lunedì 26 marzo 2012


 A causa degli ininterrotti festeggiamenti per la laurea di mio fratello berrò un bicchiere alla vostra salute e la prossima settimana vi racconterò com’è andata con un Sempre di lunedì vero e proprio.
Una cosina però va detta subito: mio fratello ha preso 110 e lode e in più anche l’abbraccio accademico!

lunedì 19 marzo 2012


L’altra notte mi giravo e rigiravo nel letto ma non riuscivo proprio a riprendere sonno. Avevo mille pensieri che mi tenevano in costante tensione, non che fossero cose importanti, però il cervello lavorava come una raffineria. Per prima cosa pensavo al fatto che ancora non sono riuscita a trovare un posto decente dove fare la spesa. Nell’altro quartiere in un solo supermercato ed una sola volta a settimana riuscivo a comprare tutto il necessario, qui invece ancora non ho capito come fare. In un negozio vendono buona verdura, in un altro buona carne, in un altro ancora i formaggi, alla fine devo fare mille giri e non concludo mai nulla. Io odio fare la spesa, mi rompo troppo le scatole, mi sembra una gran perdita di tempo, fatto sta che da due settimane faccio la spesa un giorno si e l’altro pure.
Un altro annoso problema della nottata è stato quello dello scaldabagno, devo seguire il consiglio di chi mi dice di lasciarlo sempre acceso, oppure di quelli che mi dicono di spegnerlo per un certo lasso di tempo? Un giorno incontro qualcuno che mi dice di lasciarlo perennemente acceso, il giorno dopo incontro qualcuno che mi dice che lasciarlo sempre acceso è una vera e propria follia. Voi che ne pensate?
 Dallo scaldabagno sono passata al dubbio se la mattina avevo o non avevo messo da parte un abito ad una cliente, anche questa cosa era del tutto inutile perché se non lo avessi fatto avrei potuto tranquillamente farlo il giorno seguente, però la mia testa non ne voleva sapere e continuava a lambiccarsi su questo superfluo particolare.
Poi del tutto inaspettatamente verso le 3 del mattino mi è venuta in mente una cosa super splatter di quando ero piccola e cioè che a una mia cugina avevano conservato in un foglio di giornale il suo cordone ombelicale, lo aveva custodito sua nonna e poi ogni tanto lo tirava fuori da un cassetto e ce lo faceva vedere. Quando ci ho pensato l’altra notte mi è sembrata una cosa raccapricciante, soprattutto il fatto di mostrare a dei bambini un pezzo del corpo di qualcuno, poi però il ricordo dell’emozione di quei momenti ha cancellato tutto e a dire il vero il cordone ombelicale non faceva nemmeno così schifo, sembrava un lombrico morto rinsecchito. A seguito di questo ricordo mi sono  venute in mente altre persone che hanno conservato proprie parti del corpo come trofeo o come reliquie da mostrare alla gente.
 Un’altra mia cugina, dopo essere stata operata di appendicite, teneva in bella mostra sul suo comodino una boccettina contenete il suo ex pezzettino di intestino sotto spirito e lo mostrava a tutti come  un cacciatore mostra la sua preda. L’appendice di mia cugina sembrava un gamberetto in salamoia e la boccettina che la conteneva era sempre calda, non so se fosse a causa dell’alcol o perché  l’aveva sempre qualcuno in mano.
Indimenticabili poi i miei coinquilini di tanti anni fa. Erano una coppia talmente strana che ancora dopo anni non mi capacito di come abbia fatto a viverci insieme. Come prima cosa c’è da dire che erano acerrimi nemici di ogni forma di pulizia, potevano non lavare i piatti per giorni e giorni e per il resto è meglio che non parli, il cordone ombelicale e l’appendice delle mie cugine a confronto sono niente.
Una sera tornai a casa molto tardi e per non disturbare decisi di non accendere le luci nel corridoio, così lentamente nel buio mi feci strada verso la mia stanza. Proprio di fronte alla mia porta notai qualcosa di strano, un cono di luce fioca illuminava qualcosa sul pavimento. Non riuscivo a capire cosa fosse, poi iniziai ad intravedere la sagoma informe di qualcosa di peloso. La prima cosa che pensai fu “cazzo, un topo morto in corridoio”, presa dal terrore tastai il muro alla ricerca di un interruttore e poi luce fu. Non era un topo quello a terra, era un mucchio di capelli tagliati. Il mattino seguente il mucchio era ancora lì, tornai da lavoro ed era ancora lì, fin quando incontrai lei e le chiesi di chi fossero quei capelli. Lei candidamente mi rispose che li aveva tagliati al fidanzato mi fece un sorriso e se ne andò in camera sua. Il mucchio di capelli rimase lì a terra per 4 giorni, fino a che presa dallo sconforto li buttai io.

lunedì 12 marzo 2012

Tradizioni popolari -seconda parte-
Il fatto qui citato l’ho scovato in un angolo della mia memoria pertanto chiedo perdono a chi sa come sono andate esattamente le cose se vi saranno delle inesattezze.
Tanto tempo fa in un paese piccolo piccolo sorto nelle prossimità di un’altissima scogliera, nasceva e cresceva una bimba bellissima e molto volenterosa.
Un giorno la sua mamma che non stava troppo bene le disse di andare da sola a raccogliere le olive ma di stare sempre accanto alle altre donne che si trovavano nell’uliveto. La raccolta delle olive era una cosa molto faticosa e pesante, ma c’era un momento della giornata che la bimba aspettava con grande entusiasmo: la colazione. Il tanto adorato panino con la carne, con tutta la mollica impregnata di quel sughetto gustosissimo, le olive schiacciate con il finocchietto e il peperoncino e niente di più, secondo lei, poteva avvicinarsi alla beatitudine. In quel momento tutte le donne sedevano all’ombra sotto gli ulivi secolari, bevevano grandi bicchieri d’acqua fresca e poi di nuovo tutte a lavorare. Quel giorno però la bimba, dopo la pausa, decise di andare a fare una passeggiata, di sgranchirsi le gambe, insomma voleva starsene un po’ per i fatti suoi.  Sotto la grande piana dove crescevano gli alberi, si apriva un piccolo sentiero che poi si perdeva nella pineta sino ad arrivare, così si diceva, fino al vecchio castello diroccato che si ergeva su uno spunzone altissimo. Catturata da mille pensieri la bimba prese quel  sentiero e una volta trovatasi fra intrecci di rami e spine, decise di continuare, “prima o poi non potrò andare oltre e ritorno da dove sono venuta” così pensava la bimba coraggiosa.
 Non fu così, dopo essersi districata fra fronde e quant’altro, il sentiero si faceva pulito e ben tenuto ed arrivava fino al castello, o quello che ne restava, “se sono arrivata sin qui, quasi quasi entro e vedo cosa c’è dentro” così si faceva coraggio la nostra piccina, che arrivata dinnanzi al portone tutto marcio e crepato, lo aprì con grossa fatica. Dentro al castello non c’era niente di niente, solo mura crollate, feritoie strettissime che davano sul mare e tanto vento che entrava da ogni fessura. Non notò niente di strano fino a quando gli occhi non si abituarono al buoi e vide in un angolino le braci di un fuoco ormai spento con sopra un pentolone annerito appeso ad un trespolo. Si avvicinò piano piano fino a quando da un muro sbucò un’ombra minuta e veloce. La bimba indietreggiò spaventatissima, ma il peggio doveva ancora venire, da ombra che era lo gnomo malefico si palesò in tutta la sua bruttezza. Era avvolto da un uno straccio nero che gli copriva anche il capo e veloce come un ratto gli mostrò una mano quasi monca e le disse “sono il mommachicchio e se avessi le dita prenderei un coltello e ti ammazzerei”. La piccola presa da un terrore indicibile uscì dal castello e come un fulmine ritornò da dove era venuta, lì dove le altre donne erano già sul piede di guerra poiché non riuscivano più a trovarla. Con il terrore negli occhi raccontò dell’incontro, ma a quanto pare quasi tutte, chi prima chi dopo, avevano conosciuto il mommachicchio e tutte si erano portate dietro questa storia da raccontare prima ai loro figli e poi ai loro nipoti.
Così fece la bimba, che prima raccontò la tremenda storia ai suoi figli e poi a noi nipoti, poiché la bimba coraggiosa del racconto era mia nonna.
Naturalmente anche questa storia ha una sua morale, forse anche più di una:
1)      La fantasia dei bambini è pazzesca
2)      Mal comune mezzo gaudio, se tutti hanno visto il mommachicchio qualcosa vorrà dire.
3)      Dopo il racconto di mia nonna quel luogo dove lei fece la conoscenza del mommachicchio per me è ancora un posto che fa paura solo a vederlo.
4)      Se con il suo racconto voleva che noi bambini non ci allontanassimo mai dagli adulti, ci è riuscita benissimo.
5)      In ogni cultura c’è un mommachicchio, che naturalmente in ogni luogo ha un nome diverso, però il concetto di base è sempre quello: farti cagare sotto dalla paura!


lunedì 5 marzo 2012


Primo capitolo
LA FINE DI UN TRASLOCO
Questa settimana non so davvero da dove cominciare, sono ormai 15 minuti che guardo lo schermo e con le dita digito tasti a caso. La cosa migliore è fare un po’ d’ordine mentale, poi prendere quest’ordine metterlo da parte ed iniziare a scrivere senza alcun criterio, come faccio sempre.
Sono seduta alla mia nuova postazione blog, nella nuova cucina, su un tavolino posto sotto una finestra che si affaccia sul terrazzo, un posto bellissimo e che mi distrae non poco, scrivo meglio se sono in condizioni poco ottimali.
La nuova casa viaggia già a pieno regime, sembra che stiamo qui da anni e non da una sola settimana. Manca solo qualche particolare, tipo le tende, anche se non è che siano così importanti, la maggior parte delle finestre danno sul terrazzo. Stamattina ho rispolverato la macchia da cucire ed ho cercato di non sfregiare in modo definitivo le tende che già avevo, così quando M torna monta i bastoni in camera da letto e finiremo di studiarci a distanza con i dirimpettai. Il trasloco è andato benissimo, molto meglio di quanto mi aspettassi, addirittura mio fratello che pesa come una zanzare non si è rotto nessun arto trasportando anche cose pesanti. Ma la figura di maggiore spicco ed importanza è stata senza dubbio quella di “Valentino il traslocatore” che oltre a riempire il camion usando la tecnica del TETRIS si è pure caricato il mio divano sulle spalle portandolo da solo fino al quinto piano fumando una Marlboro dopo l’altra, mentre M, mio cognato e gli altri lo guardavano con commozione e grande rispetto. Ad ogni modo anche il capitolo “cambio casa” si è quasi concluso, manca solo un piccolo particolare, ovvero la restituzione del deposito cauzionale della mia ex proprietaria di casa, oggi saprò come si risolverà, ma qualcosa mi dice che dovrò incazzarmi seriamente e non ne ho voglia, incazzarmi mi rende nervosa!
Secondo capitolo
QUESTIONE DI TAGLIE
È tutto l’inverno che combatto con il nuovo schema delle taglie europee, dove la nostra taglia italiana equivale a 6 cifre di più rispetto a quella europea. Per esempio: una 42 italiana nel sistema europeo diventa una 36, quindi basta aggiungere 6 cifre alla taglia che si vede sul cartellino e si avrà così la propria taglia. Vi sembra una cosa difficile? Sappiate che è una cosa impossibile, sarà che le donne non hanno alcuna attinenza con le cifre, ma pure fare un’addizione così semplice sembra impossibile. Ogni volta che dico che basta aggiungere sei cifre sembra che ho chiesto di calcolare la radice quadrata di x, dividerla per il coseno di y, calcolare il raggio per 3,14 e fine disegnare la tangente su un asse cartesiano.
La mia frase di rito da mesi e mesi a questa parte è “queste sono le nuove taglie europee, alle taglie che vedete esposte OVUNQUE basta che aggiungiate 6 cifre” la ripeto 245 volte al giorno a chiunque, la ripeto anche ai clienti che vengono un giorno si e uno no, la ripeto in continuo pure a mia sorella, insomma è una persecuzione, ma nonostante tutto ecco alcune domande da un milione di dollari che mi fanno non appena ho concluso la mia vomitevole e odiosa cantilena:
  1. Ma se io sono una 44, cosa dovrò provare, una 39 una 50? (fantasie di numeri).
  2. Quindi sono taglie francesi? (come se solo la Francia fosse in Europa).
  3. Oddio, ma qui c’è scritto 36, ma è un negozio per bambini (cliente che non ha ascoltato una sola parola del mio discorso).
  4. Quindi sono taglie americane? (confusione geografica).
  5. Ma se una 38 è una 44, io che taglia sarò? (confusione algebrica).
  6. Ok , ho capito tutto, allora mi darebbe una 46? E dopo un secondo “ deve essersi sbagliata mi ha dato una 40” (demenza totale).
Terzo ed ultimo capitolo
L’EPILOGO DEL DEPOSITO CAUZIONALE
Sono appena tornata dall’appuntamento con l’ex padrona di casa che si è risolto esattamente come mi aspettavo: non aveva i miei soldi!
Nel silenzio imbarazzante di una casa ormai vuota ho posto la fatidica domanda: “allora li hai i miei soldi?” sempre in quella sgradevole quiete lei mi ha risposto “no non ce l’ho!” e poi ha iniziato a squillare il suo cellulare con una suoneria troppo cretina, una tarantella. Che situazione incredibile, tutta la gravità della circostanza distrutta da una tarantella, M non sapeva dove guardare, io ero incredula e lei come se niente fosse ha risposto al telefono: “aò, sto qua, mo scenno”. Ha detto che i soldi a fine mese me li renderà, trallalerulerulà!