lunedì 6 febbraio 2012


 Si sta quasi per concludere la mia maratona dei “4 giorni dentro casa causa neve” e devo dire di essere piuttosto soddisfatta.
Praticamente ho soltanto guardato la tv, l’ho guardata tutto il giorno tutti i giorni, e se non la guardavo la lasciavo comunque accesa come rumore di sottofondo. Ho scoperto di avere un canale che trasmette 24 ore su 24: “i Robinson”, “i Jefferson” e “Arnold”. Non so se è un canale afro-americano, però un palinsesto del genere non l’ho visto nemmeno quando avevo 7 anni ed ero nel pieno degli anni 80.
Tutto è cominciato venerdì, quando intorno alle 9 e 30 avevo dubbi se uscire ed andare a lavoro con il motorino, oppure restare a casa e vedere cosa sarebbe successo, tutto sommato le previsioni parlavano di neve solo per il giorno dopo, così sono uscita ignara del mio prossimo futuro e sono andata al negozio. Il cielo era di un colore lattiginoso classico di una nevicata vicina e il vento era gelido, ma una cliente a prima mattina mi ha chiesto “e la collezione primavera-estate quando la mettete?” il mio monologo interiore è stato “ma che cavolo di domanda fai il 3 di febbraio? Perché pensi alla primavera se dicono che a momenti nevicherà? Il freddo forse non ti entra nelle ossa come a tutto il resto del genere umano? E se proprio avessi già esposto la nuova collezione, chi mi dice che stamattina lei avrebbe acquistato un pantalone di lino o una camicetta leggera di cotone?”. Finito il monologo interiore ho risposto “la esponiamo a fine mese”.
A proposito poi delle domande inopportune di febbraio ne ho un’altra altrettanto interessante. Mentre io e mia sorella stavamo aprendo scatoloni contenenti merce da prezzare, per cui il negozio era un gran casino, entra una signora che dice “visto che state chiudendo, avreste per caso un albero di natale in liquidazione?”. Su questa domanda è partito un doppio monologo interiore ricco di varietà: “perché si cerca un albero di Natale a mezzogiorno di un qualunque giorno di febbraio? I negozi si riempiono nel cuore della notte grazie alle fate buone, oppure ci sono dei giorni in cui arriva la merce e quindi ci sono scatoloni ovunque?”. Poi anche le nostre menti erano stanche di questi pensieri e ci siamo fatte una bella risata.
Tornando al fatidico venerdì, intorno all’una la prima neve è cominciata a scendere, così in fretta e furia abbiamo chiuso e mio cognato mi ha accompagnato a casa, cioè avrebbe voluto, ma la città era completamente bloccata. Per percorrere 4 chilometri abbiamo impiegato circa 2 ore, alle fine, presa dallo sconforto mi sono fatta lasciare a circa un chilometro da casa e me la sono fatta a piedi. Dunque, ho camminato dalla stazione Tiburtina fino a casa sotto la neve, in mezzo a macchine bloccate e dribblando motorini con motociclisti caduti a terra. Il tutto indossando: un paio di stivali da pioggia arancioni fluorescenti, un impermeabile trovato in macchina di mia sorella di colore fucsia con pois rossi e un ombrello viola a righe colorate, quando M mi ha vista arrivare a casa mi ha detto “ma come cazzo ti sei vestita?”. Che stolto, non ha capito che volevo essere catarifrangente e non finire spiaccicata in mezzo alla neve, vestita così, anche in mezzo ad una tormenta qualcuno mi avrebbe trovata, e poi vuoi mettere la sciccheria andare in giro come un arlecchino post-moderno?
Come ho già detto, una volta entrata in casa venerdì non ne sono uscita più ed ora mi sembra assai opportuno ritornare alla televisione, tanto da domani si ritorna alla vita normale, anche se a sotto zero.

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