lunedì 12 marzo 2012

Tradizioni popolari -seconda parte-
Il fatto qui citato l’ho scovato in un angolo della mia memoria pertanto chiedo perdono a chi sa come sono andate esattamente le cose se vi saranno delle inesattezze.
Tanto tempo fa in un paese piccolo piccolo sorto nelle prossimità di un’altissima scogliera, nasceva e cresceva una bimba bellissima e molto volenterosa.
Un giorno la sua mamma che non stava troppo bene le disse di andare da sola a raccogliere le olive ma di stare sempre accanto alle altre donne che si trovavano nell’uliveto. La raccolta delle olive era una cosa molto faticosa e pesante, ma c’era un momento della giornata che la bimba aspettava con grande entusiasmo: la colazione. Il tanto adorato panino con la carne, con tutta la mollica impregnata di quel sughetto gustosissimo, le olive schiacciate con il finocchietto e il peperoncino e niente di più, secondo lei, poteva avvicinarsi alla beatitudine. In quel momento tutte le donne sedevano all’ombra sotto gli ulivi secolari, bevevano grandi bicchieri d’acqua fresca e poi di nuovo tutte a lavorare. Quel giorno però la bimba, dopo la pausa, decise di andare a fare una passeggiata, di sgranchirsi le gambe, insomma voleva starsene un po’ per i fatti suoi.  Sotto la grande piana dove crescevano gli alberi, si apriva un piccolo sentiero che poi si perdeva nella pineta sino ad arrivare, così si diceva, fino al vecchio castello diroccato che si ergeva su uno spunzone altissimo. Catturata da mille pensieri la bimba prese quel  sentiero e una volta trovatasi fra intrecci di rami e spine, decise di continuare, “prima o poi non potrò andare oltre e ritorno da dove sono venuta” così pensava la bimba coraggiosa.
 Non fu così, dopo essersi districata fra fronde e quant’altro, il sentiero si faceva pulito e ben tenuto ed arrivava fino al castello, o quello che ne restava, “se sono arrivata sin qui, quasi quasi entro e vedo cosa c’è dentro” così si faceva coraggio la nostra piccina, che arrivata dinnanzi al portone tutto marcio e crepato, lo aprì con grossa fatica. Dentro al castello non c’era niente di niente, solo mura crollate, feritoie strettissime che davano sul mare e tanto vento che entrava da ogni fessura. Non notò niente di strano fino a quando gli occhi non si abituarono al buoi e vide in un angolino le braci di un fuoco ormai spento con sopra un pentolone annerito appeso ad un trespolo. Si avvicinò piano piano fino a quando da un muro sbucò un’ombra minuta e veloce. La bimba indietreggiò spaventatissima, ma il peggio doveva ancora venire, da ombra che era lo gnomo malefico si palesò in tutta la sua bruttezza. Era avvolto da un uno straccio nero che gli copriva anche il capo e veloce come un ratto gli mostrò una mano quasi monca e le disse “sono il mommachicchio e se avessi le dita prenderei un coltello e ti ammazzerei”. La piccola presa da un terrore indicibile uscì dal castello e come un fulmine ritornò da dove era venuta, lì dove le altre donne erano già sul piede di guerra poiché non riuscivano più a trovarla. Con il terrore negli occhi raccontò dell’incontro, ma a quanto pare quasi tutte, chi prima chi dopo, avevano conosciuto il mommachicchio e tutte si erano portate dietro questa storia da raccontare prima ai loro figli e poi ai loro nipoti.
Così fece la bimba, che prima raccontò la tremenda storia ai suoi figli e poi a noi nipoti, poiché la bimba coraggiosa del racconto era mia nonna.
Naturalmente anche questa storia ha una sua morale, forse anche più di una:
1)      La fantasia dei bambini è pazzesca
2)      Mal comune mezzo gaudio, se tutti hanno visto il mommachicchio qualcosa vorrà dire.
3)      Dopo il racconto di mia nonna quel luogo dove lei fece la conoscenza del mommachicchio per me è ancora un posto che fa paura solo a vederlo.
4)      Se con il suo racconto voleva che noi bambini non ci allontanassimo mai dagli adulti, ci è riuscita benissimo.
5)      In ogni cultura c’è un mommachicchio, che naturalmente in ogni luogo ha un nome diverso, però il concetto di base è sempre quello: farti cagare sotto dalla paura!


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