lunedì 2 dicembre 2013

Questione meridionale

Non abbiate timore, il titolo è ingannevole, lo so. Non ho intenzione di scrivere a proposito della “disastrosa situazione economica  del Mezzogiorno  in confronto alle altre regioni dell'Italia unificata”, non lo faccio non perché non mi interessi, anzi, solo che oggi m’è venuto in mente questo titolo per altri fini. In realtà avrei potuto intitolare il post di oggi anche “faccende meridionali” ma non avrebbe sortito lo stesso effetto, perché ciò di cui parlo è proprio una questione meridionale, la mia questione, il mio essere meridionale.
Nonostante siano passati ormai circa 15 anni da quando vivo in questa città, il mio personalissimo essere meridionale non è proprio cambiato: parlo sempre  con un forte accento del mio paese, conservo con gelosia le mie vocali aperte, in cucina  la ricetta più  nordica che possa considerare è campana, mi esprimo sempre con un tono di voce ragguardevole, ogni sciocchezza che mi succede nella giornata può raggiungere il grado di tragedia nel giro di pochi secondi, e infine, ci sono i modi dire del mio paese che non mi abbandonano mai. Sono sempre sulle prime linee della memoria, pronti a sferrare un agguato, pronti a riassumere un’intera situazione sgradevole in un’unica frase, che ha la capacità di liberarmi e purificarmi la mente come un mantra indiano.
Ecco alcuni esempi.
Quando entra in negozio una persona che so che in anni e anni non ha mai, e dico mai, comprato niente. Gira per il negozio con aria arrogante, chiede i prezzi di questo e di quello, tocca tutto come una scimmia, poi in fine va via dicendo “va bene, ritornerò”. Ecco, quando si presenta una situazione simile si dice “questo è uno scoglio che non fa patelle” oppure “questo è uno scoglio che non fa lippo”. Cosa vuol dire? Vuol dire che a tutti gli scogli si attaccato le patelle oppure a che a tutti gli scogli sulla loro superficie si forma uno strato di muschio dovuto al contatto con l’acqua, bene, lo scoglio a cui tutto ciò non succede è uno scoglio inutile!

La cliente che conosco benissimo, che magari si è fatta mettere da parte una cosa e poi dopo un mese mi dice che non ne ha più bisogno, oppure che mi fa mandare le cose dal sarto 253 volte perché non vanno mai bene, oppure che mi chiede sempre lo sconto come se fossimo su una bancarella al mercato di Resina. In questo caso uso la frase “a te ti canoscio piro” o anche, cambiando frutto “ti canoscio ciraso”. Ora vi spiego il perché. Tanto tempo fa, in un villaggio viveva un contadino che aveva un albero di pero (o ciliegio) che per quanto lui  curasse, non dava mai nemmeno un frutto. Affinché l’albero fruttasse un po’ di danaro lo tagliò e ne vendette il legno. Il legno a sua volta fu acquistato da uno scultore che lo fece diventare una bellissima statua di un santo che infine fu acquistata da un sacerdote che mise nella sua chiesa. Tempo dopo il contadino, al quale le cose non andavano granché bene, decise di andare in quella chiesa a pregare per il suo raccolto. Quando si avvicinò alla statua del santo la guardò con attenzione ed esclamò: “mmhhh, a te ti canoscio piro (o ciraso)”. Cosa vuol dire? Ecco, il contadino riconoscendo nella statua il legno del suo albero ( “ti conosco da quando eri pero/ciliegio) pensò a come avrebbe mai potuto il santo concedergli una grazia se da albero non gli aveva mai dato nemmeno un frutto.

Infine ecco la mia frase catartica per eccellenza “e lampami in culo”. La frase si usa generalmente quando si vuole sottolineare una cosa già di per sé chiara, quando una persona ti fa notare una cosa evidentemente palese e lampante di cui tu ne sei già a  conoscenza,  oppure quando ti serve una cosa fondamentale che in quel momento non trovi e che poi dopo poco ti si presenta davanti quando ormai  non serve più.
Per esempio, quando una signora scendendo le scale del negozio si è trovata davanti agli occhi un palo da impalcatura che sta lì per un motivo preciso (ovvero sostenere il solaio con il quale ultimamente abbiamo qualche problema) e nonostante riconosca il suddetto palo di ferro e anche il suo utilizzo, dice “bhè, perché non lo spostate questo palo?”
E lampami in culo! Se lo potevo spostare oppure toglierlo proprio, non l’avrei già fatto?
Oppure, quando devo prendere una misura e sono sicura che il metro l’ho riposto nel solito posto, guarda caso non c’è,  quindi devo dire al cliente di tornare più tardi perché devo cercare prima il metro. Ovviamente, dopo pochi secondi, sollevo un foglio di carta dal tavolo ed ecco sbucare l’oggetto tanto cercato e allora “lampami in culo”.
Ma da dove nasce questa frase stupenda?
Tanto tempo fa, un uomo doveva attraversare una strada buia e solitaria trasportando  a spalla un grande otre di vino. Non si vedeva un accidente, la strada era piena di massi e buche, tirava un vento fortissimo e l’otre del prezioso vino pesava tantissimo. L’uomo, che sapeva benissimo che da un momento all’altro sarebbe arrivato un gran temporale, sperava in cuor suo che prima della tempesta il cielo e anche la strada fossero illuminati da qualche fulmine, per evitare così di inciampare ed arrivare presto a casa. Ogni passo poteva anche essere l’ultimo e se l’otre fosse caduto a terra sarebbe stata una perdita enorme. Ovviamente l’uomo inciampò, cadde a terra, l’otre si ruppe in mille pezzi e perse così il prezioso carico ma, proprio mentre l’uomo rovinava sul suolo, tutto il creato fu illuminato da un fortissimo lampo e l’uomo disse “e lampami in culo”.
                                

 L'illustrazione è di mio, sempre ed inevitabilmente, fratello Andrea Giacomantonio


Nessun commento:

Posta un commento