lunedì 29 aprile 2013

Storie mediamente tristi


Cave felem
Avevamo un gatto, anzi una gatta, che irrimediabilmente prima di essere sterilizzata ci regalò una bella cucciolata numerosa, credo che fossero almeno 6 micetti.
La gatta dopo aver partorito sotto il mio letto nella cesta in cui mettevo i giocattoli, subito dopo fu trasferita in uno sgabuzzino poco lontano da casa, forse cento metri, qui lei e i cuccioli potevano stare al calduccio e continuamente monitorati o da me e mia sorella o dalla mamma.
Un pomeriggio, credo fosse estate, mandammo nostro fratello a prendere non ricordo cosa nello sgabuzzino, e siccome era piccolo, aveva circa 5 anni, faceva tutto quello che gli chiedevamo senza batter ciglio, poi ha smesso e ora anche se ti vede con 300 buste della spesa da sola sotto un torrente di pioggia e magari dietro di te il mondo sta scomparendo inghiottito da un enorme armageddon, prima si fuma una sigaretta e poi forse, ma forse  ti viene ad aiutare.
Ma ritorniamo al caldo pomeriggio estivo di una ventina d’anni fa. Il bambino saltellando felice e contento verso lo stanzino ignorava completamente che da lì a 5 minuti la sua spensierata innocenza sarebbe stata  cancellata per sempre da un fatto tanto assurdo quanto shoccante. Appena aprì la porticina fu aggredito da un enorme gatto grigio che gli si gettò sul viso graffiandogli tutto il faccino. Egli iniziò ad urlare come un forsennato cercando di togliersi il gatto dalla faccia, il quale con un gesto felino- che chi meglio di un gatto può fare?- gli si aggrappò dietro la schiena mentre mio fratello continuava a dimenarsi di qua e di là. Percepito il frastuono e i versi del gatto indiavolato il nostro amatissimo cane corse in suo aiuto e scacciò via il gattaccio assassino. Noi nel frattempo non so come ma non udimmo nulla, forse avevamo la radio a tutto volume. Quel che si trovò davanti agli occhi mio fratello fu una cosa terrificante, tutti i gattini erano stati smembrati, dilaniati, ridotti in poltiglia, e la gatta giaceva in un angolo terrorizzata.
A quanto pare i gatti maschi fanno così quando desiderano accoppiarsi nuovamente con una femmina ma ogni spiegazione fu inutile per il mio piccolo fratello, che dopo il fattaccio non andò mai più a prendere qualcosa nello sgabuzzino senza una scorta di almeno 3 persone.

Il suicidio di Greta Garbo
La ragazza del paese aveva una pecora, una bellissima pecora, una pecora così bella che appena la vide alla fiera del bestiame se ne innamorò subito e per onorare la sua bellezza la chiamò Greta Garbo. Greta Garbo cresceva felice, dava del buon latte e pascolava felice nel paese. Greta Garbo aveva solo un piccolissimo difetto, scappava sempre. Una volta la si ritrovava al mare sulla scogliera, altre volte sui monti, certe volte cambiava addirittura paese servendosi della strada statale, in alcuni casi si perdevano le tracce della pecora anche per giorni, poi qualcuno la avvistava e la ragazza si armava di santa pazienza e andava a recuperarla.
“Quanto sei bella Greta Garbo, sei così bella che non mi sta proprio bene che te ne vai in giro tutta sola, e se qualcuno ti portasse via o se una macchina ti investisse? No, mia cara Greta Garbo, sei troppo curiosa e questa cosa non mi piace, da domani ti legherò ad una fune che a sua volta legherò ad un albero e poi ogni tanto ti vengo a spostare per farti cambiare il pascolo”.
Così fece l’indomani la ragazza, il giorno dopo ancora e quello ancora dopo. Solo che un giorno dimenticò di andare a spostare Greta Garbo e se ne ricordò soltanto il pomeriggio, ma a quell'ora tarda per tutto il paese girava una sola voce “Greta Garbo s’è ammazzata”. La pecora evidentemente colta da una voglia irrefrenabile di scappare ancora, forse dimentica della corda che l’assicurava al tronco o forse no, spiccò un salto e precipitò sotto il muro che aveva davanti. Greta Garbo si era impiccata.

Gastarbeiter
Il nonno di M aveva un merlo bellissimo, tutto nero, lucido, elegante, con una voce da far venire i brividi, fischiettava come un matto, intonava canzoni, imitava le voci, insomma era un merlo serissimo.
Un giorno il nonno di M dovette partire, più precisamente dovette emigrare per cercare lavoro e andò in Germania.
Dal giorno in cui il nonno partì il merlo smise immediatamente di fischiare, non intonò mai più una canzone e  non imitò mai più una voce. La nonna pensava si trattasse di un momento di depressione, o forse di un problema alle corde vocali, tuttavia il merlo continuava a vivere la sua vita in maniera apparentemente normale, saltellava nella gabbia, mangiava i semini e ogni tanto si faceva una svolazzata.
L’unica cosa è che continuava a non fischiettare, passarono giorni, mesi e anni e dal suo becco non uscì mai più un suono.
Dopo circa 3 o 4 anni il nonno fece ritorno al suo paese, alla sua casa, ai suoi affetti.
Appena varcò la porta di casa, il merlo lo vide, fece uno svolazzo e poi con tutta l’aria che aveva in corpo intonò una fischiettata potentissima, così alta che lo sentirono tutti i vicini, poi d’un tratto smise di fischiare, guardò il nonno e cadde morto stecchito sul pavimento.
È verosimile che il merlo in tutti gli anni di mutismo stesse studiando la sua melodia perfetta, il fischio finale, il suo requiem personale.


lunedì 22 aprile 2013

Lunedì lavorativo


Oggi sono a lavoro e piove, piove da quando sono uscita di casa stamattina, certe volte esce il sole ma continua a piovere, ma come diceva Brandon Lee nel memorabile film Il corvo “non può povere per sempre”.
La pioggia stamattina però mi ha fatto un favore, appena ho aperto ho venduto un paio di galosce. La signora che le ha comprate era uscita di casa con un paio di ballerine di cartone che alla prima goccia d’acqua si sono aperte come un panino. Dopo questo episodio mi sono resa conto di essere uscita vestita come se fosse il 5 giugno, adesso sto nel negozio con una giacca a vento abbottonata fin sotto il mento. I cambi di stagione sono sempre un mistero, io per principio lo faccio il primo di aprile, poi grossomodo muoio di freddo fino ai primi di maggio, ma non demordo, a costo di mettermi addosso tutte le maglie di cotone che ho nell'armadio, il cambio stagione si fa il primo di aprile, non oltre. Il cambio di stagione vale anche per le scarpe, per principio non indosso più stivali dal 1/4 fino al 1/11.
Oltre al danno alla signora delle ballerine, la pioggia continua a seminare confusione, per i poveri operai che stanno qua fuori mi si stringe il cuore. Stanno scavando un fosso nell'asfalto, chissà che devono fare. Per ora si vede solo fango, polvere, detriti e si sentono urla e parolacce, di sicuro se continuano a scavare trovano un reperto archeologico e poi dovranno interrompere i lavori, cosa che in questa città capita di continuo!
Altro danno l’ha fatto alla signora che è entrata 10 minuti fa, della quale appena è entrata ho visto solo i piedi in aria, ha preso uno scivolone sul primo gradino che se non si è rotta l’osso sacro è stato un miracolo e dei suoi pantaloni color avana ne è rimasto solo un vago ricordo. Quando l’ho vista tutta accartocciata a terra mi è venuto troppo da ridere ma non temete, non l’ho fatto.
Come in ogni giornata di pioggia che si rispetti è appena entrata (ed uscita) la solita signora che ormai conosco da 10 anni che si fa un giro tra i vestiti, si assicura che ci siano altre taglie oltre a quelle esposte perché è una cosa che deve sapere assolutamente e poi va via, promettendo di tornare quanto prima a comprare qualcosa. In dieci anni non ha comprato mai nemmeno una spilletta.
Gli operai per strada -di fronte al negozio- ora hanno iniziato ad usare il martello pneumatico, ogni trapanata sembra una scossa di terremoto, il negozio si districa sotto terra e soprattutto sotto un antico palazzo di 5 piani. Mi sento tranquilla come se stessi per stendermi sopra un divano di cactus. Per restare in tema in questo preciso istante il mio amico Mattia mi sta mostrando un libro che ha ricevuto oggi in  regalato in facoltà “Le calamità naturali in Italia dal 414 a.C. al 1997”. Che cazzo di libri regalano? La curiosità mi assale, sfoglio il libro delle sfighe.
Ve ne ricordo una, così per puro scopo informativo: 126-125 a.C. località: Etna, evento: att. Vulcanica, poi ci sono scritti gli effetti ma sono scritti in latino e nonostante la mia vastissima conoscenza della lingua morta in questione non vi farò la traduzione, in fine c’è il commento (interessantissimo): nell'arcipelago delle Eolie emerse una nuova isola. Però!
Per dovere di cronaca allego un documento che garantisce l’esistenza di questo libro.


Ora è meglio se torno a lavoro…

lunedì 15 aprile 2013

Cose da film americani


Le pillole
È venuto a trovarmi anche quest’anno un amico di famiglia che è di Detroit e per l’ennesima volta ho dimenticato di chiedergli una cosa che ogni volta che ci penso mi fa dannare il cervello.
Avrei voluto chiedergli se è vero e soprattutto perché gli americani ingurgitano pugni di pillole come fanno vedere nei film.
Se una persona in un film americano ha mal di testa prende un contenitore di analgesici - solitamente color ambra- dall'armadietto del bagno e ne versa in mano il contenuto, solitamente una decina di pillole, poi prende un bicchiere con un goccio d’acqua e butta giù tutto. Uguale se una persona soffre di depressione, prende il tubetto di barbiturici e ci va sotto col solito dosaggio da elefante e tutto fila liscio come niente fosse.
Pensa se un italiano ingoiasse una  manciata di aspirine, come minimo gli si fluidificherebbe il sangue tanto da morire liquefatto, oppure se inghiottisse un pugno di Tavor, morte certa all'istante. Probabilmente la posologia delle pillole americane deve essere veramente blanda, quindi per forza di cose devono ingoiare una cinquantina di pillole al giorno, quindi mi chiedo: ma che epiglottide hanno gli americani?  Possibile che non gli dia per niente fastidio alla gola (evidentemente larga e profonda) ingoiare ogni volta questo malloppo di pillole? Ho amici che anche in età adulta non riescono ad ingoiare una pillola e che quindi passano direttamente al medicinale in bustine, ma se questi miei amici dovessero andare in America, troverebbero per  i loro malanni medicinali in forma granulare? Queste domande mi hanno fatto perdere ormai il sonno.
L’emigrante
L’altro pomeriggio al negozio mi sono fermata a fare due chiacchiere con una signora veramente troppo simpatica. Non so come e perché ma ad un certo punto ha iniziato a raccontarmi di quando, una cinquantina di anni fa, decise assieme a suo padre di partire e andare cercar fortuna negli Stati Unita d’America. Lì il padre diventò un operaio specializzato e lei diventò sarta, ma nonostante i grandi sacrifici, il sogno americano restò soltanto un sogno, anzi in verità il sogno si avverò solo per qualcuno, di sicuro non per tutte le centinaia di migliaia di emigranti che sbarcarono lì in cerca di fortuna. Diciamo pure che l’americano medio dell’epoca era piuttosto avvezzo allo sfruttamento di tutte le minoranze etniche che arrivarono lì in cerca di una vita migliore. Durante quest’interminabile chiacchierata la signora mi ha raccontato anche che lì, negli Stati Uniti, per la prima volta in vita sua ha sentito la parola MAFIA. Il suo “boss” una volta, durante una pausa pranzo, per fare il simpaticone le disse che gli italiani erano tutti  mafiosi. Lei sorrise, non sapendo assolutamente a cosa si riferisse, poi andò da una sua collega messicana e le raccontò dell’accaduto. La messicana le spiegò cosa fosse la mafia e lei candidamente mi ha detto “ma figurati che ne sapevo io della mafia, venivo da un paesino di montagna dell’Abruzzo dove 50 anni fa manco sapevamo parlare l’italiano!”
Poi dopo varie vicissitudini e tante sconfitte decise di ritornare in Italia e dimenticare per sempre l’America, l’unico problema fu che dovette affrontare un viaggio di ritorno in terza classe solcando un oceano in piena tempesta. Quando mi raccontava del viaggio mi è venuto in mente De Gregori quando dice che la prima  classe costa mille lire, la seconda cento e le terza dolore e spavento. Povera la mia signora che ha dovuto viaggiare per 6 giorni dormendo praticamente sullo scafo della nave, perché lì stava la terza classe, dove gli oblò  si affacciavano sott'acqua.
The preacher
Ieri pomeriggio sono andata a fare una passeggiata al parchetto sotto casa. Era una bella giornata, c’erano un sacco di famiglie, tantissimi bambini e una marea di cani al guinzaglio.
Mentre camminavo sentivo però una voce provenire da un altoparlante e poi musica e canti scatenati. Ma cosa sarà? Mi sono chiesta e così presa da una forte curiosità mi sono spinta verso la fonte di tanto rumore.
La fonte di quel casino assordante era un predicatore americano.
Ero al Central Park di New York o al parchetto sfigato di Conca D’Oro a Roma?
Che ci faceva un predicatore americano sotto casa mia?
Non so di che setta si trattasse, ma alcune frasi del folle predicatore mi sono rimaste impresse.
“Non siamo dei porci che si rotolano nel loro letame, siamo angeli del signore”.
“Il demonio è dietro l’angolo, ma noi non bruceremo nelle fiamme dell’inferno se seguiamo la parola del signore”.
Credetemi, non era Guzzanti che imita il predicatore americano con la moglie di nome Mildred, no, era vero, era davanti ai miei occhi.
Ogni tanto, dopo qualche frase ad effetto, attaccava un impianto stereo che non avevano  manco i Pink Floyd al concerto di Pompei, e iniziava a cantare come un forsennato “ suonano le trombe del signore, ascolta le trombe del signore, la la la la la la la:”
Il pubblico dinanzi al palchetto improvvisato era pressoché omogeneo, tutti ottuagenari o giù di lì. Non ho nessuna intenzione di muovere alcuna critica nei confronti di nessuna religione, ho sempre avuto un atteggiamento di totale rispettosa indifferenza nei confronti di ogni credo, però, abbiate pietà,  il predicatore americano mi è sembrato davvero eccessivo!

lunedì 8 aprile 2013

Scarsa credibilità


Mercoledì scorso, appena scesa dal treno di ritorno da casa e immediatamente catapultata a lavoro, mi sono chiesta: sono forse io una persona poco credibile?
Avevo appena posato la valigia a terra, mi stavo togliendo la giacca, quando una signora mi chiede: mi fa dei pacchi regalo?
E va bene, mi sono detta, tanto in un modo o in un altro si deve pur ricominciare con il solito tran tran quotidiano!
La signora mi porge gli oggetti che aveva scelto e inizia ad osservarmi con fare indagatore e non c’è cosa che urta di più il mio sistema nervoso della gente che mi guarda e deve dirmi come fare o non fare un pacco regalo.
E così la signora inizia una solfa impressionante che mi sento in obbligo di trascrivere, le frasi in corsivo invece sono i miei pensieri che come sempre restano dentro di me affinché i miei crampi allo stomaco dovuti al nervosismo non vadano mai via.
Signora 1- ah, ma fa dei pacchi regalo come per Natale?
Ma che domanda è? Se mi ha chiesto dei pacchetti regalo, come faccio a farli senza carta? Un regalo non dovrebbe essere una sorpresa? Ma poi vede per caso che stia usando della carta natalizia?
Signora 1- senta, per le piantine finte potrebbe usare della carta trasparente?
E allora dillo prima, perché lo dice solo dopo che ho già tagliato 67 metri di carta e che ho già chiuso tutti i pacchetti con lo scotch?
Signora- perché non usa della carta come questa che c’è sul tavolo?
Io- perché è una tovaglia questa che vede sul tavolo.
È di stoffa porca miseria, le sue mani ci sono poggiate sopra, non lo sente che è stoffa?
Signora 1- E’ da poco che è aperto questo negozio, vero?
Io- beh, dal ’97.
Signora 1- impossibile, io abito qui e non l’ho mai visto, non può essere come dice lei, dal ’97 mi sembra un’esagerazione.
Dopo quest’ultima affermazione però ho deciso di dar voce ai miei pensieri.
Io- glielo assicuro, proprio dal ’97, se vuole credermi bene, altrimenti non so che dirle, d'altronde non è che mi sveglio la mattina col sol pensiero di dire bugie, anche perché non avrebbe senso mentire circa una cosa del genere, lei non se n’è mai accorta eppure la sua vita è andata avanti comunque.
Poi ha pagato ed è andata via.
La mia giornata all'insegna della frustrazione non era ancora finita, altri quesiti sconcertanti erano in agguato, infatti, solo qualche ora dopo un altro dilemma mi ha aperto la mente.
Signora 2- scusi, ce l’ha ancora quella gonna bellissima, lunga, di tessuto rigido con del tulle che ne usciva dai bordi, color bordeaux, con dei fiori ricamati su un lato?
Io- oddio, non la ricordo proprio, ma l’ha vista quest’inverno? Perché se così fosse ormai di invernale non c’è più nulla.
Signora 2- nooo, ma quale inverno….l’ho vista a giugno dell’anno scorso e non faccio che pensarci dalla mattina alla sera, era troppo bella!
Dunque, l’ha vista a giugno del 2012, viene a vedere se c’è ancora ad aprile del 2013 e dice che non fa altro che pensare a quella gonna. Mi rendo conto che nella scala dei valori di un essere umano una gonna non si trovi proprio tra i prima posti, ma considerarla un pensiero fisso e venire a vedere se c’è dopo 11 mesi, non trovarla e restarci molto male, mi fa pensare ad una cosa: forse lei è affetta da  un problema psichico spazio-temporale.
Io- mi dispiace, ma ovviamente quella gonna non c’è più.
Signora 2- e dai, vai a vedere in magazzino, magari è chiusa in uno scatolone, dai, dai vai a cercare.
Io- Signora, ma perché crede che stia mentendo? Se avessi la gonna non crede che gliela venderei subito?
E poi se n’è andata, anche se non troppo convinta.
L’ultima tappa di questo giro della morte nei confronti della mia credibilità è stata al momento della chiusura.
Una signora si affaccia alla porta e mi chiede: quanto viene il dosatore del sapone in silicone che c’è in vetrina?
Io- il prezzo è di 12 euro, però non è in silicone ma in ceramica.
Signora 3- non è possibile, si vede benissimo che è in silicone, come le viene in mente di dire che è in ceramica!
O mio dio, ma che ho fatto di tanto male per meritarmi tutto ciò, perché la gente pensa che io dica solo palle? Ma lo saprò cosa di cosa è fatto quel cavolo di dosatore.
Quindi con serafica calma ho preso un altro dosatore uguale e sono andata verso di lei e mentre camminavo lei continuava a dire – lo vede che è di silicone, come fa a vendere una cosa e non sa di cosa è fatta?
Poi è intervenuto mio fratello, che mi ha preso il dosatore da mano immaginando il peggio, glielo ha dato e ha aggiunto – signora, è ceramica, se ne rende conto ora che lo ha in mano?
Signora 3- beh sì, ma a me serviva di silicone.
Poi finalmente la giornata è finita.