lunedì 8 luglio 2013

Tira l'ancora

“Io sono docile, son rispettosa, sono ubbediente, dolce, amorosa; mi lascio reggere mi fo guidar. Ma se mi toccano dov'è il mio debole, sarò una vipera e cento trappole prima di cedere farò giocar”.
Ecco come mi sento dopo una settimana di saldi, come Rosina, incazzata nera e sul piede di guerra, pronta ad azzannare al collo chiunque mi contraddica!
Sono sopravvissuta ad una settimana piena di richieste impossibili e alla mercé di donne frustrate e scontente, in più ci si è messo pure un tempo di merda senza precedenti e a questo punto mi chiedo: ce la farò ad arrivare a fine mese senza che mi venga un collasso nervoso?
La risposta è sì, ce le farò, perché io ho un obiettivo e quando si ha  un obiettivo tutto è più semplice: devo andare a mare. Ecco ora un piccolo spaccato di quello che farò tra qualche settimana, buona lettura.

L’appuntamento è al porto più o meno per l’una e mezza e iniziamo subito a cercare parcheggio. Subito dopo è necessario andare a comprare le sigarette e una bottiglia d’acqua fresca, poi andiamo sul pontile e piano piano ci incontriamo tutti. Qualcuno è già iperattivo e pieno di buoni propositi per la giornata e qualcun altro ancora non ha capito dove si trova e soprattutto perché.
 Saliamo tutti in barca, apriamo il gavone e sistemiamo le provviste, stendiamo gli asciugamani e tutto sembra ordinatissimo ma soltanto dopo circa 10 minuti regnerà il caos più totale.
Pemperepè pemperepè pemperepè. La barca è partita. Si sciolgono le cime e si parte verso la vastità dei mari.
Po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’ po’, questo è il canto di un gozzo un po’ vecchio e carico di gente, assordante che non puoi parlare e  puzzolente di gasolio da farti venire la nausea, ma è una poesia!
La prima tappa è più o meno vicino alle “Vranne”.
Mare piatto, sole alto e un leggero traffico di imbarcazioni solca le acque del golfo. Fa un caldo eccezionale, dopo poco stiamo tutti i acqua ognuno col suo aggeggio preferito. Chi ha il materassino normale di cotone rosso e blu, chi ha quello matrimoniale scomodissimo, chi cerca un appiglio possibile su un pallone super santos, qualcun altro è infilato in un salvagente di polistirolo e ancora qualcuno è partito con muta fucile e armi varie alla caccia del pesce del secolo che sfamerà tutta la compagnia in serata (cosa che non è mai accaduta nei secoli dei secoli).
Si dicono cazzate di vario tipo, si aprono discorsi che tutti sanno non si chiuderanno mai perché fa troppo caldo, ognuno cerca di bagnarsi la testa in modi assurdi, chi tira fuori un panino con mozzarella e prosciutto, chi beve quell' acqua che ora rassomiglia molto a pipì e chi è in coma profondo. Insomma una classica giornata di mare. Tutto bene, tutto tranquillo, si fa qualche pettegolezzo su qualcuno incontrato la sera prima, su cosa si può fare in serata e cose così.
Così si fanno le quattro del pomeriggio ed è il momento di cambiare zona.  L’impresa richiede circa una ventina di minuti di preparazione: riempire la barca con tutti i galleggianti che sono in acqua, recuperare il pescatore, prendere la scaletta e infine trovare uno spazietto per sedersi fra il caos più totale che c’è abbordo.
“Bhè, ora andiamo a Cersuta” all'unisono si leva questo coro al cielo, e che Cersuta sia!
L’immagine di foche narcolettiche si ripete anche qui, con leggere modifiche però. Qualcuno si avventura verso gli scogli con la maschera e il boccaglio, altri si ricordano di avere un corpo e quindi di saper galleggiare anche senza supporti e addirittura qualcuno rammenta anche le tecniche base per nuotare. Da lontano, nel frattempo, nuvoloni violenti corrono dall'orizzonte verso di noi, nella galoppata trascinano fulmini e bolle cariche di pioggia, ma noi li ignoriamo, facciamo finta di niente, male che va il porto è vicino, sì ma tanto non piove, di sicuro.
Una goccia, due gocce, tre gocce, ma no, tanto ora finisce. Quattro gocce, venti gocce, trenta gocce -di sicuro è passeggero- e infine valanga d’acqua dal cielo. Piove, piove, piove e pure tanto.
Raccatta tutti i galleggianti a bordo, nascondi le asciugamani altrimenti si inzuppano, cacchio fa freddo, accendi il motore: Peperepè peperepè peperepè. Tira l’ancora, tiraaa l’ancoooraaa, non ce la faccio aiutami, cacchio s’è incagliata, tira più forte, aspetta, levatevi ci penso io, no è impossibile, sta sotto uno scoglio, ma và? Dai, chi si tuffa? Fa freddissimo, acqua a secchiate, la gente che da ogni posto della costa naviga a rotta di collo verso il porto, il mare s’è alzato, il panico.
Chi si tuffa? Vado io, dammi le pinne, cacchio stanno sotto a tutto non riesco a prenderle, vai senza, no è troppo profondo dammi le pinne, aspè (nel frattempo è passata mezz'ora).
Ok, l’ancora è salva ma stava proprio messa in un modo assurdo, chi l’ha buttata prima? L’ho buttata io, embè, che c’entra mica l’ho fatto apposta a farla incastrare.  Si ma tu non la butti più, cioè non sai buttare l’ancora, è grave.
Senti vai a quel paese, si ma è l’ABC del mare.
E mo basta, dai piantatela siete insopportabili, andiamo al porto.
Il porto quando piove sembra sempre lontanissimo, ma proprio lontano lontano e ti chiedi “quando arriviamo?” e sembra che non arrivi mai, te lo ricordavi così vicino e invece sembra che si allontani per farti uno scherzo.
Pelle d’oca, freddo, la pioggia sulla pelle è pungente e pensi a quanto stavi bene fino a un’ora fa e ora invece desideri una doccia bollente come massimo traguardo della vita.

 Finalmente al porto, primo raggio di sole, secondo raggio di sole, le gocce sono meno insistenti, terzo raggio di sole, che bello non piove più, ovviamente ora che siamo arrivati. E ora che si fa? Andiamo al bar?

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