lunedì 13 febbraio 2012


Se fosse un film lo chiamerei “Le conseguenze del trasloco” oppure “Via col trasloco” o anche “Pensavo fosse amore, invece era un trasloco”, “Trasloketor”, “I tre giorni del trasloco” e così via. Se invece fosse una canzone si intitolerebbe “La costruzione di un  trasloco” o “Non sarà un’avventura, ma un trasloco”, “Il trasloco è tutto carte da decifrare”, “Traslocami nel cuore” o “Il trasloco d’inverno”. E per finire se fosse un libro il titolo sarebbe di sicuro “L’insostenibile pesantezza del trasloco” o “L’idiota trasloco”, “Guerra e trasloco”, “Il trasloco dimezzato” e “Diario di un trasloco sentimentale”.
Tutto ciò per dire che a fine mese cambierò casa e che per i prossimi 15 giorni sarò nella merda! Quando entrai dentro questa casa 4 anni fa era totalmente vuota, non c’era niente, ora invece è piena come un uovo e ancora non mi capacito di come ho potuto collezionare così tante minchiate. Libri a tonnellate, vari servizi di piatti e di bicchieri, elettrodomestici di ogni tipo, biancheria che basterebbe per un albergo, 3 grandi cassettoni, mobiletti di ogni genere, un divano e una poltrona, i lampadari, tavoli e tavolini, quadri da riempire una pinacoteca, tappeti, pentole di tutti i generi (da quelle di acciaio a quelle di coccio) tre cassapanche, due letti e una scrivania e poi finisco l’elenco se no mi viene da piangere. Di sicuro la cosa che non posso portarmi è l’armadio perché è più alto di venti centimetri del soffitto della nuova casa, ho chiesto ad M se poteva accorciarlo, ma si è rifiutato. Per non parlare poi dei soppalchi dove ci sono tutte le cose che non ho mai avuto il coraggio di buttare: vecchie valige, l’attrezzo per gli addominali, abiti messi l’ultima volta nel ventesimo secolo, cianfrusaglie varie, decorazioni di Natale, Pasqua e carnevale. Forse è la volta buona che faccio un serio ripulisti, è inutile portare cose da uno sgabuzzino all’altro.
Inoltre i miei sentimenti nei confronti di questa casa col passare dei giorni stanno notevolmente cambiando, ora per esempio la odio, non ne posso più, non vedo l’ora di andar via, sarà perché sembra che ci sia esplosa una bomba dentro?
Un po’ invece mi dispiace di lasciare il quartiere, tutto sommato qui si sta bene, anche se l’età media dei cittadini qua intorno è 120 anni. Il quartiere dopo 4 anni è diventato un paese, sempre gli stessi negozi, le stesse facce, gli stessi cinesi, gli stessi bar, vivere un quartiere è come avere delle certezze che la città intera invece non ti dà. Chi mi mancherà di più sarà “L’alimentarista” che già il nome è tutto un programma, gli scienziati degli alimenti, cari come il chinino e anche un po’ fetenti. Al bancone ci sono tre omini del pleistocene  (uno di loro si chiama Anacleto) che sono sempre riusciti a spillare delle cifre assurde al povero M, che incredulo poi mi chiamava e mi chiedeva “ma è possibile che 150 grammi di prosciutto costino 8 euro?”. Avrò nostalgia anche della vecchia signora che ha un’animaleria di fronte al mio palazzo, la vedo tutte le mattine parcheggiare la sua piccola auto con le solite 234 manovre, far scendere il suo orrendo cagnetto col cappottino pure a luglio e scaricare il mangime per tutta la banda dei vari animali del suo negozio.
Ma ora basta con tutto questo amarcord, in fin dei conti sono una cittadina del mondo, ma soprattutto non avrò più questi vicini di merda che mi hanno rotto le palle per 4 anni, a destra la famiglia ignorante di romanacci cafoni, a sinistra la famiglia partenopea formata da scimmie urlatrici e di fronte un palazzaccio anteguerra a due metri di distanza, che non puoi nemmeno startene in mutande che ti vedono tutti.
Presto vi fornirò la descrizione della nuova casa ma ancora me la voglio “trizziare”, che in poche parole vuol dire che ve a lascerò scoprire poco alla volta, però una cosa la voglio dire, una sola parola ma con un grande significato, la butto lì come un’esca, ok la dico: TERRAZZO!

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