lunedì 18 giugno 2012

"Un'estate al mare"


Quando ero piccola di solito al mare ci portava papà. Aveva una barca molto speciale, era un gozzo in vetro resina tutto blu al di fuori e giallo all’interno. Il gozzo era piccolo, ma dentro c’era qualsiasi cosa: dalla radio al fornello per cucinare, poi c’erano tutti gli strumenti per pescare, vari giochi gonfiabili per noi bimbi, un baracchino per comunicare sia con mamma che per ascoltare tutte le conversazioni dei pescatori, un’amaca dove dormiva mio fratello neonato, un tendalino bianco e blu per proteggerci dal sole e vari materassi in gommapiuma sempre bianchi e blu per appisolarci mentre lui pescava. Le nostre giornate in barca erano infinite, partivamo al mattino e tornavamo al tramonto, papà appena usciti per mare iniziava a pescare così per pranzo preparava uno spaghetto veloce con qualche pesciolino fresco, il tutto organizzato su un trespolo in un angolino del gozzo. Dopo pranzo di solito avevamo un appuntamento in mezzo al mare con i nostri amici (anche loro in barca) e papà faceva un bel caffè per tutti, fumavano una sigaretta e poi di nuovo a fare una trainata. Su quella barca abbiamo più o meno imparato a nuotare tutti, con un metodo infallibile che papà ancora si vanta di aver inventato. In pratica si fermava su una secca, dove il fondale non era troppo profondo, dopo di che  ti prendeva in braccio e ti buttava in acqua. La sua teoria era che o imparavi a nuotare subito, oppure affondavi, ma non era un problema perché se affondavi lui ti vedeva e poi ti veniva a riprendere. Giuro che nessuno è mai affogato, nonostante gli ettolitri di acqua bevuti, il solo rischio che correva mio padre era quello di essere odiato e detestato per una giornata intera.  
Quando non potevamo andare al mare con papà allora toccava ad una delle mie zie più giovani portarci in spiaggia. Oddio, spiaggia è una parola grossa, la definirei piuttosto una piccola insenatura piena di scogli pericolosi e sporgenti, con qualche sassolino qua e là dove a stento ci entrava un’asciugamani, il tutto contornato da un’orda di bimbi indemoniati  e rumorosissimi. Le mie zie ODIAVANO portarci al mare e forse, anzi sicuramente, odiavano anche noi bambini. Prima di partire per la nostra giornata marittima ci preparavano una merenda leggera leggera, panini con mortadella, anguria, e una busta piena di ghiaccio con pesche e susine. Una volta entrate in acqua non ne uscivamo più, mai, nemmeno per mangiare, restavamo in acqua fino a che la pelle si staccava dalle mani, fino a che le labbra diventavano color melanzana, e nemmeno quando tremavamo dal freddo.
 Ovviamente la giornata si concludeva spesso in tragedia,  dopo che la zia di turno non aveva fatto altro che sgolarsi per tutta la giornata affinchè uscissimo dall’acqua almeno 5 minuti, entrava in acqua lei e dava il via ad un turbinio di schiaffi alla cieca, magari poteva prendere anche qualche bambino che non c’entrava niente, ma era troppo incazzata per vedere chi menare e chi no. Di ritorno a casa, tutte bagnate, piene di lacrime e muco, ci fermavamo un attimo sotto un albero di gelsi rossi, ne mangiavamo una tonnellata, ci sporcavamo di succo rosso fino al midollo e la zia,  che se possibile era ancora più incazzata di prima, giurava e spergiurava che mai più, ma proprio mai, ci avrebbe riportato al mare.


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