lunedì 30 dicembre 2013

Cadute di stile

Venerdì scorso sono caduta in mezzo al mercato di Sapri. Camminavo di fianco a mia madre, avevo tutte e due le mani occupate da buste e improvvisamente mi sono ritrovata stesa lunga a terra. In verità non troppo improvvisamente visto che  prima di cadere ho messo un piede su di un pezzo di plastica piatto e liscio ed ho fatto lo scii per un paio di metri.
Non so se avete notato una cosa alquanto stravagante, quando a cadere è un bambino chiunque sia nel raggio di 100 metri si scaraventa sul poverino per soccorrerlo, quando invece cade un adulto tutti si girano dall'altra parte e scoppiano a ridere. Anche a mia madre è venuto da ridere e anzi credo di aver notato nel suo sguardo anche una certa espressione che tradotta in italiano diceva “io a questa qui a terra manco la conosco”.
Non mi sono fatta niente, a parte un ginocchio sbucciato, ma dopo essermi rialzata da terra avrei preferito che sotto i miei piedi si fosse aperta una voragine e mi avesse inghiottito.
Un paio di anni fa, sempre durante il periodo natalizio, sono ruzzolata per le scale di casa mia e per mia fortuna quella volta non mi ha visto nessuno. Sono caduta per le scale come una pera cotta e per cercare di fermare una discesa infinita ho messo le mani in avanti. Risultato finale: un mignolo forse contuso. Ho scritto forse perché non so cosa mi sono fatta realmente poiché in ospedale non ci sono andata, ma mio padre mi ha steccato il dito con un cucchiaio di legno che si sosteneva alla mano con dello scotch, un classico rimedio alla Vincenzo Mc Gyver.
A mia madre, qualche giorno fa, mentre preparava uno dei suoi luculliani pranzi, è caduta a terra un’intera pentola di lenticchie.  In quel momento il cielo si è oscurato, si è alzato un vento di 100 chilometri all'ora, dall'orizzonte un muro di pioggia avanzava verso la costa trascinando con sé fulmini e saette e infine  sulla nostra casa si è aperto minaccioso l’occhio di un ciclone portatore di morte e distruzione. Ecco cosa succede quando mia mamma si incazza come una bestia.
Ieri, noi donne di questa casa, ci siamo concesse un piccolo lusso. Dunque, da qualche anno a questa parte, con una scadenza più o meno mensile, un simpatico giovane napoletano viene nel nostro paese a vendere gli abiti porta a porta. Prese da uno slancio alla “sex and the city” oppure alla “pretty woman” abbiamo deciso di farlo venire a casa nostra. Come sapete, noi a Roma abbiamo un negozio di abbigliamento, secondo voi avevamo bisogno di altri vestiti?
Naturalmente no, ma avere un uomo che in casa tua porta una valigia dalla quale tira fuori una miriade di pezze non ha prezzo, è un’esperienza per il mondo femminile senza pari.
Dopo aver visto un po’ di cose e fatto chiacchiere inutili sulla viscosa e sulla lana, il simpatico ragazzo napoletano ci chiede “signò, quant’è bell sta casa, ma facit verè na stanza dell’alberghetto vostro?" (intendeva il bed and breakfast).
Vista la gentilezza innata di questo ragazzo, mi sono subito prodigata per mostrargli una delle 3 stanze. Ho aperto la porta e lui ha detto “marò quant’è bellel, ma bella assai, e ditemi, ma quante persone ci stanno in questa struttura?”. Io ho risposto “c’è posto per 6 persone, al massimo 8 se ci sono dei bambini”. Lui ha ribattuto “e se vere, è grossa sta stanza, ce stanno tranquillamente pure 8 persone”. Allora io ho specificato “no, non in una stanza, intendevo in tutte e tre, due persone a stanza, non 8”. “Ahahah, peccato, era meglio 8 persone a stanza!” A questo punto mi sono cadute le braccia.
Amiche e amici, buon anno di cuore. 


                                                   Siamo tutte un pò Vivian Ward!

lunedì 16 dicembre 2013

Canto di Natale

Mi avvalgo, impropriamente, del titolo di una delle opere più importanti di Dickens per narrare alcuni fatti della mia infanzia successi durante il periodo natalizio.
Il presepe
Era il natale del 1987, avevo 7 anni e all'epoca una delle mie passioni più grandi era il presepe. Costruivo dei presepi meravigliosi, grandissimi, sbalorditivi, insomma, delle opere architettoniche di rilevante qualità. Quell'anno, ricordo, che già ai primi di dicembre andai con mia sorella a raccogliere in montagna una quantità di muschio enorme, così tanto che forse avrei potuto coprire la superficie di campo da calcio. Decisi, per tanto, di edificare un presepe enorme in giardino. Più andavo avanti con le costruzioni e più avevo voglia di sperimentare nuove idee, ben presto fui sopraffatta da una sindrome di onnipotenza ingegneristica e mia mamma dovette intervenire affinché anche la nostra casa non facesse parte del presepe e per questo motivo fosse ricoperta di muschio. Una volta terminato il mio enorme villaggio, mi resi conto di non aver pastori a sufficienza da sistemare su tutto il territorio e di chiederne di nuovi nemmeno a parlarne, già ne avevo due scatole piene. Più cercavo di sparpagliarli in maniera uniforme e più sembravano pochi, mi serviva un’idea brillante.  Presi la cesta dei miei giocattoli e colta da uno slancio geniale iniziai a raccattare tutti i pupazzi delle giuste dimensioni, fu così che inaugurai il primo presepe Giacomantonio multietnico. C’erano una trentina di puffi (ne avevo una collezione notevole),  una decina di pupazzi di Snoopy (Snoopy barone rosso, Snoopy avvocato, Snoopy tennista e così via), due barbie, tutti gli animaletti possibili (orsetti, minypony, ranocchie, un grosso peluche fuxia), una boccia di vetro con due pesci rossi e una cuccia per il mio cane Ronnie, che all'occorrenza faceva parte del presepe.
Come ho accennato all'inizio correva l’anno 1987, il Napoli aveva vinto lo scudetto e così per terminare la mia opera di eterogeneità misi un piccolo pupazzetto di Maradona al posto dell’angelo che sovrastava la capanna della santa famiglia (un gesto d’amore per mio padre).
La befana
Non so se per voi è stato lo stesso ma a casa mia, quando ero piccola, non arrivava Babbo Natale a portare i regali bensì la befana. Il 25 mattina non si scartavano i regali sotto l’albero di Natale come nelle pubblicità, macché, ci facevamo gli auguri, facevamo colazione con gli struffoli, andavamo a casa degli zii, insomma, tutto tranne i regali. Per avere qualcosa dovevi aspettare il 5 di gennaio, prima zero.
Però, quando giungeva  la notte dell’arrivo della befana non ce n’era per nessuno, potevi anche essere stato il bimbo più cattivo del mondo ma di sicuro un regalo, anche se piccolo, lo trovavi, e non sotto l’albero, la befana i pacchi li lasciava davanti al camino sporchi di cenere. La sera prima del suo arrivo mamma preparava il tavolo per la befana: una scodella di lenticchie, un bicchiere di vino rosso e un pezzo di formaggio, poi tutti a nanna senza capricci. Le notti dell’arrivo della befana credo che siano state le più lunghe e le più terrorizzanti della mia vita. Ogni crepitio della legna del fuoco mi faceva fare salti di mezzo metro, ogni rumore mi bloccava il respiro per secondi interminabili, e poi c’era quella stronza di mia sorella che mi spaventava di continuo, insomma arrivare all'alba senza un infarto era un miracolo.
Appena sveglie la prima cosa che andavamo a vedere era se la befana aveva lasciato anche stavolta le impronte, una cosa che faceva incazzare tantissimo mamma (le faceva lei ovviamente).
Poi era il turno della calza; ecco come una giovane e severa mamma degli anni 80 costruiva una calza (un vero trattato di psicologia infantile) : la prima cosa che prendevi era un pezzo di carbone vero, non di zucchero, sia ben chiaro, che significava “sei stata un po’ cattivella quest’anno, me ne sono accorta”. Poi era il turno di un mandarino, che voleva dire “vabbè non sei stata troppo cattiva, ma per le caramelle c’è tempo”. Poi era il turno di uno spicchio d’aglio “questo è uno scherzo, ma da quest’anno comportati meglio” e poi arrivavano finalmente le caramelle!
Dopo la calza andavamo a scartare i tanto desiderati regali e poi improvvisamente tutta la magia finiva e  il giorno dopo andavamo a scuola. In poche parole, se negli altri posti arrivava babbo natale e i bimbi potevano giocare con i loro giochi nuovi per giorni e giorni prima di andare a scuola, noi per sollazzarci con il nuovo regalo avevamo solo 12 ore. Questa cosa non mi è mai piaciuta.


Oggi l'illustrazione non è di mio fratello, questa è una foto del mio attuale presepe, piccolissimo!


lunedì 9 dicembre 2013

Ci vuole il fisico!

Vi avverto che oggi mi lamenterò tantissimo e scenderò in particolari raccapriccianti e splatter da voltastomaco che riguardano il mio stato attuale di salute.
Inizierei subito dall'afta che ho su una gengiva da almeno 5 giorni.
Era una sera fredda e piovosa ed ero in bagno davanti al lavabo, pronta per lavarmi i denti prima di andare a dormire. Presi lo spazzolino ci misi sopra il dentifricio ed iniziai la mia consueta opera di bonifica dentaria a cui non rinuncerei per niente al mondo. Spazzolavo abbastanza distrattamente poiché la mia mente era rapita da altri pensieri e saltando da un pensiero all'altro inciampai in un ricordo della sera appena passata che mi aveva fatto troppo incazzare. Mentre ero in macchina con mia sorella, mio fratello e Mattia (guidava mia sorella), una signora non si è fermata allo stop e per poco non ci ammazzava tutti e quattro. Mia sorella ha fatto una frenata con tanto di sgommata e poi si è affacciata dal finestrino ed ha urlato alla signora (che nel frattempo aveva inchiodato) “sta stronza”, la signora di rimando ha detto “ stronza sarai te”. Non l’avesse mai detto, in un secondo, non so nemmeno io come, siamo scesi tutti dalla macchina e siamo corsi verso la macchina della signora con fare piuttosto minaccioso. La signora, che tutto si aspettava tranne vedere un’orda di gente scendere da una seicento in trenta secondi, ha pigiato sull'acceleratore ed è scappata.
Ecco, mentre mi lavavo i denti ed ho pensato a ciò mi sono innervosita e nella foga mi sono data una botta alla gengiva che mi sono uscite le lacrime. Il giorno dopo avevo un’afta larga quanto un centesimo piena di pus purulento e la gengiva gonfia e infiammata all'ennesima potenza.
Passo ora al caso “herpes”, perché un herpes è per sempre. L’herpes, a quanto pare, per chi ne è affetto, è come una specie di segnale che ti dice che non stai al cento per cento, che forse stai un po’ esagerando con l’essere felice su questo mondo, che tutto questa positività che hai nei confronti della vita è una minchiata.  Per prima cosa ti fa sapere che le tue difese immunitarie, che tu credevi essere perfette giacché non hai avuto manco un raffreddore, sono di merda, poi ti fa rimpiangere i brufoli che avevi da adolescente, perché quando decide di nascere lo fa sempre nel posto più esposto della tua faccia. A me viene sempre nello stesso punto, al centro del labbro superiore, ma non proprio sul labbro, più su, sotto il naso, per farla breve quando mi viene sembra che ho il baffo come Hitler. In questo momento vivere con una crosta sanguinolenta al centro del viso è una cosa veramente sgradevole.
Nel marasma complessivo poteva mai mancare il ciclo? Ma no, certo che no. Non si fa  in tempo a riprendersi dal ciclo precedente che già si è in fase preciclo, in sostanza una donna fertile sta bene solo 4 giorni al mese, ma non ci è dato sapere quali siano! Passiamo una vita sotto la barbara tirannia degli ormoni.
Per non parlare poi della piaga degli assorbenti: esterni, interni, senza odori, super piatti, invisibili, anatomici o di lattice. Tanto è inutile, per quanto possano scervellassi per creare l’assorbente perfetto, la realtà è soltanto una , resta sempre e comunque  l’oggetto più fastidioso del mondo.

E dulcis in fundo: il mal di schiena. È una settimana che vivo con una punta di coltello conficcata sul lato destro della fascia lombare, un dolore fisso e costante, una fitta che inizia da quando scendo dal letto al mattino e che dura fino alla sera quando vado a dormire. Mi impasticco da giovedì (ibuprofene, naprossene, ketoprofene, ormai sono un’enciclopedia medica) ma nulla sembra cambiare, ho una smorfia sul viso di perenne contrarietà, di paura e sofferenza o altre volte di puro terrore, proprio come  quella de “L’uomo nella doccia”, di mio fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 2 dicembre 2013

Questione meridionale

Non abbiate timore, il titolo è ingannevole, lo so. Non ho intenzione di scrivere a proposito della “disastrosa situazione economica  del Mezzogiorno  in confronto alle altre regioni dell'Italia unificata”, non lo faccio non perché non mi interessi, anzi, solo che oggi m’è venuto in mente questo titolo per altri fini. In realtà avrei potuto intitolare il post di oggi anche “faccende meridionali” ma non avrebbe sortito lo stesso effetto, perché ciò di cui parlo è proprio una questione meridionale, la mia questione, il mio essere meridionale.
Nonostante siano passati ormai circa 15 anni da quando vivo in questa città, il mio personalissimo essere meridionale non è proprio cambiato: parlo sempre  con un forte accento del mio paese, conservo con gelosia le mie vocali aperte, in cucina  la ricetta più  nordica che possa considerare è campana, mi esprimo sempre con un tono di voce ragguardevole, ogni sciocchezza che mi succede nella giornata può raggiungere il grado di tragedia nel giro di pochi secondi, e infine, ci sono i modi dire del mio paese che non mi abbandonano mai. Sono sempre sulle prime linee della memoria, pronti a sferrare un agguato, pronti a riassumere un’intera situazione sgradevole in un’unica frase, che ha la capacità di liberarmi e purificarmi la mente come un mantra indiano.
Ecco alcuni esempi.
Quando entra in negozio una persona che so che in anni e anni non ha mai, e dico mai, comprato niente. Gira per il negozio con aria arrogante, chiede i prezzi di questo e di quello, tocca tutto come una scimmia, poi in fine va via dicendo “va bene, ritornerò”. Ecco, quando si presenta una situazione simile si dice “questo è uno scoglio che non fa patelle” oppure “questo è uno scoglio che non fa lippo”. Cosa vuol dire? Vuol dire che a tutti gli scogli si attaccato le patelle oppure a che a tutti gli scogli sulla loro superficie si forma uno strato di muschio dovuto al contatto con l’acqua, bene, lo scoglio a cui tutto ciò non succede è uno scoglio inutile!

La cliente che conosco benissimo, che magari si è fatta mettere da parte una cosa e poi dopo un mese mi dice che non ne ha più bisogno, oppure che mi fa mandare le cose dal sarto 253 volte perché non vanno mai bene, oppure che mi chiede sempre lo sconto come se fossimo su una bancarella al mercato di Resina. In questo caso uso la frase “a te ti canoscio piro” o anche, cambiando frutto “ti canoscio ciraso”. Ora vi spiego il perché. Tanto tempo fa, in un villaggio viveva un contadino che aveva un albero di pero (o ciliegio) che per quanto lui  curasse, non dava mai nemmeno un frutto. Affinché l’albero fruttasse un po’ di danaro lo tagliò e ne vendette il legno. Il legno a sua volta fu acquistato da uno scultore che lo fece diventare una bellissima statua di un santo che infine fu acquistata da un sacerdote che mise nella sua chiesa. Tempo dopo il contadino, al quale le cose non andavano granché bene, decise di andare in quella chiesa a pregare per il suo raccolto. Quando si avvicinò alla statua del santo la guardò con attenzione ed esclamò: “mmhhh, a te ti canoscio piro (o ciraso)”. Cosa vuol dire? Ecco, il contadino riconoscendo nella statua il legno del suo albero ( “ti conosco da quando eri pero/ciliegio) pensò a come avrebbe mai potuto il santo concedergli una grazia se da albero non gli aveva mai dato nemmeno un frutto.

Infine ecco la mia frase catartica per eccellenza “e lampami in culo”. La frase si usa generalmente quando si vuole sottolineare una cosa già di per sé chiara, quando una persona ti fa notare una cosa evidentemente palese e lampante di cui tu ne sei già a  conoscenza,  oppure quando ti serve una cosa fondamentale che in quel momento non trovi e che poi dopo poco ti si presenta davanti quando ormai  non serve più.
Per esempio, quando una signora scendendo le scale del negozio si è trovata davanti agli occhi un palo da impalcatura che sta lì per un motivo preciso (ovvero sostenere il solaio con il quale ultimamente abbiamo qualche problema) e nonostante riconosca il suddetto palo di ferro e anche il suo utilizzo, dice “bhè, perché non lo spostate questo palo?”
E lampami in culo! Se lo potevo spostare oppure toglierlo proprio, non l’avrei già fatto?
Oppure, quando devo prendere una misura e sono sicura che il metro l’ho riposto nel solito posto, guarda caso non c’è,  quindi devo dire al cliente di tornare più tardi perché devo cercare prima il metro. Ovviamente, dopo pochi secondi, sollevo un foglio di carta dal tavolo ed ecco sbucare l’oggetto tanto cercato e allora “lampami in culo”.
Ma da dove nasce questa frase stupenda?
Tanto tempo fa, un uomo doveva attraversare una strada buia e solitaria trasportando  a spalla un grande otre di vino. Non si vedeva un accidente, la strada era piena di massi e buche, tirava un vento fortissimo e l’otre del prezioso vino pesava tantissimo. L’uomo, che sapeva benissimo che da un momento all’altro sarebbe arrivato un gran temporale, sperava in cuor suo che prima della tempesta il cielo e anche la strada fossero illuminati da qualche fulmine, per evitare così di inciampare ed arrivare presto a casa. Ogni passo poteva anche essere l’ultimo e se l’otre fosse caduto a terra sarebbe stata una perdita enorme. Ovviamente l’uomo inciampò, cadde a terra, l’otre si ruppe in mille pezzi e perse così il prezioso carico ma, proprio mentre l’uomo rovinava sul suolo, tutto il creato fu illuminato da un fortissimo lampo e l’uomo disse “e lampami in culo”.
                                

 L'illustrazione è di mio, sempre ed inevitabilmente, fratello Andrea Giacomantonio


lunedì 25 novembre 2013

Indovina chi viene a pranzo?

Stamattina con grande stupore ho appreso dal mio fidanzato che domani verrà a farci visita la sua mamma accompagnata da un amico sacerdote.
Mia suocera, che ormai dopo quasi 8 anni mi sento di poter chiamare così, non essendo di Roma ed essendo anche una donna piuttosto riservata, non è mai venuta a casa nostra e scusate se lo ammetto, m’è venuta una certa ansia da prestazione!
Passerò l’esame di nuora perfetta? Sarò all'altezza delle sue aspettative? All'agitazione della visita della suocera si aggiunge anche quella della presenza del sacerdote, figura che in vita mia non ho mai ritenuto necessario avere nella cerchia di persone da frequentare. Ma non voglio partire col piede sbagliato, magari è un prete simpatico e di larghe vedute, uno di quelli per cui non sei una pecorella smarrita ma una persona che è in grado di scegliere.
Ciò premesso ecco ora un piccolo elenco delle cose che ho fatto o dovrò necessariamente fare prima del fatidico incontro di domani, perché, nonostante tutto, sono una tipica donna italiana e per di più meridionale:
-spolverare anche l’ultimo anfratto più recondito di questa casa.
-stirare la tovaglia da tavola che ho già provveduto ad accorciare stamattina perché era da mesi che dovevo farlo ma continuavo ad usarla nonostante toccasse quasi a terra.
-studiare un menù, cosa che solitamente mi riesce piuttosto bene ma proprio oggi il mio cervello è tabula rasa.
-lavare i vetri.
-comprare un mazzo di fiori.
-cercare di non dire nemmeno una parolaccia
-Non so, forse dovrei anche far vestire M come un damerino inglese, con una camicia azzurra,un pulloverino di cachemire e dei pantaloni di velluto a costa larga….hahaha, scusate, rido da sola.
Il più è fatto, ma c’è solo un piccolo tarlo che continua a disturbare la mia tranquillità: quali saranno i nostri argomenti di conversazione?
Sicuramente il freddo invernale, poi sarà il turno della vita a Roma, poi del lavoro che scarseggia, quindi del periodo di grossa crisi economica che stiamo vivendo, poi forse passeremo al cibo, e infine di sicuro, com’è sicuro che mi chiamo Ilaria, mi chiederanno, anzi ci chiederanno “ma quando vi sposate?”.
Come glielo dico a mia suocera e ad un prete contemporaneamente che io NON mi voglio sposare? Tutti i miei sforzi per rendere casa decente (le pulizie, la tavola apparecchiata per bene, i vetri brillanti) saranno stati vani e il mio piccolo mondo si frantumerà come un castello di carte e lì al centro di tutto ci sarò io, seduta  sulla sedia dei colpevoli, pronta al processo e pure senza avvocato.
Queste sono le cose che potrei fare a mia discolpa:
1-dopo la domanda fingo uno svenimento causato dalla troppa gioia che mi dà l’argomento e siccome sono svenuta sono anche impossibilitata a rispondere.
2-vado a prendere il dolce in cucina e non torno più a tavola dicendo poi di essere stata rapita dagli alieni.
3-replico alla domanda così: sono assolutamente contraria al matrimonio perché per quanto mi riguarda è una formula contrattuale che privilegia solo ed unicamente le coppie formate da un uomo e una donna, mentre tutto il resto delle persone che scelgono di stare insieme per la vita, sono per la nostra società niente di più che fantasmi. Per questo motivo ho deciso di portare avanti la mia piccola battaglia personale (sicuramente inutile) non scendendo al compromesso del matrimonio, perché rispetto all’altra gente non voglio assolutamente sentirmi una favorita, perché il mio sentimento non è migliore o più forte di quello degli altri e se si decide di amarsi o volersi bene oppure prendersi cura l’uno dell’altro, lo stato dovrebbe prenderne atto.  Per quanto riguarda poi la questione della fede, non mi sono mai posta il problema poiché nella mia vita ho sempre fatto a meno della religione.
4-sposarci? Ma no, siamo ancora giovani (questa è peggio di quella del rapimento alieno).

5-ci siamo già sposati, a Las Vegas!
Io dopo il mio fantomatico matrimonio a Las Vegas, l’illustrazione è di mio, sempre ed inevitabilmente, fratello Andrea Giacomantonio.

lunedì 18 novembre 2013

Ed ecco arriva Natale!

Ahimè la folle giostra natalizia è ripartita e come ogni anno io ci sono sopra.
A dir la verità  mi sento di poter paragonare il natale alla famosa giostra “calcio in culo”, quella con tanti seggiolini sostenuti da catene, dove la persona dietro di te deve darti forti spinte con i piedi (calci nel sedere ) affinché tu riesca a prendere l’ambito premio che sta legato ad un asta molto in alto, il premio è un ciuffo di stoppa.
Ecco, noi commesse siamo quelle sedute sul seggiolino davanti, i clienti sono quelli seduti dietro (che simpaticamente ci prendono a calci in culo) e il ciuffo di stoppa è il 24 dicembre, che prima o poi arriverà!
Oggi mi avvalgo di questo piccolo contributo fotografico
per cercare di essere il più precisa possibile per quanto riguarda le persone che dovrò incontrare da qui alla fatidica data.
 Ecco le 4 domande più in voga


1)      Mio dio, è già Natale?
2)      Arriveranno altre decorazioni o ci sono solo queste?
3)      Mi fa vedere dove sono le decorazioni?
4)      Sbaglio o quest’anno c’è meno roba natalizia?

1-       Il “mio dio è già Natale?” è una domanda che quando mi si pone necessita anche di una precisa mimica facciale: occhio sgranato, bocca spalancata, il tono di voce è un misto tra il terrorizzato e l’incredulo, le mani devono essere ben aperte, con i palmi verso l’alto all’altezza del viso. Caro cliente sbigottito, lo so che fingi, lo so che sai che è già Natale da un pezzo, lo so che quando sei andato in un centro commerciale i primi di ottobre e hai visto il primo albero di Natale non hai fatto una piega. Allora spiegami perché devi venire a sbalordirti nel mio negozio che già siamo alla metà di novembre, dimmelo!
2-       “Arriveranno altre decorazioni?” Mi chiede se arriveranno altre decorazioni? Bene, sappia che ogni mattina quando vengo ad aprire il negozio trovo sempre nuove decorazioni appese in giro per le stanze e sa perché? Perché giù in magazzino ho un piccolo esercito di elfi di babbo Natale ridotto in schiavitù, con i ceppi alle caviglie che lavora giorno e notte senza né acqua né cibo e poi quando mi serve una cosa all'ultimo momento li frusto fortissimo così lavorano più velocemente. Pensa che le decorazioni siano troppo poche? Allora torni tra un paio d’ore e vedrà le cose meravigliose che le farò trovare, prendo la frusta e scendo in magazzino.
3-      “Dove sono le decorazioni?” Credetemi, questa è la domanda che più mi addolora, ogni volta che la sento (tante, troppe volte al giorno) mi fa male il cuore. Sto diventando cardiopatica a forza di sentirla. Credo che da domani mi munirò di una bacchetta biforcuta come quella dei rabdomanti e appena entrerà una cliente che mi chiederà dove sono le decorazioni, gliela darò in mano e le dirò “appena sente delle vibrazioni me lo dica così individuiamo insieme il posto dove si nascondono gli addobbi natalizi”.
4-      “Sbaglio o …?” Il cliente è convinto di sapere sempre qualcosa più di noi del negozio, è sempre certo di essere un passo davanti a noi, ti sta sul fiato sul collo e non vede l’ora di poterti correggere su qualcosa di cui lui incredibilmente e infondatamente si è convinto.
Ecco una domanda tipo “Sbaglio o prima qui vendevate scarpe?” Io rispondo di no e il cliente dice “si sta sbagliando qui prima vendevano scarpe”.
          Altra domanda tipo “Sbaglio o avete messo anche l’abbigliamento                    quest’anno?”Io rispondo che l’abbigliamento c’è sempre stato e pure in grandissime quantità e il cliente dice “si sta sbagliando io l’abbigliamento proprio non lo ricordo”.
         Ancora una domanda “avete ancora la porcellana Furstemberg (una     porcellana pregiatissima e carissima)?” io dico di no, che si sta sbagliando con un   altro negozio che ormai è chiuso da anni e che noi non abbiamo MAI avuto   quell'articolo e la cliente dice “si sta confondendo io l’ho presa proprio in questo negozio, forse lei ancora non lavorava ancora qui, si informi!”.
In fine “sbaglio o avete meno cose natalizie”  io dico di no, che o è sempre uguale o addirittura c’è qualcosa di più e il cliente risponde “secondo me c’è ne sono di meno, l’anno scorso ho preso 4 o 5 angioletti per l’albero che quest’anno non vedo, ergo, ci sono meno decorazioni”.


L'illustrazione ormai sapete di chi è!.... mio fratello Andrea Giacomantonio

lunedì 11 novembre 2013

Stretching

Non ho mai capito quelle persone che la mattina si svegliano presto. La sveglia rimane per me un’arma di distruzione di massa, la lascio suonare almeno 20 volte prima di alzarmi dal letto e una volta sveglia sento nel profondo della mia anima di aver subito un torto enorme, un’ingiustizia senza pari.  Mi sveglio sempre incazzata, sempre all'ultimo minuto e sempre incredula di fronte alla solita domanda che mi pongo ogni giorno “cazzo, è già mattina?”
Inutile poi parlare di quelle persone che insistentemente mi dicono “vedrai, più vai avanti e più il sonno passa, dormirai sempre di meno”, mah, che dire, a me pare proprio il contrario, più vado avanti con l’età e più ho sonno.
Qualche mattina fa, miracolosamente, mi sono svegliata prima che suonasse la sveglia (che assieme alla musica dodecafonica e alla bossa nova, è il rumore che detesto di più al mondo) e con una certa soddisfazione ho iniziato la mia giornata all'insegna dell’ottimismo.
Sono uscita da sotto le coperte non come al solito, cioè come un prigioniero che va a sistemarsi davanti al plotone d’esecuzione, ho fatto il caffè assaporandone anche l’odore, non ingollandolo di botto tipo siero antivipera come faccio usualmente e poi ho guardato l’orologio, “ah però” mi sono detta “sono in anticipo di ben 30 minuti sulla tabella di marcia, e mo che faccio?”
Sono andata in camera, ho acceso il computer ed ho cercato su google degli esercizi di stretching da fare a casa.
Tante volte ho scritto su questo blog del mio attaccamento al mio fisico ancora in stadio embrionale, del fatto che qualsiasi tipo di attività fisica per me è un’aberrazione, che il mio corpo non ha mai subito variazioni se non quelle date dalla crescita, che conservo intatti dei muscoli in stato vegetativo, eppure quella mattina presa da uno slancio per me sconosciuto mi è venuto in mente lo stretching.
Ho cercato e ricercato su internet e alla fine ho trovato 4 esercizi che secondo il mio punto di vista potevano fare al caso mio. Non scenderò in particolari raccapriccianti e non vi renderò partecipi dei miei snodamenti ginnici, ad ogni modo dopo 10 minuti avevo finito ed ero pronta per vestirmi ed uscire. Mi sono infilata una maglia, mi sono seduta per mettermi i pantaloni, ho sollevato una gamba e crack, un dolore assurdo m’è partito dalla chiappa destra fino alla gamba. Sono rimasta immobile con il pantalone mezzo infilato e mezzo no ed ero sola a casa. Come una vecchia decrepita mi sono trascinata in bagno, avevo le lacrime agli occhi, il respiro mozzato e un dolore meschino che si insinuava ovunque. Ho aperto la scatola dei medicinali, ho preso un antidolorifico granulare e l’ho mandato giù senza nemmeno l’acqua, mi sono seduta a terra ed ho aspettato che facesse effetto.
Che conclusione traiamo da questa storia?
1-      Se capiterà mai nella mia vita che mi desti prima che abbia suonato la sveglia, mi girerò dall'altro lato e mi riaddormenterò.
2-      Se succederà nuovamente che abbia ancora una mezz'ora di tempo libero prima di andare a lavoro, leggerò un libro, lavorerò all'uncinetto oppure starò immobile seduta sul divano a guardare l’infinito.

3-      Se mi verrà in mente di prima mattina ancora una volta la parola stretching sbatterò la testa contro il muro finché non l’avrò cancellata definitivamente dal mio vocabolario e la mia espressione sarà uguale a quella della donna nell'illustrazione di mio, sempre ed inevitabilmente, fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 28 ottobre 2013

Cose belle

Avrei voluto inizialmente dedicare il post di oggi alla serata che ho passato sabato con il mio amico Luis, avrei voluto scrivere del ristorante  dove siamo stati a cena, del titolare che invece di prendere la nostra ordinazione  sussurrava brevi parole in mezzo ad un casino di clienti urlanti, di come ancora nel 2013 alcuni chef usino la panna assieme al sugo di pomodoro per condire la pasta, avrei voluto scrivere di questo e altro, ma ieri sera mi si è aperto un altro orizzonte di ispirazione.
Ero a casa con le amiche, facevamo un aperitivo serio, con tante cosine da bere e da mangiare, con tante sigarette e tanti discorsi aperti, molti aneddoti e avventure vissute, racconti di viaggi, pettegolezzi, cose serissime e stupidaggini gigantesche, insomma le vere e sincere ciance fra donne.
Verso la fine della serata non so chi e non so il perché una di noi ha fatto una domanda semplicissima ma ben assestata come un cazzotto su uno zigomo: qual è la cosa più bella che ti sia mai capitata?
Ecco, io una risposta precisa non l’ho data e nemmeno le altre, in realtà abbiamo dovuto ragionarci un po’ su.
Poi il discorso ha preso altre strade finché si è trasformato in altre cose e la serata è finita.
Mentre rassettavo la cucina, ho iniziato a rimuginare sulla questione e mi sono chiesta “ma davvero non riesco a trovare la cosa più bella che mi sia capitata nella vita?”
No, impossibile, allora mi sono messa di buzzo buono, ho iniziato un elenco mentale (perché nella vita non può esserci soltanto una cosa più bella delle altre) sono andata a  letto ed ho preso sonno verso le 3.
L’ordine del mio elenco “la cosa più bella che mi sia capitata” è assolutamente casuale, non sono avvenimenti precisi, certe volte sono solo ricordi o sensazioni, una cosa non esclude l’altra e stanno tutte al primo posto.
1)quando ho imparato a nuotare.
2)quando ho imparato a leggere.
3) mia mamma che mi accompagnava a prendere l’autobus alle elementari e si fermava a giocare con me mentre stavamo sedute su un muretto.
4)il giorno in cui hanno portato mio fratello a casa appena nato.
5)restare a letto fino a tardi la domenica mattina.
6)un giorno di qualche anno fa mentre portavo il mio nipote numero uno a cambiare il pannolino al piano di sopra a casa a Maratea e lui, quando eravamo ancora sulle scale, mi ha abbracciato senza motivo.
7)quando andai a scegliere con papà il mio primo cane (Master) in mezzo agli altri cuccioli.
8)la sera in cui ho conosciuto M e c’era un’eclissi di luna.
9)ascoltare Time (Pink Floyd) a manetta nello stereo della macchina.
10)i picnic interminabili nel bosco con mia sorella.
11)il mio nipote numero due che un bel giorno di primavera mentre pranzavamo in giardino mi dice “ti amo”.
12)la befana che nel 1987 mi ha portato la mini macchina da cucire.
13)la parmigiana di melanzane di mamma.
E per adesso mi fermo qua, altrimenti con tutta questa bellezza mi si annebbia la vista e rischierei di dimenticare una frase a me tanto cara “che vita di merda!”.


Io e Master in un'illustrazione di mio-sempre e inevitabilmente-fratello Andrea Giacomantonio.


lunedì 21 ottobre 2013

A scuola non ci voglio andare!

 Il mio nipote numero due odia andare all'asilo.
Non c’è niente da fare, tutte le mattine fa una tragedia greca pur di restare a casa, ma tutte le mattine, nonostante ettolitri di lacrime e muco, urla e schiamazzi, mia sorella lo porta a scuola.
Nel tragitto che fa per andare a scuola passa prima davanti casa mia e ogni giorno dice “mamma, mi porti a casa di zia, vero?”ma  purtroppo la risposta è negativa. Dopo casa mia passa davanti al parco, dove di solito la domenica va a giocare e dice “mamma, mi stai portando al parco, vero?” ma anche in questo caso la risposta rimane quella di prima “no, ti sto portando a scuola”:
Una volta arrivato a scuola  la maestra gli chiede se vuole piangere ancora un pochino, lui risponde di sì, allora lo accompagna ad un banchetto e lo consola finché mia sorella con un cuore di marmo se ne va. Poi, sappiamo per certo, che dopo qualche secondo tutto passa e va a giocare con gli amichetti.
All'inizio per lui non era un problema andare a scuola (la prima settimana intendo) poi quando ha capito che non era una cosa temporanea ma definitiva, si è reso conto di essere stato preso in giro, di non avere più il controllo della sua vita, che gli altri decidevano per lui, in sostanza di non possedere più libertà di scelta.
E vogliamo dargli torto?  E’ stato un uomo libero per ben due anni e poi da un momento all'altro la sua vita è totalmente cambiata.
Prima viveva in piena autonomia a casa sua a giocare a quello che voleva, a prendersi le coccole di tutti quelli che gli stavano intorno nel raggio di un chilometro e suo fratello (povero cristo già a scuola) stando fuori mezza giornata gli permetteva di essere (seppur temporaneamente) il principe indiscusso del suo reame.
Inoltre poteva stare in pigiama fino a tardi se pioveva, se invece c’era il sole qualcuno lo portava a passeggio, se aveva fortuna andava pure al supermercato a fare la spesa con i genitori  e si sa, in quelle occasioni un pacchetto di patatine o di caramelle ti è dovuto, e poi? Ditemi se tutto questo può finire?
Mi dispiace, ma sono d’accordo con lui e tuttora mi chiedo: ma come ho fatto IO ad andare a scuola per ben 16 anni di fila?  Che trauma!
Lui è un tipo tosto, ci prova tutte le mattine, non demorde, sicuramente pensa che un giorno o l’altro tutti quei capricci serviranno a qualcosa, che ci sarà un momento in cui proprio davanti alla scuola la mamma gli dirà “ti ho fatto uno scherzo, ora ti riporto a casa, ma prima passiamo a prendere la zia, poi andiamo al parco a correre e a magiare patatine e caramelle e così faremo tutti i giorni finché vorrai! ”.

Avrei dato qualsiasi cosa per vivere un momento del genere nella mia infanzia e forse anche voi, ma a me non è mai successo!
L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 14 ottobre 2013

Professioniste del settore

Stamattina io e mia sorella avevamo un importante appuntamento di lavoro in un grande albergo a via Veneto. Dovevamo incontrarci con il direttore il quale qualche giorno fa ci aveva contattato per rifare tutti i paralumi del ristorante dell’albergo.
Eravamo preparate, avevamo preso la borsa con i tessuti, il quaderno con le ordinazioni ed eravamo anche vestite discretamente bene per dare una buona impressione al direttore, insomma eravamo quasi credibili.
Giunte all'attico dell’albergo ci siamo ritrovate in questo salone enorme, con i soffitti stuccati, alle pareti c’erano specchi barocchi, a terra una moquette verde che sembrava di seta, in ogni angolo del ristorante c’erano consolle con sopra lampade di porcellana cinese, i tavoli erano apparecchiati con tovaglie di lino candide, posate d’argento e bicchieri da mille e una notte. Vista l’ora (mezzo giorno) ancora non vi era nessun cliente, soltanto i camerieri e le cameriere che si muovevano leggiadri come fantasmi, sistemando qua e là bouquet di fiori, glacette di cristallo, candelieri e postate di ogni genere. Qui ci ha accolto un uomo elegantissimo -con un sorriso tiratissimo- e con un ampio gesto ci ha invitato ad entrare e a scegliere un posto dove sederci. Chiarito immediatamente l’equivoco ( no, guardi,non siamo clienti, siamo qui per i paralumi) ci siamo presentate e convinte di trovarci di fronte al direttore abbiamo iniziato subito a tirar fuori dalla borsa i campioni di stoffa che avevamo con noi. Ovviamente l’uomo elegantissimo non era il direttore ma il maitre.
Chiarito anche quest’altro equivoco, il gentile e galante maitre ci ha chiesto di aspettare qualche minuto il direttore e se ci faceva piacere nel frattempo potevamo fare un giro su terrazzo. Inutile parlarne, certi panorami o li vedi con i tuoi occhi oppure è meglio tacere. Sulla terrazza c’era però una giovanissima coppia, che non avevo notato prima, che faceva una colazione del tutto particolare. Erano americani (ne sono certa) avranno avuto non più di vent'anni e mangiavano le loro solite uova strapazzate e pancetta, ma ad un certo punto ho visto il maitre uscire dal bar del ristorante e dire ad un cameriere“gli sto portando un BICCHIERE di vino da 50 euro, come minimo gli faccio vedere anche la bottiglia da dove l’ho preso.”
Io e mia sorella abbiamo pensato solo una cosa: “minchia stì americani!”
Come previsto dalla scaletta del maitre dopo 5 minuti è arrivato il direttore.
Voi come lo immaginereste il direttore di un albergo a 5 stelle nel centro di Roma in un palazzo del 600? Io nella mia fantasia immaginavo che davanti ai miei occhi si materializzasse un omone curatissimo, vestito benissimo, elegante, raffinato, distinto, con un’aria imponente e forse anche bello. Invece ci siamo trovate davanti un vecchio piccolo piccolo, con gli occhiali alla mister Magù, con un viso arzillo e intelligente uguale e identico al presidente Pertini, ma la cosa più assurda è che indossava un camice bianco da dottore e nel taschino sul petto aveva una vecchia matita ingiallita, delle forbici e qualche foglietto di carta.
Dopo le presentazioni era il momento di sfoggiare tutta la nostra professionalità!
“Se per lei va bene direttore, prenderei le misure dei paralumi da rifare” ho detto io con aria serissima. “certo, faccia pure” risponde lui risoluto. Ho aperto la borsa e come volevasi dimostrare non c’era il metro. Ma porca miseria, una volta nella vita che mi capita di fare una cosa seria… “scusi, direttore, non trovo più il metro, ne ha uno lei?” che domanda cretina, certo che aveva il metro, il direttore di un albergo vuoi che non abbia un metro?
Dopo il metro è stato il turno della penna, né io, né mia sorella, in due borse che dentro ci puoi trovare di tutto (biscotti, caramelle, sigarette, aghi e fili, quaderni, medicinali, fazzolettini di carta, monetine) non avevamo una penna!
Ma la penna non l’avrei mai chiesta, la penna mi sembrava troppo. Così ho preso una matita per gli occhi ed ho iniziato a scrivere sul quaderno tutte le misure. Avete una vaga idea di come scriva su un foglio di carta una matita per occhi? Scrive come un carboncino, si sbava tutta, macchia qualsiasi cosa, insomma scrive di merda. E io come se niente  fosse  ho continuato a scarabocchiare disegnini e ad appuntare numeri illeggibili.
Non paghe della figuraccia ha iniziato a squillarmi il cellulare. La mia suoneria è “Around the world” dei Daft Punk messa al massimo volume perché se no non lo sento mai. Nel ristorante c’era un silenzio di tomba con un impercettibile tappeto musicale barocco e a sovrastare tutto “around the world around the world”, perché, ovviamente, non riuscivo a trovare il cellulare seppellito sotto milioni di cazzate nella borsa. Tutto lo staff mi guardava malissimo.
Dulcis in fundo: “signorina (rivolto a mia sorella) mi lascia un vostro biglietto da visita, così domani la richiamo?
Che dire, tanto lo avrete capito, non avevamo nemmeno un biglietto da visita!

L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio. 


lunedì 7 ottobre 2013

Kate Moss

Un po’ di tempo fa veniva spesso al negozio una signora piuttosto strana, a dire il vero la si vedeva spesso in giro nel quartiere sempre carica di buste, con un bel mazzo di giornali sotto il braccio e con un paio di occhiali da sole enormi sul naso.
Talvolta entrava anche nel nostro negozio e in quei momenti ne succedevano di tutti i colori. Non ho mai saputo se fosse una donna abbiente oppure una povera derelitta girovaga di questa città, fatto sta che ogni volta che varcava la porta del negozio, mi raccontava la rocambolesca storia della sua vita.
Viveva a Roma da tanti anni, prima di venire ad abitare nel quartiere Coppedè aveva casa a piazza di Spagna, diceva di aver vissuto per un lungo periodo della sua vita a Londra e lì di aver frequentato una prestigiosa scuola di moda. Di origine era siciliana e c’è da dire che il suo accento era piuttosto evidente e purtroppo lo stato di salute della sua mente era alquanto evidente: parlava da sola, aveva le pupille dilatate al massimo da chissà quanti ansiolitici e per di più non doveva aver mai avuto un buon rapporto con l’igiene personale.
Siccome era affetta palesemente da shopping compulsivo e non si fermava di fronte a nessun ostacolo, una volta mi permisi di chiederle da dove prendesse quei soldi e se per caso non le servissero per cose più urgenti anziché per abiti, profumi, scarpe e altre amenità del genere.
Mi disse che lei viveva grazie ad una rendita che le mandava sua sorella, una famosa poetessa siciliana (di cui il nome è rimasto un mistero) e suo fratello, un encomiabile magistrato (anche il nome di quest’ultimo giace nell'enigma della storia) e
non contenta di questo ritratto familiare ad altissimi livelli, mi disse anche di avere in casa un maggiordomo che si prendeva cura di tutti i suoi affari.
Chi ero io per dubitare di tutto ciò?
Fisicamente la signora era un pochino corpulenta, bassina, con un seno prosperosissimo, sempre con un trucco un tantino eccessivo, ed era di un vanitoso, ma di un vanitoso che non so spiegare.
Un pomeriggio la vidi entrare nel negozio tutta trafelata e agitata e con una voce stridula mi urlò “Ilaria….voglio quella giacca in vetrina, quella di pelle nera, la voglio costi quel che costi”.
“Va bene” le dissi “vado a prendere la sua taglia così la prova”.
Dopo aver indossato la giacca che nemmeno le si chiudeva mi disse “ma che taglia mi hai dato?” “la large” risposi, “ma che sei impazzita? Quando mai ho portato la large, dammi immediatamente una small” e io mesta e accondiscendente dissi  “va bene, come vuole”.
Dopo 15 minuti con uno sforzo enorme, sia suo che della giacca, riuscì a infilarsi su per le braccia quel laccio emostatico , non riusciva a muoversi e forse nemmeno a respirare, avevo paura che le venisse un accidente, tipo che le andassero in cancrena gli arti per un blocco improvviso del flusso sanguigno. Ma lei, con una calma e una superbia mai viste prima, si mise davanti allo specchio, si esaminò con attenzione, si girò dalla mia parte e con un’espressione indefinibile sul volto mi disse “ non sono identica a Kate Moss?”


L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio.



lunedì 30 settembre 2013

Sesso selvaggio

Oggi piove e mi sa tanto che si tratta di un vago cenno di saluto dell’autunno.
Così, seduta sul mio divano guardo fuori dalla porta finestra del soggiorno e osservo la pioggia scendere copiosa sulle mie piante, sul tavolo e sulla mia adorata sedia sdraio che tante volte quest’estate mi ha accolto, qualche volta per un ritocchino all'abbronzatura e qualche volta nelle notti afosissime a fumare una sigaretta e a guardare le stelle finte del cielo di città.
Or dunque, per uscire da questo cosmico grigiore semi autunnale mi vedo costretta a raccontarvi l’ennesima avventura che ho vissuto questa estate in una delle mie innumerevoli giornate di mare.
Quel giorno, mentre scendevo il primo tratto di strada per giungere il mare, mi fermai al piccolo e invisibile bivio che separava la discesa della spiaggia da quella degli scogli. Mi affacciai un pochino oltre per vedere la situazione della spiaggia e mi accorsi che c’era un casino di gente. Essendo un’asociale marina cronica decisi per tanto di avviarmi per lo scosceso e dissestato sentiero che portava alla caletta sugli scogli.
Anche lì incrociai le dita affinché non ci fosse proprio nessuno e soprattutto che non ci fosse quell'orda di gente che fino a qualche giorno prima aveva addirittura montato un gazebo sugli scogli e che tra l’altro ci lasciavano pascolare un numero indefinito di ragazzini per dodici ore consecutive.
Nessuno, non c’era nessuno, avevo un pezzo di paradiso a mia completa disposizione.
Arrivavi al mio punto preferito, ovvero una parte di scogliera dove le rocce sono liscissime e levigate, dove in mezzo ad esse sgorga una sorgente di acqua dolce e ghiacciata e dove a picco scende selvaggia una pineta quasi a toccare il mare.
Come già ho accennato l’altra settimana, i miei gadget da mare sono pochi ma buoni ma questa volta vorrei essere ancora più precisa sulla descrizione di questi perché necessaria ai fini del racconto. Il mio ombrellone era verde acido fluorescente, il mio asciugamano era fuxia, la mia borsa frigo era blu elettrico e il mio costume da bagno rosso fuoco, insomma, avrete capito che la mia postazione era un pugno in un occhio nel bel mezzo del paradiso terrestre.
Dopo qualche ora di allegrezza e spensieratezza solitaria intravidi due figure in lontananza che cercavano in maniera terrificante e impacciatissima di camminare sugli scogli venendo nella mia direzione.
Ma perché avventurarsi in questi luoghi ameni ma pericolosi quando non si ha una certa esperienza con il trekking? Perché scegliere di fracassarsi tutte le ossa in un posto isolato dove nessuno può aiutarti se ti fai male e non scegliere di andare su una comoda e morbida spiaggia?
Le due figure pian piano si avvicinavano e così potei capire che si trattava di un uomo e una donna. Un uomo e una donna che giunti a circa 50 metri da me decisero di posare le loro cose e fermarsi lì.
Ok, pensai, forse hanno paura di andare oltre e vedendomi qui avranno pensato che sarà anche più facile farsi un bagno e risalir senza lasciare pezzi di ginocchia sulle secche e forse si sentono anche più al sicuro vicino a qualcuno che sta già qui prima di loro.
Ripresi il libro che avevo lasciato per controllare quei due incoscienti sugli scogli e ricomincia a leggere. Dopo qualche minuto, forse 5, inizia a sentire rumori strani, tipo respiri sommessi e deboli mugolii, alzai lo sguardo dal libro e mi girai verso la fonte di quei versi strampalati. Era la coppia che, non so come e non so nemmeno il perché, era stata colta da un’improvvisa forza selvaggia e ingovernabile ed aveva iniziato a fare sesso proprio a pochi metri da me.
Eppure, come ho tenuto a precisare prima, non è che non mi si vedesse sugli scogli, la mia presenza lì era forte e chiara, non era proprio possibile che non mi avessero notato. E poi che dire, ma su 32 chilometri di costa Marateota, proprio vicino a me dovevano venire a copulare quei due? Fossero stati due ragazzini potevo anche capirli, si sa l’ormone adolescenziale  è difficile da tenere sotto controllo, ma non lo erano, quelli erano due quarantacinquenni impazziti.
Non sapevo più dove guardare, ero in una situazione assurda e speravo solo che finisse presto. Ma non fu così.
Era passata più di mezz'ora e quei due erano ancora avvinghiati e abbarbicati su uno spunzone in una posizione assurda e non facevano altro che dimenarsi. Ero disperata, credetemi, non mi era mai capitata una cosa così sconcertante. Tra l’altro anche se fossi voluta andarmene, non avrei potuto poiché avrei dovuto passare all'incirca sui quei due corpi che in quel momento occupavano quel minimo di sentiero roccioso che c’era.
Io facevo la vaga, li ignoravo, leggendo qualche pagina di libro, ascoltando un po’ di musica, facendo due parole crociate, mangiando una pesca, chiamando addirittura M al telefono per raccontargli quello che mi stava succedendo, ma non ci fu niente da fare, quei due continuavano come se non ci fosse mai stato un domani.
Ad un certo punto –credo fosse passata ormai un’ora- i due presero fiato e si tuffarono in acqua… miracolo! In quattro e quattr’otto chiusi l’ombrellone, arrotolai l’asciugamano e arraffai tutto quello che avevo con me e come uno stambecco cominciai a saltellare sugli scogli verso la libertà.

È brutto dirlo ma sono stata un vero e proprio ostaggio dell’amore!
L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio. 

lunedì 23 settembre 2013

FREAK OF NATURE

Credo che fossero i primi di agosto, oppure fine luglio, non riesco a ricordare, comunque ero in spiaggia con il mio solito equipaggiamento per resistere al mare almeno 7/8 ore consecutive.
Lo stretto necessario consisteva in: un ombrellone, un’asciugamani, un paio di litri d’acqua, un pacchetto di cracker e una pesca (facevo questo digiuno forzato affinché la sera a cena  potessi mangiare come una tigre che non si ciba da settimane, ma il risultato  a fine vacanza è stato catastrofico) poi una settimana enigmistica, una matita con gomma e l’immancabile libro, che però  da quest’anno è diventato un fantastico e preziosissimo e-book.
Ero stesa distesa sotto l’ombrellone, con il capo poggiato su un bracciolo gonfiabile di spider man rubato ai miei nipoti ed avevo appena iniziato un nuovo libro. Un libro verso il quale avevo un sacco di reticenze e riserbi, un po’ perché qualcuno mi aveva detto che era un libro noioso e poi anche perché era un bel mattone di 700 pagine e io i libri troppo grossi li trovo fisicamente insopportabili. Nonostante avessi una libreria multimediale piena di titoli il mio sesto senso estivo mi diceva comunque di dover provare ad affrontare quell'ostico libro e così feci.
Dopo nemmeno un’ora ero in Germania nel 1500 fra i vicoli della città di Frankenhausen in mezzo a sterco, fango e neve. Proprio un giusto compromesso con la realtà che vivevo in quel momento, con 40 gradi all'ombra.
Mentre ero impegnata nella disputa tra cattolici e protestanti, tra luterani e calvinisti vidi con la coda dell’occhio una cosa che mi passava molto vicino e molto veloce. “Oddio fa che non sia quello che penso!”
Riposi il libro sull'asciugamani e cercai di capire cosa diavolo fosse quella cosa che in realtà il mio inconscio già aveva riconosciuto, come prevedevo mi si magnificò davanti agli occhi un serpente.
Un serpentello nero strisciava impazzito sulla sabbia alla ricerca di un posticino tranquillo dove nascondersi, si guardava a destra e a manca con la disperata convinzione che nessun essere umano lo avesse notato e correva a più non posso verso l’infinito.
Dalla mia bocca esterrefatta né uscì una sola frase “oh madonna, un serpente”, così facendo però mi resi conto che nessuno fino a quel momento si era accorto dell’intruso e involontariamente seminai il panico sulla spiaggia. Tutta la gente nel raggio di 100 metri fuggiva verso gli scogli dietro di noi, cercando un posto per difendersi da quel mostro feroce che credetemi non era un anaconda ma una biscia lunga al massimo 20 centimetri.
La poveretta non sapendo più che strada pigliare impazzita dalla paura si gettò nelle acque marine. Sparì dalla nostra visuale per una manciata di secondi e quando riaffiorò in superficie il suo aspetto era decisamente mutato. Piccola era sempre piccola, ma in testa aveva qualcosa di veramente strano e tutta la gente intorno urlava “ma che bestia è? Ma che ha in testa?”
Era un serpente con i capelli. Aveva una lunga chioma bionda che le scendeva giù dal capo e fiera e spavalda, la biscia, solcava i mari con la testolina ben eretta fuori dall'acqua per mostrarci la sua miracolosa acconciatura.
 La natura in quel momento ci mostrò un prodigio senza precedenti, una visione che nessuno su quella spiaggia potrà mai dimenticare e soprattutto una cosa a cui nessuno potrà mai credere.


Cari amici lettori, ovviamente quello che la biscia aveva in testa non erano capelli, bensì un ciuffo di alghe che le si era straordinariamente poggiato sul capo proprio mentre ricompariva dall'immersione.
L’illustrazione è di mio- sempre ed inevitabilmente- fratello Andrea Giacomantonio.


lunedì 22 luglio 2013

La Haine

Mi sono resa conto  che ultimamente sono più le cose che odio di quelle che amo.
Anzi, ad essere onesti io sono il classico tipo che odia un sacco di cose.
Sono come il puffo brontolone,
sto sempre a dire quanto odio una cosa oppure un’altra, raggiungo dei livelli di antipatia veramente fantasmagorici, ma non posso farci niente, è più forte di me, mi sento sempre in obbligo di manifestare la mia scarsa sopportazione su un buon 40 per cento delle cose di tutti i giorni.
Se non mi credete ecco un piccolo elenco di alcune cose che odio che mi vengono in mente senza pensarci più di tanto, anche perché se mi concentrassi credo che finirei domani mattina.
-quelle scarpe da donna con il buco sul davanti dal quale esce soltanto l’alluce.
-le donne che invece di parlare sussurrano, sempre come se dovessero riferire un gran segreto alla persona che hanno accanto e non vogliono farsi sentire da nessuno.
-Patty Smith, artista secondo me di gran lunga sopravvalutata.
-gli attori Tom Hanks e Juliette Lewis.
-il martini.
-le ragazze di 16 anni che quando vanno a fare shopping con le mamme sono antipaticissime e stronzissime.
-le magliette bianche.
-i libri con più di 500 pagine.
- l’aria condizionata.
-il riso (l’alimento).
-quelle persone che  mentre parli con loro menzionano fatti di altre persone  che tu non hai mai sentito nominare in vita tua ma loro sono convinti che tu sai ciò di cui stanno parlando.
- quando scopro che una persona che ha del potenziale per essermi simpatica manifesta tendenze politiche di destra.
- tutti quelli che dicono che bisogna andare all’estero, come se l’estero stesse aspettando solo noi per essere un estero migliore.
-le donne sopra i 50 anni che hanno la frangetta come Cleopatra.
- i pantaloni corti a mezzo polpaccio comunemente detti “pinocchietti”, sono inguardabili e ucciderebbero anche la figura di una top model.
- il marsupio.
-tutte le persone che appena mi vedono a Maratea mi chiedono “quando sei arrivata? E quando te ne vai?”
- Alessandro Baricco e tutti i suoi fottutissimi libri.
- tutte le forze dell’ordine.
-quelle donne che il 20 di luglio con una temperatura media di 37 gradi mi chiedono quando arriva la roba invernale.
-una unica e sola canzone di De Andrè “quello che non ho” .
-il gelato al gusto pistacchio.
-tutti i ponti, in maniera particolare quelli delle autostrade.
-quando una persona che so essere particolarmente facoltosa mi chiede lo sconto quasi come se fosse un mio dovere farglielo, a tal proposito mi vengono in mente le parole di mia nonna Maria “quando un povero dà al ricco il diavolo se la ride.”
E con questa ultima perla di saggezza vi la lascio ad una splendida estate, piena di amore, cibo, vino, mare, montagna, passeggiate e nuotate, divertimento e anche un po’ di riposo.
Ci vediamo a settembre, baci a tutti voi.