lunedì 16 luglio 2012

APOLOGIA DELLA FRITTATA


Lunedì mattina, prima di uscire di casa, ero in cucina con M a preparare come consuetudine il caffè. Mentre versavo la scura e forte bevanda nelle tazzine, i nostri pensieri all’unisono presero voce e come un’onda magnetica fatta di concetti comuni ecco quanto uscì  dalle nostre bocche “minchia, sta bombola dura da i primi di marzo, consuma pochissimo!” Naturalmente ci riferivamo alla nostra macchina del gas, che come dice la parola stessa è alimentata dal gas, ma non avendo noi un allaccio centralizzato,  utilizziamo la famosissima bombola, la quale per la nostra incolumità è situata sul terrazzo.
Poche ore più tardi un altro occulto segnale arrivava nelle mani di M.
Mentre era seduto alla sua scrivania, circondato come sempre da una innumerevole quantità di cose diversissime tra loro (cavetti, pezzi di computer, corde di chitarra, pedali per suonare, parti di amplificatori, cacciaviti, pinze, colla, tazzine e bicchieri, scatole e scatoline), dopo aver acceso il ventilatore per combattere per quanto possibile il caldo tremendo di questi giorni, giunse dinnanzi ai suoi occhi, come una foglia lenta che cadeva da un albero immaginario, il biglietto da visita (creduto perso da tempo) del signore che vende le bombole del gas.
Come decifrare questi messaggi? Qualcuno dall’aldilà voleva farci sapere che la nostra bombola stava per finire? Qualche identità sconosciuta voleva proteggerci da qualche eventuale complicazione? Non si sa!
Una volta rientrata a casa la sera decisi di preparare una bella frittata di patate e cipolle, che è sempre un piatto veloce da fare ma dal risultato assicurato. Se preferite il fascino esotico potreste anche chiamarla tapas, ma io rimango dell’idea che chiamandola col proprio nome, ovvero frittata di patate con le cipolle di Tropea, si innalzi a piatto elegantissimo e nobile.
Non so come prepariate voi, cari lettori, la frittata di patate, ma io come prima cosa taglio le patate a tocchetti grossolani e poi le friggo, mentre le patate si rosolano sbatto le uova con sale, pepe e parmigiano. Quando le patate sono quasi pronte, nella padella aggiungo anche la cipolla, questa tagliata a rondelle, la lascio appassire e poi la scolo assieme alle patate, tolgo l’olio dalla padella e nella stessa ci rimetto le patate, le cipolle e infine le uova sbattute.
Lunedì sera riuscii a fare tutti questi passaggi con facilità, poi d’incanto e senza preavviso, il gas si è spento e non si è acceso più, la bombola era finita!
“Ma come”, ci ripetevamo io e M, “tutti ci hanno detto che quando finisce il gas della bombola te ne accorgi: chi ci ha detto che la fiamma inizia ad essere blu, chi ci ha detto che inizia ad emettere un odore nauseabondo, chi ci ha detto che ogni tanto basta sollevare la bombola per rendersi conto se è quasi vuota”.
Ci mancava soltanto che qualcuno ci avesse detto che il gas ci spediva una raccomandata con ricevuta di ritorno che recitava “sto per finire, avete 48 ore di tempo per cambiarmi” e noi ci avremmo creduto.
Allora, che fare con la mega frittata che ora giaceva moribonda in una padella sempre più fredda?
Avevo solo due alternative, o buttavo la frittata oppure andavo a bussare alla porta di qualcuno dei vicini per chiedergli gentilmente di farmi  finire la cottura. Decisi di intraprendere la strada dei vicini e di non gettare tutto quel ben di dio.
Uscii sul mio pianerottolo ed inizia a bussare a tutti i vicini, ma non ebbi nessuna risposta, scesi quindi le scale e provai a bussare alla prima porta che mi si parò davanti.
“toc, toc”
Dall’interno “chi è?”
 “scusate il disturbo, sono una vicina dovrei chiederle un favore.”
“si, solo un attimo, mi metto qualcosa addosso” (la voce era quella di un uomo).
Poi non ebbi più nessun cenno di vita, sapete cosa vuol dire stare come un’ebete davanti ad una porta chiusa per circa un minuto?
Dopo questo tempo infinito sentii la voce di una donna che diceva “vabbè, vado io”.
Finalmente la porta si aprì, sempre dopo però aver fatto scattare qualcosa come 654 tipi di serrature.
 Dietro la porta-cavò trovai due anziani signori rotondetti ed anche abbastanza in desabillè!  Lei indossava una camicia da notte, lui che aveva detto ormai 5 minuti prima di andare a mettersi qualcosa addosso, aveva un paio di boxer ed una canotta bianca con uno scollo vertiginosissimo a forma di U sia sul petto che sulla schiena. In sostanza indossare una canotta del genere è una cosa del tutto inutile, cosa protegge se il petto e la schiena sono nudi? E soprattutto, il signore cosa aveva addosso prima che io bussassi, se quando mi ha aperto era in mutande? Mah!
Ad ogni modo spiegai il mio problema e loro gentilmente mi offrirono di usare la loro cucina. La loro cucina era vuotissima, dentro non c’era niente, zero, nisba, un buco nero di cucina. Sarà che io in cucina ho un sacco di minchiate -tipo 23 tipi di mestoli di legno, anche se poi ne uso sempre solo uno, però di sicuro non si sentono soli, anche se però penso che tutti gli altri mestoli odino a morte quello che uso sempre e magari vorrebbero vederlo morto, ma vabbè, non è che mi posso occupare di tutto..-
Ad ogni modo, mentre guardavo con occhi esperti l’evoluzione del colore di una frittata che sta quasi per essere pronta, il signore mi chiese se avevo bisogno di qualcosa, ed io tutta fiera e tronfia dissi di no, che tanto ormai avevo quasi fatto e che mi dispiaceva di aver riempito la loro casa di odore di frittata, ma che presto sarebbe andato via.
Ancora ignoravo il fatto che stava per nascere una nuova stella nel firmamento delle mie più grandi figure di merda.
Qualche minuto dopo misi il coperchio sulla padella, presi quest’ultima e mi avviai verso il loro lavandino per girare la frittata e per evitare di schizzare uovo sulla loro cucina. Capovolgendo la padella, sbattei contro un pensile che non avevo visto o che forse si era materializzato lì un istante prima, persi l’equilibrio, mi cadde il coperchio e la frittata mi si scamazzò tutta nel lavandino (per fortuna intonso), schizzando uovo ed olio ovunque.
In quell’attimo mi parve di vivere in un sogno, anzi in un incubo, sentivo le voci in lontananza dei miei ospiti ma non capivo cosa dicessero, dentro di me un solo ed unico mantra mi riempiva la mente “oh cazzo, oh cazzo, oh cazzo”.  
Rimasi davanti a quel lavandino paralizzata dalla vergogna, il corpulento signore mi guardava con un’aria assai strana, sul suo viso però chiara appariva un’amara  sentenza “questa ragazza è un idiota”:
Alla fine,presa da un ultimo slancio di normalità raccattai la frittata con un cucchiaio, la rimisi nella padella e con un muso da cane bastonato dissi “forse se la cucino un altro po’ si riattacca”. Così feci, poi uscì da quella cucina che ormai era un campo di battaglia e che ovviamente mi offrii di ripulire, ma i due signori dissero che non ce n’era bisogno, sono sicura che volessero sbarazzarsi di me al più presto.
Mentre salivo le scale per ritornare a casa, con la mia frittata brutta e raffazzonata, mi venne in mente una celebre frase latina “est melius iactare fritattas quod destruens coquina vicinis”, è meglio gettare una frittata che distruggere la cucina dei vicini!





NB:
La celebre frase latina l’ho appena inventata.

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