lunedì 28 ottobre 2013

Cose belle

Avrei voluto inizialmente dedicare il post di oggi alla serata che ho passato sabato con il mio amico Luis, avrei voluto scrivere del ristorante  dove siamo stati a cena, del titolare che invece di prendere la nostra ordinazione  sussurrava brevi parole in mezzo ad un casino di clienti urlanti, di come ancora nel 2013 alcuni chef usino la panna assieme al sugo di pomodoro per condire la pasta, avrei voluto scrivere di questo e altro, ma ieri sera mi si è aperto un altro orizzonte di ispirazione.
Ero a casa con le amiche, facevamo un aperitivo serio, con tante cosine da bere e da mangiare, con tante sigarette e tanti discorsi aperti, molti aneddoti e avventure vissute, racconti di viaggi, pettegolezzi, cose serissime e stupidaggini gigantesche, insomma le vere e sincere ciance fra donne.
Verso la fine della serata non so chi e non so il perché una di noi ha fatto una domanda semplicissima ma ben assestata come un cazzotto su uno zigomo: qual è la cosa più bella che ti sia mai capitata?
Ecco, io una risposta precisa non l’ho data e nemmeno le altre, in realtà abbiamo dovuto ragionarci un po’ su.
Poi il discorso ha preso altre strade finché si è trasformato in altre cose e la serata è finita.
Mentre rassettavo la cucina, ho iniziato a rimuginare sulla questione e mi sono chiesta “ma davvero non riesco a trovare la cosa più bella che mi sia capitata nella vita?”
No, impossibile, allora mi sono messa di buzzo buono, ho iniziato un elenco mentale (perché nella vita non può esserci soltanto una cosa più bella delle altre) sono andata a  letto ed ho preso sonno verso le 3.
L’ordine del mio elenco “la cosa più bella che mi sia capitata” è assolutamente casuale, non sono avvenimenti precisi, certe volte sono solo ricordi o sensazioni, una cosa non esclude l’altra e stanno tutte al primo posto.
1)quando ho imparato a nuotare.
2)quando ho imparato a leggere.
3) mia mamma che mi accompagnava a prendere l’autobus alle elementari e si fermava a giocare con me mentre stavamo sedute su un muretto.
4)il giorno in cui hanno portato mio fratello a casa appena nato.
5)restare a letto fino a tardi la domenica mattina.
6)un giorno di qualche anno fa mentre portavo il mio nipote numero uno a cambiare il pannolino al piano di sopra a casa a Maratea e lui, quando eravamo ancora sulle scale, mi ha abbracciato senza motivo.
7)quando andai a scegliere con papà il mio primo cane (Master) in mezzo agli altri cuccioli.
8)la sera in cui ho conosciuto M e c’era un’eclissi di luna.
9)ascoltare Time (Pink Floyd) a manetta nello stereo della macchina.
10)i picnic interminabili nel bosco con mia sorella.
11)il mio nipote numero due che un bel giorno di primavera mentre pranzavamo in giardino mi dice “ti amo”.
12)la befana che nel 1987 mi ha portato la mini macchina da cucire.
13)la parmigiana di melanzane di mamma.
E per adesso mi fermo qua, altrimenti con tutta questa bellezza mi si annebbia la vista e rischierei di dimenticare una frase a me tanto cara “che vita di merda!”.


Io e Master in un'illustrazione di mio-sempre e inevitabilmente-fratello Andrea Giacomantonio.


lunedì 21 ottobre 2013

A scuola non ci voglio andare!

 Il mio nipote numero due odia andare all'asilo.
Non c’è niente da fare, tutte le mattine fa una tragedia greca pur di restare a casa, ma tutte le mattine, nonostante ettolitri di lacrime e muco, urla e schiamazzi, mia sorella lo porta a scuola.
Nel tragitto che fa per andare a scuola passa prima davanti casa mia e ogni giorno dice “mamma, mi porti a casa di zia, vero?”ma  purtroppo la risposta è negativa. Dopo casa mia passa davanti al parco, dove di solito la domenica va a giocare e dice “mamma, mi stai portando al parco, vero?” ma anche in questo caso la risposta rimane quella di prima “no, ti sto portando a scuola”:
Una volta arrivato a scuola  la maestra gli chiede se vuole piangere ancora un pochino, lui risponde di sì, allora lo accompagna ad un banchetto e lo consola finché mia sorella con un cuore di marmo se ne va. Poi, sappiamo per certo, che dopo qualche secondo tutto passa e va a giocare con gli amichetti.
All'inizio per lui non era un problema andare a scuola (la prima settimana intendo) poi quando ha capito che non era una cosa temporanea ma definitiva, si è reso conto di essere stato preso in giro, di non avere più il controllo della sua vita, che gli altri decidevano per lui, in sostanza di non possedere più libertà di scelta.
E vogliamo dargli torto?  E’ stato un uomo libero per ben due anni e poi da un momento all'altro la sua vita è totalmente cambiata.
Prima viveva in piena autonomia a casa sua a giocare a quello che voleva, a prendersi le coccole di tutti quelli che gli stavano intorno nel raggio di un chilometro e suo fratello (povero cristo già a scuola) stando fuori mezza giornata gli permetteva di essere (seppur temporaneamente) il principe indiscusso del suo reame.
Inoltre poteva stare in pigiama fino a tardi se pioveva, se invece c’era il sole qualcuno lo portava a passeggio, se aveva fortuna andava pure al supermercato a fare la spesa con i genitori  e si sa, in quelle occasioni un pacchetto di patatine o di caramelle ti è dovuto, e poi? Ditemi se tutto questo può finire?
Mi dispiace, ma sono d’accordo con lui e tuttora mi chiedo: ma come ho fatto IO ad andare a scuola per ben 16 anni di fila?  Che trauma!
Lui è un tipo tosto, ci prova tutte le mattine, non demorde, sicuramente pensa che un giorno o l’altro tutti quei capricci serviranno a qualcosa, che ci sarà un momento in cui proprio davanti alla scuola la mamma gli dirà “ti ho fatto uno scherzo, ora ti riporto a casa, ma prima passiamo a prendere la zia, poi andiamo al parco a correre e a magiare patatine e caramelle e così faremo tutti i giorni finché vorrai! ”.

Avrei dato qualsiasi cosa per vivere un momento del genere nella mia infanzia e forse anche voi, ma a me non è mai successo!
L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 14 ottobre 2013

Professioniste del settore

Stamattina io e mia sorella avevamo un importante appuntamento di lavoro in un grande albergo a via Veneto. Dovevamo incontrarci con il direttore il quale qualche giorno fa ci aveva contattato per rifare tutti i paralumi del ristorante dell’albergo.
Eravamo preparate, avevamo preso la borsa con i tessuti, il quaderno con le ordinazioni ed eravamo anche vestite discretamente bene per dare una buona impressione al direttore, insomma eravamo quasi credibili.
Giunte all'attico dell’albergo ci siamo ritrovate in questo salone enorme, con i soffitti stuccati, alle pareti c’erano specchi barocchi, a terra una moquette verde che sembrava di seta, in ogni angolo del ristorante c’erano consolle con sopra lampade di porcellana cinese, i tavoli erano apparecchiati con tovaglie di lino candide, posate d’argento e bicchieri da mille e una notte. Vista l’ora (mezzo giorno) ancora non vi era nessun cliente, soltanto i camerieri e le cameriere che si muovevano leggiadri come fantasmi, sistemando qua e là bouquet di fiori, glacette di cristallo, candelieri e postate di ogni genere. Qui ci ha accolto un uomo elegantissimo -con un sorriso tiratissimo- e con un ampio gesto ci ha invitato ad entrare e a scegliere un posto dove sederci. Chiarito immediatamente l’equivoco ( no, guardi,non siamo clienti, siamo qui per i paralumi) ci siamo presentate e convinte di trovarci di fronte al direttore abbiamo iniziato subito a tirar fuori dalla borsa i campioni di stoffa che avevamo con noi. Ovviamente l’uomo elegantissimo non era il direttore ma il maitre.
Chiarito anche quest’altro equivoco, il gentile e galante maitre ci ha chiesto di aspettare qualche minuto il direttore e se ci faceva piacere nel frattempo potevamo fare un giro su terrazzo. Inutile parlarne, certi panorami o li vedi con i tuoi occhi oppure è meglio tacere. Sulla terrazza c’era però una giovanissima coppia, che non avevo notato prima, che faceva una colazione del tutto particolare. Erano americani (ne sono certa) avranno avuto non più di vent'anni e mangiavano le loro solite uova strapazzate e pancetta, ma ad un certo punto ho visto il maitre uscire dal bar del ristorante e dire ad un cameriere“gli sto portando un BICCHIERE di vino da 50 euro, come minimo gli faccio vedere anche la bottiglia da dove l’ho preso.”
Io e mia sorella abbiamo pensato solo una cosa: “minchia stì americani!”
Come previsto dalla scaletta del maitre dopo 5 minuti è arrivato il direttore.
Voi come lo immaginereste il direttore di un albergo a 5 stelle nel centro di Roma in un palazzo del 600? Io nella mia fantasia immaginavo che davanti ai miei occhi si materializzasse un omone curatissimo, vestito benissimo, elegante, raffinato, distinto, con un’aria imponente e forse anche bello. Invece ci siamo trovate davanti un vecchio piccolo piccolo, con gli occhiali alla mister Magù, con un viso arzillo e intelligente uguale e identico al presidente Pertini, ma la cosa più assurda è che indossava un camice bianco da dottore e nel taschino sul petto aveva una vecchia matita ingiallita, delle forbici e qualche foglietto di carta.
Dopo le presentazioni era il momento di sfoggiare tutta la nostra professionalità!
“Se per lei va bene direttore, prenderei le misure dei paralumi da rifare” ho detto io con aria serissima. “certo, faccia pure” risponde lui risoluto. Ho aperto la borsa e come volevasi dimostrare non c’era il metro. Ma porca miseria, una volta nella vita che mi capita di fare una cosa seria… “scusi, direttore, non trovo più il metro, ne ha uno lei?” che domanda cretina, certo che aveva il metro, il direttore di un albergo vuoi che non abbia un metro?
Dopo il metro è stato il turno della penna, né io, né mia sorella, in due borse che dentro ci puoi trovare di tutto (biscotti, caramelle, sigarette, aghi e fili, quaderni, medicinali, fazzolettini di carta, monetine) non avevamo una penna!
Ma la penna non l’avrei mai chiesta, la penna mi sembrava troppo. Così ho preso una matita per gli occhi ed ho iniziato a scrivere sul quaderno tutte le misure. Avete una vaga idea di come scriva su un foglio di carta una matita per occhi? Scrive come un carboncino, si sbava tutta, macchia qualsiasi cosa, insomma scrive di merda. E io come se niente  fosse  ho continuato a scarabocchiare disegnini e ad appuntare numeri illeggibili.
Non paghe della figuraccia ha iniziato a squillarmi il cellulare. La mia suoneria è “Around the world” dei Daft Punk messa al massimo volume perché se no non lo sento mai. Nel ristorante c’era un silenzio di tomba con un impercettibile tappeto musicale barocco e a sovrastare tutto “around the world around the world”, perché, ovviamente, non riuscivo a trovare il cellulare seppellito sotto milioni di cazzate nella borsa. Tutto lo staff mi guardava malissimo.
Dulcis in fundo: “signorina (rivolto a mia sorella) mi lascia un vostro biglietto da visita, così domani la richiamo?
Che dire, tanto lo avrete capito, non avevamo nemmeno un biglietto da visita!

L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio. 


lunedì 7 ottobre 2013

Kate Moss

Un po’ di tempo fa veniva spesso al negozio una signora piuttosto strana, a dire il vero la si vedeva spesso in giro nel quartiere sempre carica di buste, con un bel mazzo di giornali sotto il braccio e con un paio di occhiali da sole enormi sul naso.
Talvolta entrava anche nel nostro negozio e in quei momenti ne succedevano di tutti i colori. Non ho mai saputo se fosse una donna abbiente oppure una povera derelitta girovaga di questa città, fatto sta che ogni volta che varcava la porta del negozio, mi raccontava la rocambolesca storia della sua vita.
Viveva a Roma da tanti anni, prima di venire ad abitare nel quartiere Coppedè aveva casa a piazza di Spagna, diceva di aver vissuto per un lungo periodo della sua vita a Londra e lì di aver frequentato una prestigiosa scuola di moda. Di origine era siciliana e c’è da dire che il suo accento era piuttosto evidente e purtroppo lo stato di salute della sua mente era alquanto evidente: parlava da sola, aveva le pupille dilatate al massimo da chissà quanti ansiolitici e per di più non doveva aver mai avuto un buon rapporto con l’igiene personale.
Siccome era affetta palesemente da shopping compulsivo e non si fermava di fronte a nessun ostacolo, una volta mi permisi di chiederle da dove prendesse quei soldi e se per caso non le servissero per cose più urgenti anziché per abiti, profumi, scarpe e altre amenità del genere.
Mi disse che lei viveva grazie ad una rendita che le mandava sua sorella, una famosa poetessa siciliana (di cui il nome è rimasto un mistero) e suo fratello, un encomiabile magistrato (anche il nome di quest’ultimo giace nell'enigma della storia) e
non contenta di questo ritratto familiare ad altissimi livelli, mi disse anche di avere in casa un maggiordomo che si prendeva cura di tutti i suoi affari.
Chi ero io per dubitare di tutto ciò?
Fisicamente la signora era un pochino corpulenta, bassina, con un seno prosperosissimo, sempre con un trucco un tantino eccessivo, ed era di un vanitoso, ma di un vanitoso che non so spiegare.
Un pomeriggio la vidi entrare nel negozio tutta trafelata e agitata e con una voce stridula mi urlò “Ilaria….voglio quella giacca in vetrina, quella di pelle nera, la voglio costi quel che costi”.
“Va bene” le dissi “vado a prendere la sua taglia così la prova”.
Dopo aver indossato la giacca che nemmeno le si chiudeva mi disse “ma che taglia mi hai dato?” “la large” risposi, “ma che sei impazzita? Quando mai ho portato la large, dammi immediatamente una small” e io mesta e accondiscendente dissi  “va bene, come vuole”.
Dopo 15 minuti con uno sforzo enorme, sia suo che della giacca, riuscì a infilarsi su per le braccia quel laccio emostatico , non riusciva a muoversi e forse nemmeno a respirare, avevo paura che le venisse un accidente, tipo che le andassero in cancrena gli arti per un blocco improvviso del flusso sanguigno. Ma lei, con una calma e una superbia mai viste prima, si mise davanti allo specchio, si esaminò con attenzione, si girò dalla mia parte e con un’espressione indefinibile sul volto mi disse “ non sono identica a Kate Moss?”


L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio.