lunedì 19 novembre 2012

COSE CHE CAPITANO (A ME)

L’INSOSTENIBILE CHIAREZZA DELLE VETRINE
Cliente: mi scusi cara, quanto costa quell'orologio in vetrina dove sopra c’è scritto “orologio 25 euro?”
Io: lei intende quell'unico orologio che c’è in vetrina con su scritto “orologio 25 euro”?
Cliente: si proprio quello.
Io: allora credo che costi 25 euro.

QUISQUE FABER FORTUNAE SUAE
Cliente: è questo il negozio che vende le porcellane e poi anche dei portafortuna?
Io: no signora, mi dispiace, credo che si riferisca al negozio qui di fianco che ormai è chiuso da molto tempo. (Comunque il negozio a fianco non vendeva portafortuna, ma questo non l’ho detto).
Cliente: ah, che peccato. Ma funzionavano i portafortuna che vendeva questo negozio che non c’è più? Erano potenti contro il malocchio? Lei che ne pensa della sfortuna?
Io: signora mi ascolti, non ne ho idea se eventuali portafortuna funzionassero o meno, poi io non ci credo alla fortuna o alla sfortuna, ognuno è responsabile delle proprie scelte.
Cliente: invece la sfortuna esiste eccome! (questo lo ha detto con gli occhi da pazza). Perché non me lo vende lei un portafortuna, lo cerchi, sono sicura che qua in mezzo qualcosa che fa a caso mio la troverà. I maialini non sono portafortuna? Forse i gufi, oppure le civette, magari le farfalle, anche le lucertole ho sentito che portano fortuna!
Poi, prima che elencasse tutti gli animali del creato, ho frenato il suo entusiasmo dicendo: non vendo portafortuna, provi in un altro negozio e a questo punto le auguro veramente buona fortuna!

PER CHI SUONA LA CAMPANA
Qualche pomeriggio stavo facendo chiacchiere con una cliente, quando ad un certo punto inizio a sentire uno scampanio angosciante. Il fastidioso rumore proveniva senza alcun dubbio dal negozio poiché già tutti i decori di Natale sono in pole-position e tra questi decori non mancano di certo le campane. Dopo qualche secondo le chiacchiere mie e della cliente erano del tutto scomparse sotto un insistente din, don, din don, din don.  Ma chi diavolo stava facendo suonare tutte le campane del negozio? Di sicuro qualche bambino senza controllo, chi altro poteva?  Invece no, ci voltiamo, io e la cliente, e vediamo una candida vecchina che si aggirava nel negozio con aria sognante e toccava e sbatteva tutto quello che le capitava sotto le mani. Non solo suonava le campane, ma faceva urtare fra loro anche oggetti che palesemente non potevano emettere alcun suono angelico. Sbatteva posate, scuoteva palline, colpiva pupazzi, insomma faceva un casino assurdo.
Nel frattempo mio fratello la seguiva piano piano esterrefatto, senza aver il coraggio di interrompere la session ritmica.  
Nel frattempo: din don, stum, splissh, tic, tac, stum, sdem, io: (mentre urlo) signoraaaa, ha bisogno d’aiuto???  Nessuna risposta.
Mi avvicino e le tocco un braccio: signoraaa, va tutto bene? Cosa sta facendooo??
Lei: ah salve, cerco una campana, la campana perfetta, quella con il suono più bello!
E certo, chi non è alla perenne ricerca della campana perfetta? Ad ogni modo la mia interruzione non ha sortito alcun effetto, la signora ha fatto casino per un’oretta intera e poi se n’è andata, senza campana. Non ha trovato la sua campana, ci sono rimasta un po’ male.

PERSEVERARE E’ DIABOLICO
Cliente: salve, ho vorrei vedere un… (tronca la frase distratta da altro, forse dai granelli di polvere nell’aria)
Io: prego, mi dica.
Cliente: ma, non lo so. L’ho visto su un giornale. È più o meno un…
Io: un…
Cliente: forse una maglia, un maglione, un vestito….non saprei, qualcosa…vabbè.
Io: quindi?
Cliente: mi guardo un po’ in giro, magari lo vedo e glielo dico.
Io: faccia pure.
Dopo 30 secondi scappa fuori urlando “l’autobuuussss, fermateloooo”.
Nessuno l’ha fermato e lei l’ha perso, lo so perché mentre usciva io le stavo dietro,  poi mi sono poggiata allo stipite della porta e mi sono accesa una sigaretta. Lei delusa si volta per rientrare al negozio ma incrocia il mio sguardo (sembrava una scena da film western, dove io ero ovviamente Clint Eastwood, ci mancavano solo le balle di fieno rotolanti per via Tagliamento ed era perfetto) e capisce, intuisce, percepisce che forse è molto meglio non rientrare.

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