lunedì 21 gennaio 2013

...e non dire parolacce.



Sabato sera ho avuto una specie di discussione con M a proposito delle parolacce, di come e quando debbano dirsi e di come ci comportavamo con l’uso di queste ultime quando eravamo bambini. Ne è uscito in poche parole che io sono una ragazza piuttosto scurrile e che nonostante discenda da una famiglia di sani principi e con ideali forti e radicati, a casa mia diciamo da sempre un sacco di parolacce, mentre a casa di M le parolacce erano e sono bandite.
Non è che da bambina dicessi parolacce in continuazione, non ero mica come la bambina de “l’esorcista”, ma ecco non se ne faceva una tragedia se qualche volta usciva un epiteto colorito dalla mi boccuccia santa.
L’uso della parolaccia quotidiano è quanto più vicino alla catarsi e all'allontanamento dell’incazzatura possa esistere, usare un appellativo diciamo volgare aiuta senza dubbio a ristabilire il giusto ordine delle cose, ridimensiona ciò che ci sembra inaccessibile e irrisolvibile.
Fra il dire “dove ho messo l’accendino” e “dove cazzo ho messo l’accendino” c’è di mezzo un’infinità di cattivo umore, quella parola magica tra il “dove” e l’”ho” ci ha liberato già da un mondo di negatività.
Nell’ordine naturale del mio dizionario di parolacce (quindi non un ordine alfabetico, bensì un ordine di affezione) ecco quelle che uso con più sentimento e gioia.
Merda. Questa è per certo la mia preferita, è quella che si abbina meglio a tutti i miei stati d’animo, è quella che ho imparato per prima, è quella che da bambina per uno strano scherzo della grammatica inventata da me, ero certa di poter declinare: merda, merde, merdo e merdi. Ancora oggi credo fortissimamente che una donna possa essere una merda e che un uomo possa essere uno merdo.
Non c’è niente di più vicino alla realtà se dico che ho passato una giornata di merda, se dico che mi sento una merda, o ancora se dico che in quel ristorante si mangia di merda, provate ad essere più convincenti usando un'altra parola al posto di “merda” e perderete subito di credibilità.
Merda è anche la parolaccia preferita da mia mamma, sentirle urlare “merda” mentre sta facendo qualcosa al di fuori della portata dei miei occhi  mi fa fare sempre un sorriso di gioia, poiché strillando quel “merda” il suo problema è per metà già risolto.
Indimenticabile poi mio nonno che dopo aver vissuto tantissimi anni in Sud america non diceva più “merda” ma “mierda”, un fascino esotico irrinunciabile, da piccola trovavo tutti i pretesti possibili per poterlo dire con nonchalance.
Cazzo invece è una parola che uso solo in veste investigativa. Quando perdo una cosa, quando non ricordo una risposta, quando non so dove sta una strada, quando mi perdo, quando cerco disperatamente un oggetto. Ecco diciamo che la parola“cazzo” per me ha la stessa valenza del punto interrogativo e in più è un rafforzativo che racchiude in sé il mio senso d’inadeguatezza di fronte alla realtà, mette in luce il mio essere perennemente sbadata.
L’altro mio grande e amatissimo intercalare preferito è “vafanculo”, già, avete letto bene, l’ho scritto con una F soltanto, perché il potere evocativo della mia genealogia meridionale è nulla rispetto alla doppia F.
Provate anche voi a dire un gran “vafanculo” con una F soltanto e vi sentirete con il mondo ai vostri piedi. Pronunciarlo in tal modo vi darà un senso di leggerezza mai sentito, cela in sé questa parola meridionalizzata una certa  noncuranza e un senso di superiorità assoluto, oserei dire che la parola assurge a un livello altissimo, sicuramente nobiliare. Metterci davanti un “Ma” rende le cose ancora più belle e se poi ci abbiniamo pure un gesto col braccio, tipo quando invitiamo qualcuno ad uscire (assolutamente non il gesto dell’ombrello che trovo pesantemente inflazionato e infantile) la scena è perfetta, anzi credo che il mandato a fanculo si senta anche lusingato.
Facciamo una prova?

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