lunedì 16 dicembre 2013

Canto di Natale

Mi avvalgo, impropriamente, del titolo di una delle opere più importanti di Dickens per narrare alcuni fatti della mia infanzia successi durante il periodo natalizio.
Il presepe
Era il natale del 1987, avevo 7 anni e all'epoca una delle mie passioni più grandi era il presepe. Costruivo dei presepi meravigliosi, grandissimi, sbalorditivi, insomma, delle opere architettoniche di rilevante qualità. Quell'anno, ricordo, che già ai primi di dicembre andai con mia sorella a raccogliere in montagna una quantità di muschio enorme, così tanto che forse avrei potuto coprire la superficie di campo da calcio. Decisi, per tanto, di edificare un presepe enorme in giardino. Più andavo avanti con le costruzioni e più avevo voglia di sperimentare nuove idee, ben presto fui sopraffatta da una sindrome di onnipotenza ingegneristica e mia mamma dovette intervenire affinché anche la nostra casa non facesse parte del presepe e per questo motivo fosse ricoperta di muschio. Una volta terminato il mio enorme villaggio, mi resi conto di non aver pastori a sufficienza da sistemare su tutto il territorio e di chiederne di nuovi nemmeno a parlarne, già ne avevo due scatole piene. Più cercavo di sparpagliarli in maniera uniforme e più sembravano pochi, mi serviva un’idea brillante.  Presi la cesta dei miei giocattoli e colta da uno slancio geniale iniziai a raccattare tutti i pupazzi delle giuste dimensioni, fu così che inaugurai il primo presepe Giacomantonio multietnico. C’erano una trentina di puffi (ne avevo una collezione notevole),  una decina di pupazzi di Snoopy (Snoopy barone rosso, Snoopy avvocato, Snoopy tennista e così via), due barbie, tutti gli animaletti possibili (orsetti, minypony, ranocchie, un grosso peluche fuxia), una boccia di vetro con due pesci rossi e una cuccia per il mio cane Ronnie, che all'occorrenza faceva parte del presepe.
Come ho accennato all'inizio correva l’anno 1987, il Napoli aveva vinto lo scudetto e così per terminare la mia opera di eterogeneità misi un piccolo pupazzetto di Maradona al posto dell’angelo che sovrastava la capanna della santa famiglia (un gesto d’amore per mio padre).
La befana
Non so se per voi è stato lo stesso ma a casa mia, quando ero piccola, non arrivava Babbo Natale a portare i regali bensì la befana. Il 25 mattina non si scartavano i regali sotto l’albero di Natale come nelle pubblicità, macché, ci facevamo gli auguri, facevamo colazione con gli struffoli, andavamo a casa degli zii, insomma, tutto tranne i regali. Per avere qualcosa dovevi aspettare il 5 di gennaio, prima zero.
Però, quando giungeva  la notte dell’arrivo della befana non ce n’era per nessuno, potevi anche essere stato il bimbo più cattivo del mondo ma di sicuro un regalo, anche se piccolo, lo trovavi, e non sotto l’albero, la befana i pacchi li lasciava davanti al camino sporchi di cenere. La sera prima del suo arrivo mamma preparava il tavolo per la befana: una scodella di lenticchie, un bicchiere di vino rosso e un pezzo di formaggio, poi tutti a nanna senza capricci. Le notti dell’arrivo della befana credo che siano state le più lunghe e le più terrorizzanti della mia vita. Ogni crepitio della legna del fuoco mi faceva fare salti di mezzo metro, ogni rumore mi bloccava il respiro per secondi interminabili, e poi c’era quella stronza di mia sorella che mi spaventava di continuo, insomma arrivare all'alba senza un infarto era un miracolo.
Appena sveglie la prima cosa che andavamo a vedere era se la befana aveva lasciato anche stavolta le impronte, una cosa che faceva incazzare tantissimo mamma (le faceva lei ovviamente).
Poi era il turno della calza; ecco come una giovane e severa mamma degli anni 80 costruiva una calza (un vero trattato di psicologia infantile) : la prima cosa che prendevi era un pezzo di carbone vero, non di zucchero, sia ben chiaro, che significava “sei stata un po’ cattivella quest’anno, me ne sono accorta”. Poi era il turno di un mandarino, che voleva dire “vabbè non sei stata troppo cattiva, ma per le caramelle c’è tempo”. Poi era il turno di uno spicchio d’aglio “questo è uno scherzo, ma da quest’anno comportati meglio” e poi arrivavano finalmente le caramelle!
Dopo la calza andavamo a scartare i tanto desiderati regali e poi improvvisamente tutta la magia finiva e  il giorno dopo andavamo a scuola. In poche parole, se negli altri posti arrivava babbo natale e i bimbi potevano giocare con i loro giochi nuovi per giorni e giorni prima di andare a scuola, noi per sollazzarci con il nuovo regalo avevamo solo 12 ore. Questa cosa non mi è mai piaciuta.


Oggi l'illustrazione non è di mio fratello, questa è una foto del mio attuale presepe, piccolissimo!


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