lunedì 17 giugno 2013

Afasia

Mi capita alcune volte di rimuginare tutta la notte su alcuni avvenimenti che mi sono capitati durante il giorno, cose che in quel momento non mi sembrava avessero un gran peso oppure che non mi parevano così indigeste da mandar giù e quando succede addio sonno. Mi incazzo come una bestia e ovviamente mi vengono in mente tutte le frasi o le cose che avrei potuto dire in quell'occasione, del fatto che non sono mai pronta a dare una risposta ad effetto o cose del genere.
Il fatto che sto per raccontare è successo sabato mattina, poi sabato sera sono uscita e non c’ho pensato più di tanto fino ad arrivare alla notte e lì mi è salita una bile tremenda.
Ero a lavoro e osservavo una donna che provava un abito, l’abito le stava un tantino grande, così le ho detto “mi sembra che le stia un po’ largo sotto il braccio, lo vedo dallo sgavaglio della manica, è troppo grande”.
Lei mi guarda divertita e mi dice “dov'è che ti sembra largo?” “lo sgavaglio” rispondo io e lei ribatte “ma come parli, forse si dice al paese tuo!”.
Mi ha detto questo con un’aria tra lo sfottente e il deridente, quasi volesse farmi capire che visto il mio marcato accento meridionale io non conoscessi il nostro comune idioma, la nostra lingua nazionale.
Non ho fatto una piega e le ho risposto con gentilezza che purtroppo non tutti conoscono alcuni termini tecnici sartoriali e che lo sgavaglio si riferisce sia al cavallo dei pantaloni che al giromanica di un abito e che nonostante tutto ( a quanto pare credeva fosse un termine dialettale) era una parola esistente nel nostro vocabolario.
E poi la mia giornata lavorativa si è procrastinata sino alla sera e i miei pensieri sono stati catturati da altre mille insidie e anche da piccole gioie.
La notte, mentre a letto cercavo una posizione per trovare una piccola corrente d’aria che mi facesse ricordare di non essere in un forno crematorio, ma nella mia stanza da letto, mi è salita in gola come un conato di vomito quella frase “forse si dice al paese tuo!”. Cazzo, una frase del genere forse non si pronuncia più dal 1960, quando la catena umana di uomini meridionali si stanziava nel nord per cercare lavoro.
Ma poi, porcaccia miseria, siamo a Roma, dove forse solo il 20 per cento della popolazione può vantare avi romani della settima generazione, in questa città chiunque ha un genitore o un nonno calabrese, siculo, lucano, pugliese o campano, qua di certo nelle vene non scorre mica sangue scandinavo o bretone!
Ma ancora non ero sazia di questa mia ipotetica risposta, mi si è spaccato qualcosa dentro, una forza sconosciuta e temibile, un rombo di tuono e di tempesta: l’orgoglio.
“cara signora, dopo 20 anni di studio matto e disperatissimo, quindi dopo cinque anni di scuole elementari, tre di medie, altri cinque di liceo e pure cinque anni di università, crede d’avvero che non sappia esprimermi in maniera corretta? E poi, mi scusi, ogni qual volta sente una parola nuova crede che sia un termine di uso comune solo nel posto di provenienza di chi l’ha pronunciata? Non crede che la sua visuale del mondo sia un po’ gretta e provinciale?”.

Questa risposta immaginaria mi ha veramente soddisfatto, mi sentivo proprio cazzuta e appagata, dopo una mezz'ora, però un dubbio subdolo e notturno si è insinuato nel mio cervello: non è che la signora in questione era affetta da afasia e non capiva un cazzo di ciò che sentiva e di ciò che diceva?

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