lunedì 25 giugno 2012

ODE AL DEODORANTE



Oh deodorante, 
piccola grande invenzione del genere umano errante,
tu che con sguardo invitante
stai appollaiato tra altri mille prodotti e unguenti che nella vita ci aiutano ad esser meno fetenti.
Di mille profumi le tue varietà,
alle nostre ascelle tu chiedi pietà!
Fragranze a profusione per la più calda stagione:
alla rosa canina, alla freschezza degli oceani, al cedro dell’Himalaya, ai Sali del mar morto, come darti torto?
Agli agrumi di Sicilia, alla meta piperita, al muschio bianco, blu e verde,
fra i tuoi  effluvi ci si perde.
Oh deodorante dalle mille forme è impossibile non seguire le tue orme.
In mille modi puoi apparire: roll on, con spray, senza spray, cremoso, nebulizzato, liquido, solido, trasparente e traspirante, fra qualche tempo anche frizzante.
Poi per ogni tipo di pelle ve ne sono delle belle, ma state attenti ai consigli giusti, il PH non è cacca.
Ma che cavolo, questo deodorante ne sa una più del diavolo!
E dopo mille complimenti è l’ora di cose più dolenti.
Oh uomini e donne di svariate età e provenienza, ho un problema da metter in evidenza.
Il caldo impazza e senza dar tregua prima o poi ci ammazza, ma è meglio morir di caldo che di un tanfo vagabondo.
Sopra gli autobus olezzi di mefitici rebus,
nella metro le puzze ci corron dietro,
nei negozi ( e qui mi pronuncio con cognizione di causa) non c’è tregua, non c’è pausa!
Gente di tutto il mondo, non facciamone di questo un posto moribondo.
Contribuiamo a rendere la terra una fiorita serra,
usiamo del sincero deodorante come acqua di una fonte fresca e corroborante.
Non siate troppo oculati nell’uso dei sopracitati: adoperatelo una, due o tre volte al giorno, non lesinate nell'ungere le ascelle, esse son come sorelle.
Oh deodorante dal grande splendore, salvaci dalla puzza di sudore!

Nota a piè pagina
La metrica usata in questo poemetto è frutto di lunghi e faticosi minuti di concentrazione, inoltre ho scavato fino al midollo del mio animo per partorire questi profondi ed intimi pensieri.


lunedì 18 giugno 2012

"Un'estate al mare"


Quando ero piccola di solito al mare ci portava papà. Aveva una barca molto speciale, era un gozzo in vetro resina tutto blu al di fuori e giallo all’interno. Il gozzo era piccolo, ma dentro c’era qualsiasi cosa: dalla radio al fornello per cucinare, poi c’erano tutti gli strumenti per pescare, vari giochi gonfiabili per noi bimbi, un baracchino per comunicare sia con mamma che per ascoltare tutte le conversazioni dei pescatori, un’amaca dove dormiva mio fratello neonato, un tendalino bianco e blu per proteggerci dal sole e vari materassi in gommapiuma sempre bianchi e blu per appisolarci mentre lui pescava. Le nostre giornate in barca erano infinite, partivamo al mattino e tornavamo al tramonto, papà appena usciti per mare iniziava a pescare così per pranzo preparava uno spaghetto veloce con qualche pesciolino fresco, il tutto organizzato su un trespolo in un angolino del gozzo. Dopo pranzo di solito avevamo un appuntamento in mezzo al mare con i nostri amici (anche loro in barca) e papà faceva un bel caffè per tutti, fumavano una sigaretta e poi di nuovo a fare una trainata. Su quella barca abbiamo più o meno imparato a nuotare tutti, con un metodo infallibile che papà ancora si vanta di aver inventato. In pratica si fermava su una secca, dove il fondale non era troppo profondo, dopo di che  ti prendeva in braccio e ti buttava in acqua. La sua teoria era che o imparavi a nuotare subito, oppure affondavi, ma non era un problema perché se affondavi lui ti vedeva e poi ti veniva a riprendere. Giuro che nessuno è mai affogato, nonostante gli ettolitri di acqua bevuti, il solo rischio che correva mio padre era quello di essere odiato e detestato per una giornata intera.  
Quando non potevamo andare al mare con papà allora toccava ad una delle mie zie più giovani portarci in spiaggia. Oddio, spiaggia è una parola grossa, la definirei piuttosto una piccola insenatura piena di scogli pericolosi e sporgenti, con qualche sassolino qua e là dove a stento ci entrava un’asciugamani, il tutto contornato da un’orda di bimbi indemoniati  e rumorosissimi. Le mie zie ODIAVANO portarci al mare e forse, anzi sicuramente, odiavano anche noi bambini. Prima di partire per la nostra giornata marittima ci preparavano una merenda leggera leggera, panini con mortadella, anguria, e una busta piena di ghiaccio con pesche e susine. Una volta entrate in acqua non ne uscivamo più, mai, nemmeno per mangiare, restavamo in acqua fino a che la pelle si staccava dalle mani, fino a che le labbra diventavano color melanzana, e nemmeno quando tremavamo dal freddo.
 Ovviamente la giornata si concludeva spesso in tragedia,  dopo che la zia di turno non aveva fatto altro che sgolarsi per tutta la giornata affinchè uscissimo dall’acqua almeno 5 minuti, entrava in acqua lei e dava il via ad un turbinio di schiaffi alla cieca, magari poteva prendere anche qualche bambino che non c’entrava niente, ma era troppo incazzata per vedere chi menare e chi no. Di ritorno a casa, tutte bagnate, piene di lacrime e muco, ci fermavamo un attimo sotto un albero di gelsi rossi, ne mangiavamo una tonnellata, ci sporcavamo di succo rosso fino al midollo e la zia,  che se possibile era ancora più incazzata di prima, giurava e spergiurava che mai più, ma proprio mai, ci avrebbe riportato al mare.


lunedì 11 giugno 2012

Stato di avanzata decomposizione


Siamo quasi a metà giugno e un anno di lavoro costante inizia a farsi sentire. Il mio corpo è il primo che sta chiedendo pietà: giorno dopo giorno noto che divento sempre più bassa, mi sto piegando su me stessa a causa del peso del mondo, per agosto forse somiglierò ad un avvoltoio, con il collo incavato fra le spalle. Il mio trimestre in palestra ormai è un ricordo lontanissimo che appartiene ad un’altra vita, in quel periodo mi sono rotta così tanto le scatole che ormai l’ho quasi dimenticato. Forse se avessi fatto dell’attività fisica questo inverno ora non soffrirei di mal di schiena o altri dolori legati alla cattiva postura, però ho fatto un giuramento che sono sicura non infrangerò molto facilmente: non andrò MAI più in palestra per tutta la vita. Inoltre andare costantemente in motorino non mi aiuta affatto, come minimo avrò le ossa della colonna vertebrale tutte attaccate a causa delle continue botte che prendo sui fossi che tappezzano le strade di questa città eterna, credo che ormai anche i fossi siano diventati eterni. Se per caso in un giorno d’agosto vi trovate su una spiaggia di Maratea  e siete sicuri di aver visto Gollum, non temete, non soffrite di allucinazioni dovute dal caldo, sono io.
 Il mio viso è ormai solcato da rughe che un tempo potevano definirsi di espressione ma che ora come ora sono diventate la mia unica espressione. Dopo giornate intere in cui mi sforzo di essere sempre sorridente inizio a somigliare a Joker, l’acerrimo nemico di Batman, avrei preferito somigliare a Batman, sempre accigliato.
Per farmi sentire ancor di più una schifezza ci si sono aggiunti i capelli bianchi, giuro che fino all’estate scorsa non ne avevo nemmeno uno e adesso invece saranno una cinquantina. So che non è un gran problema, anzi, molte delle persone che conosco ce li hanno da molto tempo, tipo mio fratello che ha solo 24 anni, però io non  li ho mai avuti e se permettete un po’ questa cosa mi fa non proprio incazzare (l’incazzatura la uso in altri casi), ecco, mi fa innervosire.
A questa minuziosa descrizione della mia persona ed all’accozzaglia di personaggi che ho citato affiancherò un documento fotografico che in sé li racchiude tutti,  in questo modo potrete vedere a che punto sono arrivata con la mia rovina fisica e anche un po’ mentale:


 Maga Magò, attrice non protagonista del film di animazione “La spada nella roccia” del 1963.

lunedì 4 giugno 2012

AVVISO ALLA CLIENTELA


“Si avvisa la gentile clientela che il supermarket chiuderà tra 15 minuti, siete pregati di avvicinarvi alle casse, grazie”.
“My lips are movin' but there's no sound, Someday somebody's gonna get run down”, canticchio questa canzone dei Faith no more da stamattina, sono quasi le 8 di sera e a questo punto non so più come togliermi questo motivetto dalla testa, tra l’altro mi piace tanto, ma così è troppo!
Ora devo concentrarmi e fare questa cacchio di spesa.
Ma proprio non ci riesco, io ho una perversione, una cosa che mi fa  impazzire, una passione irrefrenabile: quella di spiare nei carrelli altrui, vedere quello che sceglie la gente dagli scaffali di un supermercato.  Secondo il mio modesto parere una persona è ciò che compra e il carrello della spesa ne è la prova assoluta. E da qui partono i grandi questionari che mi distolgono dal tema principale, fare la spesa.
Perché quella signora prende 4 confezioni giganti di yogurt, tonnellate di biscotti e vagonate di dolciumi vari? Avrà molti figli adolescenti oppure vuole uccidere il marito ignaro di avere il diabete?
 Perché quella signora anziana si sorbisce tre ore di fila alla cassa per due banane e una mela? Forse soffre di solitudine, oppure soffre di scorbuto?
Come mai una signora così distinta e ben vestita carica il carrello con tutte quelle bottiglie da 5 litri di vino scadente? Saranno forse due alcolizzati lei e il marito? Oppure forse gestisce un’enoteca e dà da bere ai clienti quel vinaccio spacciandolo per vino pregiato?  
Poi vedo con piacere la classica signora che a casa non deve avere proprio nulla perché passa per gli scaffali e prende cose a casaccio: zampironi, cibo per uccelli, prosciutto, lamette, alici salate, pasta, ecc.
Davanti al banco dei salumi c’è l’operaio che assembla il suo panino ideale, poi c’è la signora che mette in croce il salumiere per una questione di etti, poi c’è l’indeciso cronico: è meglio il cotto o il crudo?
Al reparto della carta mi godo una signora che impazzisce tra le varie marche di carta igienica, a quello della verdura invece c’è né una che prende dei meloni nani di chissà quale nazionalità e si lamenta del prezzo spropositato, quando ci sarebbe una sola replica alla sua protesta: non comprarli!
Alla cassa poi c’è il signore che guarda sconfitto lo scontrino e non riesce a capire come ha fatto a spendere tanto, d’altronde gli uomini non guardano mai i prezzi!                                Per non cedere allo spionaggio dei carrelli ho deciso di portarmi appresso una lista, anche perché mi piace scrivere la lista della spesa, pensate che ad ogni cosa da comperare corrisponde un disegno assai fedele che creo con dovizia di particolari. A volte annoto delle cose soltanto perché mi riesce bene il disegno, per esempio ho la cucina piena di scatolame perché mi piace disegnare i barattoli, mi fa sentire molto Andy Worrol, oppure abbozzo piccoli omini di verdure come l’Arcinboldo. Ora come ora mi rendo conto di aver composto una lista senza né capo né coda: melanzane, zucchine, insalata, parmigiano, birra, pancetta. Chissà cosa penserà la gente del mio carrello.
“SI AVVISA LA GENTILE CLIENTELA CHE IL SUPERMARKET CHIUDERÀ’ TRA DUE MINUTI”.
Sono già in fila alla cassa, poco soddisfatta del mio operato. Davanti a me c’è una donna appena uscita dall'ufficio, o dal parrucchiere? Dietro di me due studenti intenti a racimolare gli spiccioli per dividere la spesa, di fianco a me un uomo accanto all'espositore dei preservativi, sul suo viso ha un’espressione che parla chiaro: “Ne prendo un pacchetto con noncuranza, tanto nessuno mi nota”, non accorgendosi di me, che in un supermercato noto tutto!