lunedì 24 settembre 2012

Tutto in 10 minuti


 Ecco quanto basta per trasformare un tranquillo sabato sera in una serata schifosissima.
Erano le otto di sera, avevo appena chiuso il negozio e dopo aver girato la chiave nella toppa mi dissi ad alta voce “ho chiuso”. Se non faccio così, se non mi dico “ho chiuso”, il più delle volte devo ritornare indietro, anche se ho fatto un bel po’ di strada col motorino, per controllare di aver chiuso per bene. Con la mente libera finalmente e con il calduccio di una bella serata di settembre mi accingevo a ritornare a casa per pianificare un progetto per la serata. Avevo parcheggiato il motorino al solito posto, accanto al terrazzino coperto del ristorante sardo. Notai un cameriere che accendeva i lumini sui tavoli mentre un altro portava una glacette con dentro una bella bottiglia di vino ghiacciato ad una coppia veramente male assortita, o forse assortita benissimo, sia l’uomo che la donna erano bruttissimi. Pensai in quel momento a chi ero io per determinare chi fosse brutto e chi bello in questo mondo, che diritto avevo io di classificare in questo modo due esseri umani intenti a bere e mangiare una cena peraltro costosissima?
Mentre rimuginavo su ciò, accesi il motorino, il motorino di mio fratello, il mio lo aveva preso M per andare a sentire il concerto dei Radiohead, vidi la spia rossa della benzina e mi ricordai di dover andare per forza al distributore. Avevo girato tutto il giorno con la spia fissa sul rosso, non volevo di certo restare a piedi proprio di sera. Aprii il portafogli e presi i 5 euro per fare benzina al self service, li misi in tasca e mi avviai.
Giunta al distributore feci un po’ di fila, poi, dopo qualche minuto arrivò il mio turno. A gestire la fila c’era un uomo indiano, quelli che ti aiutano a fare benzina e poi gli dai qualche spicciolo. In quel distributore funzionava una sola pompa e mentre mi accingevo a mettere il motorino sul cavalletto vidi l’indiano che si avvicinava alla macchinetta con 20 euro appartenenti ad un automobilista giunto lì dopo di me. E no, pensai, ma è possibile che in ogni fila che faccio c’è sempre qualcuno che per un motivo o per un altro mi scavalca? Ma sono forse trasparente? No, questa volta non l’avrei fatta passare liscia a nessuno. Così presi i miei 5 euro, chiesi permesso all’indiano (il quale mi fulminò con lo sguardo) e li inserii nella macchinetta. Aprii il sellino del motorino, svitai il tappino del serbatoio e misi dentro la pompa. Non usciva niente. L’indiano incazzatissimo mi strillava di rimettere la pompa a posto, io non capivo il perché, poi diceva “schiaccia bottone, schiaccia bottone, schiaccia bottone”, l’avrà ripetuto 100mila volte. Presa dal panico estrassi la pompa dal buco e non so come il sedile del motorino, sollevato per forza di cose, si staccò e cadde per terra. A chi non è successo che il sellino si stacchi e rovini sul suolo?
 Schiacciai finalmente il bottone giusto e feci benzina, nel frattempo l’indiano continuava a sbraitare e ripetere “se non schiacci bottone come fai?” Porca miseria, mi stava facendo saltare i nervi in una maniera incredibile. Non disposta a perdere il controllo, presi il sedile da terra e ne staccai le chiavi che lì erano rimaste dopo averlo aperto. Così mi accorsi che le chiavi erano rimaste schiacciate nell’urto e si erano storte e nel tentativo di raddrizzarle le ruppi del tutto.
L’indiano mi guardò con una certa soddisfazione e prima di menargli presi il motorino e a mano lo spinsi in un parcheggio lì vicino, per fortuna riuscii anche a mettere la catena.
“Mio fratello non avrà MAI un paio di chiavi di scorta”, questo fu il mio primo pensiero e nel colmo della disperazione presi il cellulare per chiamarlo e dargli la triste notizia “non hai più il motorino”. Magari una soluzione c’era, ma non per me in quel momento. Con il telefono in mano mi accorsi anche di essere senza credito, per avere il verdetto finale (ovvero sapere se mio fratello avesse o non avesse un doppione della chiave) dovevo aspettare almeno 30 minuti se tutto andava bene, il tempo di trovare un autobus e arrivare a casa, traffico permettendo. Quella calda serata di settembre iniziava ad essere un inferno, mentre camminavo alla ricerca di una fermata di bus sudai come nel deserto, la mia borsa che già è piena di minchiate di solito, quella sera conteneva anche il computer, un maglione ed un barattolo di marmellata di fichi.
Volevo solo andare a casa.
Arrivai intorno alle 9 con un mal di testa da guinnes dei primati, madida di sudore e molto infelice.
“Hai un paio di chiavi di scorta del tuo motorino?” glielo chiesi con le lacrime agli occhi. “Si certo” rispose mio fratello.
Me ne andai a letto alle 10, con la certezza che la testa mi sarebbe scoppiata da un momento all’altro, ma sapendo che il giorno dopo sarei andata a riprendere il motorino, sempre se l’indiano incazzatissimo  non me lo avesse distrutto per farmi uno sfregio!


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