lunedì 4 marzo 2013

Aria di primavera


Certi ricordi della mia infanzia si fanno strada nella mia mente sempre quando c’è un repentino cambio di stagione, più in particolare quando il sole si fa più caldo e le giornate si allungano un poco alla volta. Non c’è niente da fare, sarò assolutamente prevedibile, ma da marzo a ottobre sono una persona decisamente più felice.
Mentre bevevo il mio primo caffè in terrazza (il primo della stagione primaverile) mi sono catapultata senza alcun motivo in una giornata tipo delle mie scuole elementari.
Ho fatto le scuole elementari nel mio paese, in una scuola composta da una classe soltanto, una classe che all’epoca si chiamava pluriclasse, una cosa che oggi forse esiste solo nei paesi sottosviluppati.
Nella mia classe, quindi nella mia scuola, eravamo circa 15 bimbi, qualcuno di prima, altri di seconda e così via fino alla quinta, certi anni però magari non c’era nessuno di terza o di quarta, così quelli di prima e seconda facevano contemporaneamente il programma di quinta, detto così sembra un gran casino, in realtà le cose erano semplicissime.
Il mio orario di scuola era dalle 8e45 fino alle 12e45, poi basta, niente tempo prolungato o dopo scuola, 4 ore di studio e stop. Ovviamente avevamo una sola maestra che gestiva in maniera impeccabile 15 o più ragazzini di età diverse e programmi scolastici differenti;  non credo di averla mai vista in difficoltà e se lo era dissimulava magnificamente, sta di fatto che dopo 5 anni con lei anche una pietra avrebbe saputo leggere e scrivere, conoscere la storia e la geografia, giocare a scala quaranta,  compilare un bollettino postale e avere le prime nozioni di scienza e biologia.
Come dicevo, mentre sorseggiavo il mio caffè, mi sono trovata in un posto sperduto della mia mente dove erano le 12e45 e mamma mi veniva a prendere a scuola con il suo motorino bianco. Cosa facevo una volta tornata a casa in una assolata giornata di marzo? Di sicuro non pranzavo subito perché aspettavo mia sorella che tornasse dalle scuole medie e arrivava con l’autobus intorno alle 14. Appena arrivavo a casa posavo cartella e grembiule e nel giro di 30 secondi ero già da qualche parte nel bosco in compagnia del mio cane Ronny. Le mie incursioni nel bosco erano sempre finalizzate alla raccolta di qualsiasi cosa, ma da marzo fino ad aprile c’era una sola cosa che attirava (e attira ancora) la mia attenzione: gli asparagi. Prima di pranzo facevo tipo un aperitivo, ne raccoglievo un mazzetto tanto per sgranchirmi le gambe, anche perché per una selvaggia come me 4 ore di scuola erano uno stillicidio e avevo bisogno di ritrovare quel contatto con la natura di cui mi avevano privato per tutta la mattina.  Quando arrivava anche mia sorella mia mamma iniziava a chiamarmi, prima con calma e dolcezza, poi quando si rendeva conto che passeggiando qua e là ero arrivata quasi sugli scogli, iniziava a urlare incazzatissima. Non so come facessi, ma correvo in salita per circa 500 metri e arrivavo a casa senza nemmeno il fiatone. Dopo pranzo bisognava lavare i piatti, i ruoli stabiliti erano che mia sorella lavava e io asciugavo. Odiavo asciugare le stoviglie e poi odiavo pure mia sorella perché mentre lavava i piatti faceva le sculture con la schiuma del detersivo e io soffrivo moltissimo perché a me non mi faceva toccare l’acqua saponata manco quando aveva finito di lavare tutto. Talvolta mi ribellavo a quest’ordine costituito, così mi facevo trovare già alla postazione del lavabo prima che lei avesse finito di mangiare, naturalmente finiva sempre in tragedia, lei che mi strattonava, un bicchiere che si rompeva, una tirata di capelli, qualche scappellotto e poi arrivava mamma piuttosto contrariata che prendeva il cucchiaio di legno e come una strega che fa una magia potentissima, ognuna tornava al proprio posto e in un mutismo estremo completavamo il nostro lavoro.
Dopo pranzo eravamo già all’aperto a spremerci le meningi per farci venire un’idea brillante per il gioco da fare durante il pomeriggio. Passeggiavamo in lungo e in largo e mentre mia sorella immaginava mondi di fate, universi paralleli, incontri con forme di vita sconosciute, io raccoglievo asparagi. Credo che mia sorella non abbia mai raccolto un asparago in vita sua, forse manco l’ha mai visto. Lei camminava con il naso all’insù e la testa fra le nuvole, io con la testa china e gli occhi piantati a terra, in una mano un coltellino e nell’altra il mio immancabile mazzetto di asparagi.



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