lunedì 30 settembre 2013

Sesso selvaggio

Oggi piove e mi sa tanto che si tratta di un vago cenno di saluto dell’autunno.
Così, seduta sul mio divano guardo fuori dalla porta finestra del soggiorno e osservo la pioggia scendere copiosa sulle mie piante, sul tavolo e sulla mia adorata sedia sdraio che tante volte quest’estate mi ha accolto, qualche volta per un ritocchino all'abbronzatura e qualche volta nelle notti afosissime a fumare una sigaretta e a guardare le stelle finte del cielo di città.
Or dunque, per uscire da questo cosmico grigiore semi autunnale mi vedo costretta a raccontarvi l’ennesima avventura che ho vissuto questa estate in una delle mie innumerevoli giornate di mare.
Quel giorno, mentre scendevo il primo tratto di strada per giungere il mare, mi fermai al piccolo e invisibile bivio che separava la discesa della spiaggia da quella degli scogli. Mi affacciai un pochino oltre per vedere la situazione della spiaggia e mi accorsi che c’era un casino di gente. Essendo un’asociale marina cronica decisi per tanto di avviarmi per lo scosceso e dissestato sentiero che portava alla caletta sugli scogli.
Anche lì incrociai le dita affinché non ci fosse proprio nessuno e soprattutto che non ci fosse quell'orda di gente che fino a qualche giorno prima aveva addirittura montato un gazebo sugli scogli e che tra l’altro ci lasciavano pascolare un numero indefinito di ragazzini per dodici ore consecutive.
Nessuno, non c’era nessuno, avevo un pezzo di paradiso a mia completa disposizione.
Arrivavi al mio punto preferito, ovvero una parte di scogliera dove le rocce sono liscissime e levigate, dove in mezzo ad esse sgorga una sorgente di acqua dolce e ghiacciata e dove a picco scende selvaggia una pineta quasi a toccare il mare.
Come già ho accennato l’altra settimana, i miei gadget da mare sono pochi ma buoni ma questa volta vorrei essere ancora più precisa sulla descrizione di questi perché necessaria ai fini del racconto. Il mio ombrellone era verde acido fluorescente, il mio asciugamano era fuxia, la mia borsa frigo era blu elettrico e il mio costume da bagno rosso fuoco, insomma, avrete capito che la mia postazione era un pugno in un occhio nel bel mezzo del paradiso terrestre.
Dopo qualche ora di allegrezza e spensieratezza solitaria intravidi due figure in lontananza che cercavano in maniera terrificante e impacciatissima di camminare sugli scogli venendo nella mia direzione.
Ma perché avventurarsi in questi luoghi ameni ma pericolosi quando non si ha una certa esperienza con il trekking? Perché scegliere di fracassarsi tutte le ossa in un posto isolato dove nessuno può aiutarti se ti fai male e non scegliere di andare su una comoda e morbida spiaggia?
Le due figure pian piano si avvicinavano e così potei capire che si trattava di un uomo e una donna. Un uomo e una donna che giunti a circa 50 metri da me decisero di posare le loro cose e fermarsi lì.
Ok, pensai, forse hanno paura di andare oltre e vedendomi qui avranno pensato che sarà anche più facile farsi un bagno e risalir senza lasciare pezzi di ginocchia sulle secche e forse si sentono anche più al sicuro vicino a qualcuno che sta già qui prima di loro.
Ripresi il libro che avevo lasciato per controllare quei due incoscienti sugli scogli e ricomincia a leggere. Dopo qualche minuto, forse 5, inizia a sentire rumori strani, tipo respiri sommessi e deboli mugolii, alzai lo sguardo dal libro e mi girai verso la fonte di quei versi strampalati. Era la coppia che, non so come e non so nemmeno il perché, era stata colta da un’improvvisa forza selvaggia e ingovernabile ed aveva iniziato a fare sesso proprio a pochi metri da me.
Eppure, come ho tenuto a precisare prima, non è che non mi si vedesse sugli scogli, la mia presenza lì era forte e chiara, non era proprio possibile che non mi avessero notato. E poi che dire, ma su 32 chilometri di costa Marateota, proprio vicino a me dovevano venire a copulare quei due? Fossero stati due ragazzini potevo anche capirli, si sa l’ormone adolescenziale  è difficile da tenere sotto controllo, ma non lo erano, quelli erano due quarantacinquenni impazziti.
Non sapevo più dove guardare, ero in una situazione assurda e speravo solo che finisse presto. Ma non fu così.
Era passata più di mezz'ora e quei due erano ancora avvinghiati e abbarbicati su uno spunzone in una posizione assurda e non facevano altro che dimenarsi. Ero disperata, credetemi, non mi era mai capitata una cosa così sconcertante. Tra l’altro anche se fossi voluta andarmene, non avrei potuto poiché avrei dovuto passare all'incirca sui quei due corpi che in quel momento occupavano quel minimo di sentiero roccioso che c’era.
Io facevo la vaga, li ignoravo, leggendo qualche pagina di libro, ascoltando un po’ di musica, facendo due parole crociate, mangiando una pesca, chiamando addirittura M al telefono per raccontargli quello che mi stava succedendo, ma non ci fu niente da fare, quei due continuavano come se non ci fosse mai stato un domani.
Ad un certo punto –credo fosse passata ormai un’ora- i due presero fiato e si tuffarono in acqua… miracolo! In quattro e quattr’otto chiusi l’ombrellone, arrotolai l’asciugamano e arraffai tutto quello che avevo con me e come uno stambecco cominciai a saltellare sugli scogli verso la libertà.

È brutto dirlo ma sono stata un vero e proprio ostaggio dell’amore!
L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio. 

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