lunedì 26 novembre 2012

L'oppio


A conti fatti, considerando tutti i particolari, includendo tutte le probabilità e il caso e mettendoci pure un po’ di fisica e numerologia, questa è stata proprio una settimana di merda.
È da domenica scorsa che sto male e devo dire che ancora oggi non mi considero del tutto fuori dal vortice del malessere psicofisico ha mi ha colpito.
Diciamo pure che ho avuto una depressione addominal-gastrica, il nome l’ho appena inventato, me secondo me è proprio quello che ho avuto.
Martedì ho addirittura avuto la febbre, a 37 sia ben chiaro, ma devo dire che in vita mia credo di non aver mai avuto la febbre più alta, forse se un giorno avrò  la febbre a 38 mi metteranno in terapia intensiva.
Per non parlare poi di questo costante dolore addominale, del bruciore di stomaco, del senso di inadeguatezza che ho nei confronti del cibo, del fumo e della birra e delle scarsissime ore di sonno che ne conseguono, insomma il mio quadro clinico non è proprio dei migliori.
Giovedì ho toccato il culmine di questo Vietnam interiore.
Sono andata a lavoro e tutto sembrava abbastanza normale, poi dopo aver pranzato con una tristissima patata bollita il mio stomaco ha iniziato una ribellione del tutto ingiustificata, una manifestazione violenta dove nemmeno centomila fumogeni avrebbero dissipato gli ettolitri di succhi gastrici che mi stavano consumando.
Sono scappata a casa (erano circa le 5 del pomeriggio) mi sono arrotolata in una coperta di lana, mi sono messa la borsa dell’acqua calda sulla pancia ed ho iniziato una personalissima lotta silenziosa e pacifista contro il mio stomaco.
Alle 9 di sera ero sul punto di una crisi di nervi, il mal di pancia era peggio di prima ed avevo una e soltanto una possibilità di uscirne viva: le famosissime gocce di mio cognato, quelle che fanno guarire da tutti i mali del mondo.
Con tutta sincerità non le avevo mai sperimentate prima, ma il dolore era così lancinante che non c’ho pensato due volte, ho mandato M a prenderle e mi sono tracannata 20 preziosissime gocce.
Credetemi, dopo nemmeno 7 minuti i crampi che mi facevano sudare freddo mi sono passati ed una sensazione di benessere si è impossessata di me. 
Cosa fare a quel punto? Perché non leggere il bugiardino del mio amatissimo medicinale per vedere di quale magica sostanza fosse costituito?
 Non l’avessi mai fatto, la prima frase che ho letto era “medicinale appartenente  famiglia degli oppiacei”, poi la mia attenzione ha iniziato a focalizzarsi solo su alcune parole: “sostanze stupefacenti”, “metadone”, “sonnifero”, “ipnotici”, “psicofarmaci”, “disassuefazione da droghe”.
Ma che diavolo avevo ingerito? 
Non essendo stata mai una persona particolarmente avvezza alle droghe ho iniziato a camminare sul pericoloso filo che separa la lucidità dalla paranoia, un percorso assai tedioso dove un momento sei una persona normale e sana di mente e un attimo dopo diventi una psicolabile. Ovviamente io sono caduta dal teso filo e sono incappata nelle più temibili ossessioni. Passato il mal di pancia ero convinta che potesse venirmi un infarto, dopo l’infarto prevedevo una paralisi totale, dopo la paralisi avvertivo una crisi respiratoria e ogni volta che cadevo in un sonno pesantissimo una scarica elettrica mi ghermiva la schiena. Mi sentivo ubriaca ma lucidissima nel contempo e captavo una nettissima scissione tra il corpo e la mente. Possibile che 20 gocce potevano avermi  ridotto in quello stato? Oppure era stata colpa del bugiardino e del mio cervello indagatore e molto poco elastico? Con tutta sincerità credo di essermi fatta un po’ suggestionare dal contesto.
Il giorno dopo stavo bene, avevo solo la pancia ustionata dalla borsa dell’acqua calda, tutta rossa e con le piaghe.
Non lo avrei mai pensato che la cara e vecchia borsa dell’acqua calda fosse più pericolosa dell’oppio!

lunedì 19 novembre 2012

COSE CHE CAPITANO (A ME)

L’INSOSTENIBILE CHIAREZZA DELLE VETRINE
Cliente: mi scusi cara, quanto costa quell'orologio in vetrina dove sopra c’è scritto “orologio 25 euro?”
Io: lei intende quell'unico orologio che c’è in vetrina con su scritto “orologio 25 euro”?
Cliente: si proprio quello.
Io: allora credo che costi 25 euro.

QUISQUE FABER FORTUNAE SUAE
Cliente: è questo il negozio che vende le porcellane e poi anche dei portafortuna?
Io: no signora, mi dispiace, credo che si riferisca al negozio qui di fianco che ormai è chiuso da molto tempo. (Comunque il negozio a fianco non vendeva portafortuna, ma questo non l’ho detto).
Cliente: ah, che peccato. Ma funzionavano i portafortuna che vendeva questo negozio che non c’è più? Erano potenti contro il malocchio? Lei che ne pensa della sfortuna?
Io: signora mi ascolti, non ne ho idea se eventuali portafortuna funzionassero o meno, poi io non ci credo alla fortuna o alla sfortuna, ognuno è responsabile delle proprie scelte.
Cliente: invece la sfortuna esiste eccome! (questo lo ha detto con gli occhi da pazza). Perché non me lo vende lei un portafortuna, lo cerchi, sono sicura che qua in mezzo qualcosa che fa a caso mio la troverà. I maialini non sono portafortuna? Forse i gufi, oppure le civette, magari le farfalle, anche le lucertole ho sentito che portano fortuna!
Poi, prima che elencasse tutti gli animali del creato, ho frenato il suo entusiasmo dicendo: non vendo portafortuna, provi in un altro negozio e a questo punto le auguro veramente buona fortuna!

PER CHI SUONA LA CAMPANA
Qualche pomeriggio stavo facendo chiacchiere con una cliente, quando ad un certo punto inizio a sentire uno scampanio angosciante. Il fastidioso rumore proveniva senza alcun dubbio dal negozio poiché già tutti i decori di Natale sono in pole-position e tra questi decori non mancano di certo le campane. Dopo qualche secondo le chiacchiere mie e della cliente erano del tutto scomparse sotto un insistente din, don, din don, din don.  Ma chi diavolo stava facendo suonare tutte le campane del negozio? Di sicuro qualche bambino senza controllo, chi altro poteva?  Invece no, ci voltiamo, io e la cliente, e vediamo una candida vecchina che si aggirava nel negozio con aria sognante e toccava e sbatteva tutto quello che le capitava sotto le mani. Non solo suonava le campane, ma faceva urtare fra loro anche oggetti che palesemente non potevano emettere alcun suono angelico. Sbatteva posate, scuoteva palline, colpiva pupazzi, insomma faceva un casino assurdo.
Nel frattempo mio fratello la seguiva piano piano esterrefatto, senza aver il coraggio di interrompere la session ritmica.  
Nel frattempo: din don, stum, splissh, tic, tac, stum, sdem, io: (mentre urlo) signoraaaa, ha bisogno d’aiuto???  Nessuna risposta.
Mi avvicino e le tocco un braccio: signoraaa, va tutto bene? Cosa sta facendooo??
Lei: ah salve, cerco una campana, la campana perfetta, quella con il suono più bello!
E certo, chi non è alla perenne ricerca della campana perfetta? Ad ogni modo la mia interruzione non ha sortito alcun effetto, la signora ha fatto casino per un’oretta intera e poi se n’è andata, senza campana. Non ha trovato la sua campana, ci sono rimasta un po’ male.

PERSEVERARE E’ DIABOLICO
Cliente: salve, ho vorrei vedere un… (tronca la frase distratta da altro, forse dai granelli di polvere nell’aria)
Io: prego, mi dica.
Cliente: ma, non lo so. L’ho visto su un giornale. È più o meno un…
Io: un…
Cliente: forse una maglia, un maglione, un vestito….non saprei, qualcosa…vabbè.
Io: quindi?
Cliente: mi guardo un po’ in giro, magari lo vedo e glielo dico.
Io: faccia pure.
Dopo 30 secondi scappa fuori urlando “l’autobuuussss, fermateloooo”.
Nessuno l’ha fermato e lei l’ha perso, lo so perché mentre usciva io le stavo dietro,  poi mi sono poggiata allo stipite della porta e mi sono accesa una sigaretta. Lei delusa si volta per rientrare al negozio ma incrocia il mio sguardo (sembrava una scena da film western, dove io ero ovviamente Clint Eastwood, ci mancavano solo le balle di fieno rotolanti per via Tagliamento ed era perfetto) e capisce, intuisce, percepisce che forse è molto meglio non rientrare.

lunedì 12 novembre 2012

2012


Mercoledì mattina sono andata in banca a fare un versamento. Nella banca dove vado sempre ci sono solo due cassieri, uno che è mio amico, è un signore molto singolare. È sempre abbronzato, anche a dicembre, è sempre di buon umore ed è sempre molto gentile. Al collo porta delle collanine tutte colorate e una volta mi è anche capitato di vederlo in piedi ed ho scoperto che nella parte superiore del corpo portava la giacca e la cravatta ma dalla cintola in giù, in altre parole la parte che non si vede mai perché sta sempre seduto dietro il suo gabbiotto, indossava un paio di jeans sdruciti e dei stivali a punta, tipo quelli dei cow boy. Quando capito con lui non mi fa mai compilare il cedolino perché lo fa al posto mio e inoltre ricorda sempre il numero della mia filiale, poi quando vado via mi sorride con gentilezza e mi augura una buona giornata.
L’altra cassiera invece è una delle dieci piaghe d’Egitto, la punizione divina del mondo dell’economia. Tutti la temono (i clienti intendo) mentre i suoi colleghi la osservano con stupore e biasimo. 
L’anno scorso mi è capitato di dover tornare in banca con un mezzo infarto perché lei aveva sbagliato il numero della mia filiale così i miei soldi erano finiti sul conto di un signore arabo residente a Milano.
Ad ogni modo, mercoledì mattina il mio amico cassiere era fuori a prendere il caffè, così sono capitata sotto le  grinfie della cassiera infame.
 Mi siedo, dico buongiorno e non alcuna ricevo risposta, dico di dover fare un versamento, lei mi passa il cedolino e mi abbandona. Io odio i cedolini, secondo me sono fatti malissimo, non ci capisco mai niente, è tutto pieno di quadratini, virgole, doppi zeri, ancora quadratini e dei numeri piccolissimi. L’ho compilato alla meno peggio, facendo anche qualche scarabocchio per correggere degli errori infine le chiedo gentilmente se può fare lei le addizioni delle varie cifre. Lo so che non servono a un cazzo le addizioni sul quel benedetto foglietto, lo so che conta solo quello che versi, so tutto questo, però per evitare di riscrivere tutto perché ho sbagliato un’addizione e perché lei ha l’elasticità mentale di un tarlo in un vecchio comò, preferisco farle bene. Così senza nemmeno guardarmi mi passa una calcolatrice e ritorna a fare quello che stava facendo, ovviamente non so cosa.
Concluso questo compito di matematica le ripasso la calcolatrice e anche il cedolino perfettamente compilato.
Ma ovviamente il  cedolino non era perfettamente compilato, mancava la data.
Mi ripassa il foglietto e dice con una voce gracchiante “qui manca la data, vede?”
Ma porcaccia miseria, che cose le costava mettere la data al posto mio?
Con tutta calma mi faccio ridare la penna, riprendo quel dannato foglietto e scrivo prima il giorno che era il 7, poi il mese che era l'11 e incredibile ma vero, non mi ricordavo l’anno!
Mi sono guardata intorno alla ricerca di un calendario, ma sulla mia testa ho visto solo un piccolo orologio a led che indicava il giorno e l’ora. Oh mio dio, cosa mi stava succedendo? Mi sono fermata un secondo a riflettere sullo shock appena avuto e poi mi sono detta “non posso chiedere in che anno siamo, farei una mega figura di merda, sono anche palesemente troppo giovane per sembrare una donna con la demenza senile, ma che cavolo mi succede?” Ero completamente nel pallone, non riuscivo più a ragionare, avevo lo sguardo e la punta della penna fissi sul foglio, ero abbastanza paralizzata.
Nonostante la mia mano fosse immobile la mia mente continuava a lavorare su di un ragionamento piuttosto complicato: “eppure scrivo la data tutti i giorni, com'è che ora non mi viene? Vuoi vedere che siccome la scrivo sempre di sera, quando faccio i conti di fine giornata, il mio cervello la ricorda solo quando non c’è più il sole? Ma in che cazzo di anno siamo?”
Non capisco ancora il perché, ma la mia mano sciolta da vincoli mentali ha iniziato a scrivere 1912, ma il mio cervello incredulo diceva “ ma se nel 1915 è iniziata la prima guerra mondiale come fai a dire che siamo nel 1912?” allora la mia mano piuttosto contrariata ha corretto ed ha scritto 1290, ma il mio cervello ha replicato “l’America è stata scoperta nel 1492 e tu scrivi che siamo alla fine del 1200, e poi non ti sembra piuttosto strano continuare a scrivere la data con un UNO davanti, non ti ricordi che hai smesso di scrivere quell'uno circa 13 anni fa?”
Ero finita in un tunnel buissimo e non ne vedevo più la luce.
Poi come d’incanto la voce gracchiante della cassiera mi distoglie da quel turbinio di numeri e ricordi e dice “beh, quanto ci vuole per scrivere la data?”
Con piglio e decisione riprendo possesso della mano, della penna e della testa e con convinzione scrivo “21912”, restituisco il foglietto e dico “ecco fatto!”.





lunedì 5 novembre 2012

La notte porta consiglio...



Stanotte mentre mi rigiravo nel letto cercando di prendere sonno e di non pensare a cose terrorizzanti poiché M non c’era, mi sono messa a fare elenchi. Quando non riesco a dormire faccio sempre elenchi.
Ho iniziato come al solito dai nomi dei miei compagni di classe dalle scuole elementari fino al liceo, anzi dal momento che mi sentivo piuttosto pimpante c’ho messo  pure quelli dell’asilo. Questi ultimi li ricordo tutti benissimo e ricordo anche il nome delle maestre ed ho memoria anche di un sacco di avvenimenti di quel periodo, tipo quando una bimba si è infilata dei lego nel naso e poi l’hanno portata all'ospedale  Anche quelli delle scuole elementari li ricordo tutti, sarà perché in classe eravamo 8 bambini e vivevamo tutti nello stesso paese e sarà anche perché ogni volta che vado a casa li incontro sempre più o meno tutti.
Delle scuole medie ho sicuramente qualche lacuna, ricordo di sicuro il 90 per cento dei nomi, mentre del liceo ho proprio dei buchi neri incolmabili, addirittura di un compagno ricordo benissimo il viso ma il nome non mi viene proprio e di altri ricordo il nome ma la fisionomia del volto si è persa nella memoria.
Dai nomi di scuola sono passata a quelli delle amicizie lampo estive. Amicizie lunghe al massimo 15 giorni e pure lì mi sono trovata in grossissime difficoltà perché non riuscivo a collocarli negli anni, quindi mi sono resa conto che è veramente sfiancante e deprimente  non ricordare una mazza, allora ho smesso.
Poi mi sono data al ripasso di tutte le marche di sigarette che ha fumato mio padre negli anni, gli anni di cui io ho memoria: Marlboro, Kim, Merit, Diana, Peter Stuvenson, Winston e poi basta perché ha smesso di fumare.
 Incredibilmente mi è venuta in mente la musicassetta arancione che c’era nella macchina di papà quando avevo più o meno 8 anni: lato a: Gianni Morandi “se perdo anche te”,  Ornella Vanoni “la musica è finita”,  Rita Pavone “ qui ritornerà”, Luigi Tenco “ciao amore”. Lato B: Primitives “Yeeeee!”, Mina “se stasera son qui”, Adriano Celentano “una carezza in un pugno”, l’ultima era una canzone di Milva che non ricordo perché non mi piaceva e allora non l’ascoltavo mai.
Poiché la musicassetta era in macchina ho iniziato ad elencare tutte le macchine di casa Giacomantonio: 500 giallina, 112 beige, 126 blu, ritmo color latte e caffè, uno bianca, tipo grigia, panda blu, panda bianca.
 Poi ho pensato “perché non elencare anche tutti i motorini che abbiamo avuto?” ed ho ricominciato: il Ciao di mamma, l’atala master di mamma (per inciso: il motorino più brutto della storia di tutti i ciclomotori dell’universo), il mio Si blu, il mio SI bordeaux, il Micron di papà (per inciso: il secondo motorino più brutto della storia di tutti i ciclomotori dell’universo), il mio Buster, un altro Si blu di mia sorella, un motorino bianco di cui non ricordo il nome, l’Amico di mio fratello e in fine lo Zip sempre di mio fratello. Sono sicura che nell'elenco dei motorini ne manchi ancora qualcuno.
Dal momento che con il motorino ci andavo a scuola non so perché mi sono venute in mente tutte le insidiose ore di latino fatte negli anni e alcune cose che mi sono rimaste impresse senza alcun motivo: la perifrastica attiva, la perifrastica passiva, l’ablativo assoluto, i verbi irregolari tipo fero fers tuli latum ferre,  il famoso motto “spero, promitto e iuro vogliono sempre l’infinito futuro”, il perfetto e il più che perfetto.
La mia mente viaggiava a mille e poche erano le cose da fare a quel punto, potevo riprendere il libro noiosissimo che stavo leggendo prima di spegnere la luce, oppure alzarmi e andare a guardare la tv, o potevo accendere il pc e vedere cosa succedeva nel mondo, in ultimo restare nel letto e continuare a fare elenchi, liste, inventari su tutto il futile della mia vita. Data la mia incommensurabile pigrizia, ho optato per la terza possibilità e sono rimasta a letto, al buio cercando di ricordare:quanti caffè prendo al giorno, quante barbie avevo da bambina, quante biciclette ho distrutto, quanti e che tipo di zaini ho usato durante la scuola, quante volte mi sono messa a dieta, quante scarpe ho avuto dai 20 ai 30 anni, i nomi dei professori di scuola, il nome di tutte le persone francesi, inglesi e amicane conosciute in vita mia, il maggior numero di titoli  di canzoni dei Beatles e dei Doors, i numeri di telefono che conosco a memoria tra cui non c’è quello di M, le domande più assurde del Trivial Pursuit della versione degli anni 90,  e poi piano piano ho perso conoscenza e finalmente mi sono addormentata.