
E se un giorno tutte le emoticon decidessero di sparire dai nostri telefonini e computer perché troppo frustrate ed oberate di lavoro?
E se un giorno il presidente delle emoticon decidesse di chiudere bottega e mandare a spasso tutte le faccette per il resto della loro vita?
E se un giorno tutte le loro mille espressioni si tramutassero in una sola ed unica espressione di indifferenza e distacco, se insomma un giorno non avessero più emozioni?
Se un giorno le emoticon perdessero il loro significato sono certa che opterebbero per una soluzione estrema e definitiva, un suicidio di massa e questo sarebbe ciò che vedremmo sui nostri piccoli schermi.
L’illustrazione è di mio, sempre ed emozionalmente, fratello Andrea Giacomantonio.
*Mi sono permessa di dare della stronza alla mia cara Lucy Van Pelt solo perché la conosco da più di trent’anni e so di cosa parlo!

lunedì 17 novembre 2014

Chi trova un amico...

Ho passato una settimana faticosissima, il Natale è alle porte e quindi vi lascio immaginare gli scatoloni di roba che sono arrivati. Non ho fatto altro che aprire cartoni e sistemare di tutto, da tazzine da caffè a renne dorate di mezzo metro; da palline da albero di natale a servizi di piatti e bicchieri. Per non parlare poi dell’ingente quantità di abiti che ormai mi escono pure dalle orecchie.
Eppure la gente se ne esce sempre con le solite domande che mi fanno diventare una bestia.
Per esempio veder entrare in negozio (che è addobbato e pieno di minchiate che la fabbrica di babbo natale rispetto a noi sembra un bunker antiatomico) delle persone che dicono “ma quando arrivano le cose di Natale?” e altre assurdità del genere, che francamente mi sono anche stancata di ricordare!
Negli ultimi 4 anni credo di aver sviscerato il discorso Natale più che esaustivamente e se siete dei nuovi lettori e vi va di leggere ciò che vi siete persi ecco i link. http://www.sempredilunedi.blogspot.it/2013/12/canto-di-natale.html CANTO DI NATALE
Fino a che non è arrivato il tanto agognato sabato pomeriggio. Il sabato pomeriggio è uno dei momenti che più preferisco durante la settimana, mi sento più leggera, il lavoro sta per finire e poi non vedo l’ora di andarmi a stravaccare sul divano e vedere Ulisse il piacere della scoperta (ah che colpo di vita).
Prima però devo sempre vivere uno o più momenti indimenticabili (a lavoro intendo).
Questo sabato prima mi sono dovuta sorbire una mamma pesantissima con due figlie che sempre a livello di pesantezza la superavano di gran lunga e poi un gruppo di 3 dolcissime amiche alla ricerca di un regalo per un’altra carissima amica.
La madre con le due figlie mi hanno fatto venire il latte alle ginocchia. Una tale lentezza e una tale mancanza di brio non l’ho vista nemmeno nel leone dello zoo Parco Giada (che non so se esiste ancora).
 Mi sono chiesta se tanta pesantezza in una sola famiglia non fosse pericolosa per tutto il sistema solare, che so, magari respirando creano un buco nero nell’atmosfera e ne viene risucchiata tutta la galassia.  
E non parlo di pesantezza fisica, no assolutamente, sto parlando di pesantezza caratteriale, del modo lentissimo di parlare, anzi di sussurrare, dell’argomentazione filosofica su ogni capo provato. Cazzo, mi veniva da piangere. Poi erano tristissime, tutte e tre con un colorito giallo itterico, piccole, magre da far spavento, tutte e tre con una montatura di occhiali da nonna papera, con addosso dei maglioncini beige di acrilico che se qualcuno malauguratamente ti fuma vicino prendi fuoco. E poi non c’era niente da fare, la madre- incredibilmente- insisteva affinché acquistassero qualcosa e loro niente, “questo è troppo corto, questo è troppo colorato, questo è troppo grande”. Se mia madre mi avesse portato a fare shopping quando avevo vent’anni credo che nel negozio non avrei lasciato manco le mensole o le grucce, o le lampadine nei lampadari e nemmeno le tede dei camerini.
Dopo la famiglia felice è stato il turno delle amiche, quel genere di amico che sa hai bisogno di un polmone te lo danno senza pensarci un su nemmeno un minuto. Trascriverò ora pedissequamente il loro discorso, le frasi sono state pronunciate circa in quest’ordine:
“che dite, scegliamo qualcosa di scuro?”
“bhè certo, che glie voi regalà qualcosa de bianco così pare na mongolfiera?”
“secondo me un vestito nero va bene”
“però tocca chiede se c’hanno la taglia enorme”
“embè certo, è diventata un gigante, come minimo dobbiamo chiedere la large”
“la large? Ma che dici? Tanto grassa è diventata, ma come mai?”
“ eh, non te la ricordi la madre? Uguale, è diventata una botte come la madre”
“e se le prendiamo una maglia lunga?”
“per carità, ma lo sai come si veste? Si mette le maglie lunghe e sotto i leggins, con quelle gambe giganti sembra un mostro”.
“ok, meglio un vestito allora, magari nasconde un po’ di ciccia”
“comunque mi chiedo come possa essere diventata così grassa, da quanto tempo non la vedo?”
“non la vedi da 5 o 6 mesi e credimi che s’è completamente sformata, è una chiattona.”
Poi mi hanno notata, in realtà io ero sempre stata lì, ma loro erano così concentrate nella scelta del regalo e nel dire cattiverie che manco mi avevano vista. Le ho guardate evidentemente con un’aria interrogativa che subito una delle tre mi dice “guarda che noi alla nostra amica le vogliamo bene!”
Minchia, 3 serpi!


 L’illustrazione è di mio, sempre e amichevolmente, fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 10 novembre 2014

Bloody Ilaria

Primo pomeriggio, ero al tavolo da lavoro a sistemare stoffe, vecchi paralumi e chilometri di nastri colorati quando è entrata una signora. Era molto trafelata, fuori pioveva a dirotto e tra le mani aveva fogli e foglietti tutti bagnati.
“salve posso aiutarla”
“ehm, cercavo Rosaria, c’è?”
“no, mi dispiace oggi pomeriggio non c’è, può dire a me se vuole.”
“ehm, ho capito, sono una sua amica, forse è meglio se torno un’altra volta, dovevo dirle una cosa ma non so se posso dirla a lei.”
Era troppo preoccupata, un po’nervosa, che diavolo doveva dire di così importante e segreto a Rosaria? Peraltro quella signora non l’avevo vista mai in vita mia e questa era una cosa piuttosto strana considerato che praticamente noi di famiglia una vita privata non l’abbiamo e conosciamo tutti i nostri amici.
Quindi ho detto “sono la sorella, se si fida può dire a me, altrimenti può tornare domattina così parla direttamente con Rosaria”.
“ah… quindi lei è la sorella? Sa, una volta sono stata al bed and breakfast di Rosaria a Maratea!”
“ah, quindi lei è stata a casa mia a Maratea”
“a dir la verità so che era casa dei suoi genitori”
“sono anche i miei genitori!”
“ah si?”
“Eh già, Rosaria è mia sorella e quelli che stanno a Maratea sono i nostri genitori!”
E dopo questo misunderstanding è totalmente inutile dirvi quello che cercava la signora con gravi problemi cognitivi da mia sorella.
La sera stessa a casa da sola mi preparavo uno spuntino come cena e mentre affettavo il pane mi sono affettata anche un dito. A cosa pensavo mentre distrattamente affettavo il pane? Pensavo alla conversazione avuta nel pomeriggio con la donna affetta da “labirintite parentale” e mi chiedevo se la gente non ascolta oppure veramente incontro troppo spesso persone con deficit di attenzione o scemità ad altissimi livelli.
Ad ogni modo il dito me lo sono affettato per bene e credetemi che è uscito così tanto sangue che manco da un maiale scannato. Che ne so io di maiali scannati? Ne so tanto, potrei scriverci un compendio su come si scanna un maiale, ho passato la mia infanzia a vedere maiali scannati. E no, non ho mai sofferto di shock post traumatico. L’uccisione del maiale era LA FESTA. Niente poteva competere con quel giorno, non il Natale, non il Capodanno, nulla era così importante. In quei giorni non andavamo neppure a scuola e poi quando la maestra ci chiedeva perché eravamo stati assenti, noi dicevamo “maè, abbiamo ucciso il porco”, non serviva nient’altro.
Era consuetudine che noi bambini partecipassimo a tutto l’iter dell’uccisione, dallo scannamento al passo finale che erano le salsicce. Raccolta del sangue, depilazione della cotenna, apertura verticale dell’animale, pulizia degli intestini, gonfiaggio della vescica, divisione delle varie parti del corpo, sminuzzamento di cuore, fegato e polmoni, condimento (con tanto di ricetta segreta su foglio antichissimo di mia nonna) di carne per future salsicce.
Come dicevo, ero sola a casa e mica riuscivo a mettermi un cerotto, appena toglievo il dito da sotto il getto d’acqua ecco che ricominciava a sanguinare copiosamente, mi mettevo un cerottino e dopo qualche secondo zampillava sangue ovunque. Ho continuato a mettere e togliere cerotti per 10 minuti e mentre facevo questo un’incazzatura di livello medio alto si stava impossessando di me. Allora pensavo (ad alta voce) “e che cavolo, una volta che mi serve aiuto non c’è mai un cazzo di nessuno che mi dà una mano” ma come si dice “chi fa da sé fa per tre”ed io credo di aver fatto addirittura per quattro. Con una sola mano (l’altra era sotto l’acqua) ho preso una garza gigantesca e l’ho rimpicciolita un po’,  poi ho preso dello sparatrap (che se non sapete cos'è allora non sapete niente della vita) l’ho messo tra i denti e ne ho srotolato un bel po’ facendo attenzione a non farlo appiccicare da nessuna parte perché se questo succede è la fine, l’ho tagliato e poi infine mi sono fasciata il dito ed ho incollato il tutto. Il dito ha smesso di sanguinare e io ero pure un po’ contenta perché il fatto di aver visto tanto sangue mi ha riportato alla memoria ricordi dolci e bellissimi.
L’opera è di mio, sempre e cruentamente, fratello Andrea Giacomantonio.  

lunedì 3 novembre 2014

Come corpo morto cade

Credo che ci sia un cadavere sul tetto, nelle vicinanze del mio terrazzo.
Si sente un odore di morte, un olezzo rancido di decomposizione, un effluvio di putrefazione che ha solo la carne esanime.
Non bastano i vasi che ho, pieni di citronella, lavanda, timo ed erba saponaria, la puzza rimane lì e peggiora di giorno in giorno.
Sotto il terrazzo (io sto all'ultimo piano) c’è una grondaia enorme, non so quanto sia profonda, sta di fatto che arrampicandomi su una scala ho notato che dentro c’è cresciuto pure una pianta di  fico d’india, come diavolo ci sia arrivato un seme di fico d’india dentro una grondaia qui a Roma non ne ho idea.
Suppongo che il cadavere sia ubicato proprio nella grondaia, tutto intorno non si vede nulla di strano, i tetti sono puliti, nessuna traccia di resti organici o cose simili.
Ieri sera poi un altro elemento ha rafforzato la mia tesi: una mosca carnaria. Sono certa che fosse una di quelle, depongono le loro larve nella carne in putrefazione, poi crescono e prendono il volo anche se poi rimangono grasse, lente.Svolazzava in casa con la classica faccia di chi ha qualcosa da nascondere. 
E poi corvi e gabbiani, qualcosa attira troppo la loro attenzione.
Sul tetto del palazzo ci si può arrivare soltanto da una botola che sta dall'altra parte dello stabile, questo lo so perché l’anno scorso ci siamo dimenticati le chiavi in casa e l’unico modo per entrare senza chiamare il fabbro per forzare la porta blindata era quello di valicare il tetto ed entrare dalla porta finestra che dà sul terrazzo. Fu M ad avventurarsi, prima dovette aprire la botola che aveva un peso enorme e poi a fare la traversata saltellando come un funambolo per circa 200 metri sui tetti di Roma sino a giungere a casa nostra. La cosa che egli si sentì di dire dopo la perniciosa camminata fu “cazzo, mi sono terrorizzato.”
Ora mi chiedo: chi diavolo ha potuto trasportare un cadavere sin qui, visto il tortuoso percorso?
Se sono passati dalla botola il corpo doveva essere per forza di piccole dimensioni e leggero, diversamente era impossibile; altrimenti  sono stati i miei vicini di casa a scaraventare giù dal loro terrazzo un cadavere che poi incredibilmente è rotolato proprio sotto casa mia. Oppure, cosa molto plausibile, il corpo è caduto dall'alto. Forse qualcuno è stato lanciato giù da un aliante, da un elicottero, da una navicella spaziale oppure da un disco volante alieno.
Non conosco i miei vicini di casa, la signora che abita proprio di fronte al mio appartamento è una persona piuttosto riservata e tra l’altro mi sembra che non dorma sempre nella sua abitazione, certe volte ritorna  a casa la mattina presto. Una volta però l’ho sentita litigare furiosamente con un uomo, era veramente incazzata e urlava come una matta. Dopo quella volta l’uomo non si è mai più visto o sentito, potrebbe forse ora giacere inanimato nella grondaia?
Oppure potrebbe essere la signora vecchissima del terzo piano. Fino al mese scorso andava in giro con suo marito, anch'egli vecchissimo e con la bombola d’ossigeno trainata da un carrellino, insomma già con un piede nella fossa e che poi non ho più visto.  Potrebbe essere stata lei a trasportare il corpo sin sopra al tetto, a sollevare la botola con una forza sovrumana che possiede grazie al suo DNA modificato e a coricare il cadavere del coniuge nella grondaia affinché gli agenti atmosferici consumino il cadavere e lei non debba recarsi al camposanto che è lontanissimo.
Ma il corpo che cade dall'alto resta la mia ipotesi prediletta. Forse due piloti, mentre volavano proprio sopra casa mia, hanno avuto una colluttazione ed uno dei due ha avuto la peggio. Forse qualcuno nelle vicinanze mentre saltava sul tappeto elastico non ha considerato la potenza del salto e si è involontariamente sfracellato sul nostro tetto, oppure qualcuno, magari una spia, che sapeva troppe cose è stato lanciato giù da un aero ed è precipitato proprio qui.
Gli alieni che si scamazzano sui tetti del pianeta terra non ce li vedo. Troppo intelligenti, di gran lunga più dotati di ingegno rispetto a noi. No, un alieno che perde l’equilibrio mentre  sta sulla sua navicella a riparare la marmitta è impossibile. A meno che non si tratti di un suicidio, sempre alieno s’intende, un essere umano non credo decida di suicidarsi nella grondaia di un palazzo. Magari un alieno stanco di dover ritornare tutte le sere nell'area 51 nel Nevada, facendo un giro sulla nostra città ha detto  “vedi Roma e poi muori”, perché nessuno gli aveva detto che la frase celebre era “vedi Napoli e poi muori”. Non lo so, le mie sono solo congetture, può anche essere che si tratti del cadavere di un piccione, chi può dirlo? 
                     L'illustrazione è di mio, sempre e cadavericamente, fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 27 ottobre 2014

Ma vuoi vedere che...?

Stamattina, dopo soli 8 anni e 5 mesi sono andata a ritirare il mio diploma di laurea.
Perché non l’ho fatto prima? Non ne ho idea.
Forse perché non mi è mai servito, forse perché per un certo periodo di tempo ho pensato che aver frequentato l’università fosse stata la cosa più inutile che avessi mai fatto, forse perché nessuno me lo ha mai chiesto, forse perché ogni volta che me ne ricordavo dicevo a me stessa vabbè ci vado la prossima settimana, forse perché memore delle file fatte  in segreteria in passato, il solo pensiero di tornarci mi faceva sudare freddo, forse.
Poi la scorsa settimana ho cominciato a fare pensieri strani, ho iniziato ad avere presentimenti strampalati, ho iniziato ad avere uno strano prurito cerebrale, e così sono iniziati dei giorni ai quali darei questo titolo “ma vuoi vedere che…?”
Ma vuoi vedere che dopo tutto questo tempo hanno incenerito le pergamene troppo vecchie?
Non è che dopo un certo periodo, i diplomi vanno in prescrizione e non risulta più in nessun posto che mi sono laureata?
Ma vuoi vedere che magari una volta ho dimenticato di pagare le tasse e a loro non risulta nessuna laurea?
Non è che l’università è stata soltanto un terribile incubo e in realtà non mi sono mai iscritta e non ho mai dato manco un esame?
E se mi fossi inventata tutto? E se avessi fatto passare tutti questi anni solo per paura della verità? Vuoi vedere che tutti gli incubi che faccio che sono legati al mio corso di studi che va dal liceo in poi sono soltanto degli indicatori di una realtà mai digerita? In quei sogni opprimenti, come ho già scritto una volta, io non ho neppure sostenuto l’esame di maturità a causa delle mie innumerevoli assenze a scuola, come avrei mai potuto andare all'università e prendermi una laurea?
Dopo giorni trascorsi a fare elucubrazioni da malata di mente mi sono decisa a scrivere una mail alla segreteria.
La cosa che però mi domandavo era, quante probabilità ci sono che qualcuno risponderà mai alla mia mail? Avevo lasciato l’ultima volta un posto chiamato “segreteria degli studenti” come un girone dell’inferno dantesco. Ragazzi che si aggiravano sperduti tra mille sportelli con domande alle quali nessuno sapeva dare risposte, segretari addetti ai vari documenti che non avevano idea di ciò che stessero facendo, ragazzi mandati in tutti gli angoli dell’universo per farsi trascrivere un semplice esame. Chi mai avrebbe risposto alla mia mail, dove ingenuamente chiedevo “dove posso ritirare il mio diploma di laurea?”
Invece, incredibilmente, dopo nemmeno 10 minuti qualcuno nel triste e caotico mondo della segreteria ha risposto “salve, può tranquillamente ritirare il suo diploma alla segreteria in via tal dei tali dalle ore 9 alle ore 13 dal lunedì al venerdì”
Cazzo, un miracolo, troppo bello per essere vero, ci doveva per forza essere sotto qualcosa, un qualcosa di marcio, uno scherzo del maligno, qualcuno che si prendeva gioco di me.
Stamattina intorno alle 9 dico ad M “Che dici, ci proviamo ad andare in segreteria? Tanto già so che sarà un casino e che ci dovrò ritornare, non prima di altri 8 anni però”.
Sono arrivata in segreteria e indovinate cosa ho trovato? Credetemi sembrava l’avamposto degli angeli del signore, sembrava di fare la fila per entrare in paradiso. Una ragazzetta carina ed efficiente mi è venuta vicino e mi ha chiesto di cosa avevo bisogno, io allora le ho detto che avrei voluto ritirare il mio diploma. Mi ha chiesto quindi il mio nome e cognome e poi il giorno, il mese e l’anno della laurea. Ecco, le cose cominciavano ad andare male, non ricordavo assolutamente il giorno. Lei gentile allora mi ha detto “non si preoccupi, basta anche solo il mese e l’anno”.
Quando le ho detto che l’anno era il 2006, mi ha guardato un po’ stupita, si è allontanata e mi ha detto “solo pochi minuti e arrivo”. Non era possibile, troppo facile, sicuro qualche intoppo sarebbe uscito, che so un terremoto, un improvviso blackout, l’irruzione di qualche terrorista islamico, un attentato alla segreteria da parte di studenti fuori sede incazzati neri, forse nel giro di qualche minuto tutti gli addetti ai lavori avrebbero manifestato la loro vera natura ovvero zombie feroci e malvagi demoni.
No, niente di tutto ciò, la ragazza è tornata dopo 10 minuti con il mio diploma di laurea, dove c’era scritto proprio il mio nome, il mio numero di matricola che per assurdo ancora ricordo (120257, andate a giocarli questi numeri) e il giorno esatto in cui mi sono laureata, il 7 luglio del 2006.
Ecco la prova e nel frattempo mi sono fatta crescere i baffi.

lunedì 20 ottobre 2014

Se la calma è una virtù

Quest’estate mia sorella e suo marito hanno deciso di portare i bambini a fare una gita fuori porta, la destinazione della scampagnata era una bella escursione alle grotte di Pertosa. Le grotte di Pertosa sono un posto meraviglioso e mi sembra doveroso fare un piccolo copia incolla dal loro sito per una breve descrizione “Le Grotte si trovano sui Monti Alburni, nei pressi del fiume Tanagro, immerse nel cuore di una natura spettacolare. L’intero complesso delle Grotte si estende per una lunghezza di circa tremila metri, sospesi tra terra e acqua, in un’alternanza così suggestiva da emozionare chiunque".
Una volta giunti all'ingresso delle grotte, dove si fanno i biglietti, hanno trovato una gentilissima guida che con educazione e determinazione ha avvertito i visitatori che era assolutamente vietato fare fotografie, anzi ha tenuto a precisare questo particolare più e più volte prima dell’inizio dell’escursione.
Una volta iniziato il cammino, un gruppo accanto a mia sorella e ai bambini tira fuori le macchine fotografiche dalle borsette e inizia incessantemente a fotografare tutto. Mio nipote numero uno, che è una personcina ligia al dovere e attenta, precisa e forse pure un pochino pignola, ha detto alla mamma “mamma, ma perché fanno le foto, se la guida ha appena detto che non si devono fare le foto?” Mia sorella, che non è una personcina molto a modo, poco incline al compromesso e pure un pochino rompi coglioni, ha urlato “vedi, a mamma, fanno le foto perché sono dei grandissimi maleducati”.
Ecco, ora è fondamentale una breve descrizione del gruppo di “fotografi”. Erano 3 donne e 3 uomini, le donne avevano un’età compresa tra i 20 e i 25 anni, ognuna di loro faceva circa un centinaio di chili e, dulcis in fundo, erano tre vaiasse napoletane che forse le puoi incontrare soltanto nei quartieri spagnoli.
Alla risposta di mia sorella, dal gruppo si distaccano le tre pulzellone e si dirigono con fare burbero verso di lei. Una di queste la guarda e le dice “uè bella, ti si scurdat e te piglià a pillola per la menopausa stammatin?”  Non l’avesse mai fatto, mia sorella si era già fatta venire un diavolo per capello pronta a rispondere a tono a quelle balenottere.  Poi però si guarda intorno, vede i suoi bambini che la osservavano un po’ preoccupati e si rende conto di non poter iniziare una rissa di quelle memorabili.
Fa un respiro profondo, richiama a sé tutta la pazienza dell’universo, fa rientrate dentro la pelle gli artigli che ha come quelli di Wolverine e risponde “siete voi stamattina che forse avete dimenticato di prendere la pillola dell’educazione”.
Chi conosce mia sorella sa bene che questa frase alla Mary Poppins va tradotta e sviscerata, quello che avrebbe voluto dire era “ ste stronze, la vostra cafonaggine è direttamente proporzionale al vostro peso, ste chiattone presuntuose e brutte, mo vi prendo a calci in culo così tanto che vi faccio diventare vecchie e poi vi faccio ingoiare io un tubetto sano di pillole per la menopausa. E già che ci sono quelle cazzo di macchine fotografiche ve le disintegro in un milione di pezzi.”
Suo marito, che sentiva l’aura nefasta che si stava creando dentro le grotte, la prende sotto braccio e le dice “non fare e non dire più niente te ne prego, quelle hanno pure i fidanzati, qua finisce che per difenderti mi menano”.
Pur di dare il buon esempio ai bambini, mia sorella decide incredibilmente di lasciar stare e di continuare come se niente fosse il giro panoramico, peccato che le elefantesse non la pensassero in quel modo.
Per tutta la durata della visita (tre chilometri) ogni 5 minuti dicevano ad alta voce “pigliat’ a pillola, la menopausa è na brutta cosa, non t’agità e pigliat’ a pillola, marò quant’è brutt a menopausa, non ti scurdà a pillola”. Questo sproloquio è durato circa 2 ore e mia sorella è riuscita a non saltargli al collo e a strappargli la giugulare come un lupo della steppa.
Alla fine del percorso una delle tre le si avvicina e le dice “mo se tenev nu martello staccavo ò stalattite e me lo portavo a casa”.
Quando sono ritornati a casa, mia sorella era così incazzata e frustrata che per calmarsi ha dovuto catturare un cinghiale, smembrarlo, rompergli tutte le ossa e ridurlo in poltiglia, tutto ciò mentre fumava un pacchetto intero di sigarette. Quest’ultima cosa che ho scritto non è assolutamente vera, ma se conoscete mia sorella sapete che avrebbe potuto farlo.

 L’illustrazione è di mio, sempre e fortemente, fratello Andrea Giacomantonio e il titolo dell’opera è “Se tenev nu martello, staccavo o’ stalattit”.