lunedì 20 febbraio 2012

Quattro anni fa, una bella sera di fine maggio io e M preparavamo la prima cena nella nostra prima casa, cioè questa. Dopo aver apparecchiato ci accorgemmo di non poter fare il brindisi inaugurale poiché non avevamo ancora un cavatappi. Decidemmo così di approfittare della situazione e di presentarci ai nostri nuovi vicini e di chiederlo in prestito a loro. 
Andammo davanti alla loro porta ed io immaginai una cosa bellissima: la mia infantile idea era quella di trovare della persone di cuore, gentili e disponibili da poter disturbare ogni volta ce ne fosse stato bisogno, un po’ come nel telefilm Friends, dove i due gruppi di amici sono dirimpettai e poi diventano migliori amici  e insieme fanno un sacco di cose divertenti.
 Dopo aver premuto il pulsante del campanello sentimmo una voce dall’oltre tomba che diceva “chi èèèèè?” e noi “salve siamo i vostri nuovi vicini, vorremmo presentarci e poi chiedere in prestito un cavatappi”.
Dall’altra parte della porta nessun commento, solo una frase sussurrata “aoh vieni a vedè che vonno sti due”. Dopo qualche minuto e dopo una serie infinita di mandate alla serratura (tipo stutu, stutu, stutu, stutu)  aprirono la porta in due, un donnone con i capelli rosso fuoco e suo figlio che sembrava più anziano di lei e in contemporanea una zaffata di puzzo mefitico di vecchio. Noi, giovane coppia romantica, ci presentammo con un grosso sorriso sulle labbra mentre loro grugnirono appena, ci prestarono mal volentieri il cavatappi certi che si trattasse di un furto in piena regola e ci chiusero la porta in faccia.
 Ringraziammo e un po’ sconcertati rientrammo a casa nostra, mentre nel sottofondo si sentiva stutu, stutu, stutu, richiudevano la porta!
Stasera sarà una delle ultime cene in questa casa e siccome siamo solo io ed M ho deciso di comprare del pesce, poi preparerò delle patate e infine stapperemo una bella bottiglia di vino per brindare alla nostra nuova vita. Sapete una cosa? Non ho il cavatappi. La cucina è tutta vuota, ci sono solo due piatti, due forchette e due bicchieri, non ho nemmeno le pentole, ho preso le teglie usa e getta. Ieri abbiamo portato tutto a casa nuova, mancano solo i mobili, che andranno via domenica prossima.
Il mio primo pensiero è stato quello di andare a chiedere in prestito il cavatappi ai vicini, poi ci ho ripensato ed ho chiamato M per fargliene comprare un altro, a casa nuova avrò due cavatappi e miei attuali vicini la prossima settimana non si accorgeranno nemmeno che ce ne siamo andati.
Lunedì prossimo per mancanza di tempo e di connessine  internet non potrò scrivere il mio consueto post settimanale, ma voglio svelarvi ancora una piccola cosa circa la mia nuova dimora, non siate invidiosi, ne usufruirete tutti voi prima o poi, ecco ora sono pronta a dirlo: CAMINO!

lunedì 13 febbraio 2012


Se fosse un film lo chiamerei “Le conseguenze del trasloco” oppure “Via col trasloco” o anche “Pensavo fosse amore, invece era un trasloco”, “Trasloketor”, “I tre giorni del trasloco” e così via. Se invece fosse una canzone si intitolerebbe “La costruzione di un  trasloco” o “Non sarà un’avventura, ma un trasloco”, “Il trasloco è tutto carte da decifrare”, “Traslocami nel cuore” o “Il trasloco d’inverno”. E per finire se fosse un libro il titolo sarebbe di sicuro “L’insostenibile pesantezza del trasloco” o “L’idiota trasloco”, “Guerra e trasloco”, “Il trasloco dimezzato” e “Diario di un trasloco sentimentale”.
Tutto ciò per dire che a fine mese cambierò casa e che per i prossimi 15 giorni sarò nella merda! Quando entrai dentro questa casa 4 anni fa era totalmente vuota, non c’era niente, ora invece è piena come un uovo e ancora non mi capacito di come ho potuto collezionare così tante minchiate. Libri a tonnellate, vari servizi di piatti e di bicchieri, elettrodomestici di ogni tipo, biancheria che basterebbe per un albergo, 3 grandi cassettoni, mobiletti di ogni genere, un divano e una poltrona, i lampadari, tavoli e tavolini, quadri da riempire una pinacoteca, tappeti, pentole di tutti i generi (da quelle di acciaio a quelle di coccio) tre cassapanche, due letti e una scrivania e poi finisco l’elenco se no mi viene da piangere. Di sicuro la cosa che non posso portarmi è l’armadio perché è più alto di venti centimetri del soffitto della nuova casa, ho chiesto ad M se poteva accorciarlo, ma si è rifiutato. Per non parlare poi dei soppalchi dove ci sono tutte le cose che non ho mai avuto il coraggio di buttare: vecchie valige, l’attrezzo per gli addominali, abiti messi l’ultima volta nel ventesimo secolo, cianfrusaglie varie, decorazioni di Natale, Pasqua e carnevale. Forse è la volta buona che faccio un serio ripulisti, è inutile portare cose da uno sgabuzzino all’altro.
Inoltre i miei sentimenti nei confronti di questa casa col passare dei giorni stanno notevolmente cambiando, ora per esempio la odio, non ne posso più, non vedo l’ora di andar via, sarà perché sembra che ci sia esplosa una bomba dentro?
Un po’ invece mi dispiace di lasciare il quartiere, tutto sommato qui si sta bene, anche se l’età media dei cittadini qua intorno è 120 anni. Il quartiere dopo 4 anni è diventato un paese, sempre gli stessi negozi, le stesse facce, gli stessi cinesi, gli stessi bar, vivere un quartiere è come avere delle certezze che la città intera invece non ti dà. Chi mi mancherà di più sarà “L’alimentarista” che già il nome è tutto un programma, gli scienziati degli alimenti, cari come il chinino e anche un po’ fetenti. Al bancone ci sono tre omini del pleistocene  (uno di loro si chiama Anacleto) che sono sempre riusciti a spillare delle cifre assurde al povero M, che incredulo poi mi chiamava e mi chiedeva “ma è possibile che 150 grammi di prosciutto costino 8 euro?”. Avrò nostalgia anche della vecchia signora che ha un’animaleria di fronte al mio palazzo, la vedo tutte le mattine parcheggiare la sua piccola auto con le solite 234 manovre, far scendere il suo orrendo cagnetto col cappottino pure a luglio e scaricare il mangime per tutta la banda dei vari animali del suo negozio.
Ma ora basta con tutto questo amarcord, in fin dei conti sono una cittadina del mondo, ma soprattutto non avrò più questi vicini di merda che mi hanno rotto le palle per 4 anni, a destra la famiglia ignorante di romanacci cafoni, a sinistra la famiglia partenopea formata da scimmie urlatrici e di fronte un palazzaccio anteguerra a due metri di distanza, che non puoi nemmeno startene in mutande che ti vedono tutti.
Presto vi fornirò la descrizione della nuova casa ma ancora me la voglio “trizziare”, che in poche parole vuol dire che ve a lascerò scoprire poco alla volta, però una cosa la voglio dire, una sola parola ma con un grande significato, la butto lì come un’esca, ok la dico: TERRAZZO!

lunedì 6 febbraio 2012


 Si sta quasi per concludere la mia maratona dei “4 giorni dentro casa causa neve” e devo dire di essere piuttosto soddisfatta.
Praticamente ho soltanto guardato la tv, l’ho guardata tutto il giorno tutti i giorni, e se non la guardavo la lasciavo comunque accesa come rumore di sottofondo. Ho scoperto di avere un canale che trasmette 24 ore su 24: “i Robinson”, “i Jefferson” e “Arnold”. Non so se è un canale afro-americano, però un palinsesto del genere non l’ho visto nemmeno quando avevo 7 anni ed ero nel pieno degli anni 80.
Tutto è cominciato venerdì, quando intorno alle 9 e 30 avevo dubbi se uscire ed andare a lavoro con il motorino, oppure restare a casa e vedere cosa sarebbe successo, tutto sommato le previsioni parlavano di neve solo per il giorno dopo, così sono uscita ignara del mio prossimo futuro e sono andata al negozio. Il cielo era di un colore lattiginoso classico di una nevicata vicina e il vento era gelido, ma una cliente a prima mattina mi ha chiesto “e la collezione primavera-estate quando la mettete?” il mio monologo interiore è stato “ma che cavolo di domanda fai il 3 di febbraio? Perché pensi alla primavera se dicono che a momenti nevicherà? Il freddo forse non ti entra nelle ossa come a tutto il resto del genere umano? E se proprio avessi già esposto la nuova collezione, chi mi dice che stamattina lei avrebbe acquistato un pantalone di lino o una camicetta leggera di cotone?”. Finito il monologo interiore ho risposto “la esponiamo a fine mese”.
A proposito poi delle domande inopportune di febbraio ne ho un’altra altrettanto interessante. Mentre io e mia sorella stavamo aprendo scatoloni contenenti merce da prezzare, per cui il negozio era un gran casino, entra una signora che dice “visto che state chiudendo, avreste per caso un albero di natale in liquidazione?”. Su questa domanda è partito un doppio monologo interiore ricco di varietà: “perché si cerca un albero di Natale a mezzogiorno di un qualunque giorno di febbraio? I negozi si riempiono nel cuore della notte grazie alle fate buone, oppure ci sono dei giorni in cui arriva la merce e quindi ci sono scatoloni ovunque?”. Poi anche le nostre menti erano stanche di questi pensieri e ci siamo fatte una bella risata.
Tornando al fatidico venerdì, intorno all’una la prima neve è cominciata a scendere, così in fretta e furia abbiamo chiuso e mio cognato mi ha accompagnato a casa, cioè avrebbe voluto, ma la città era completamente bloccata. Per percorrere 4 chilometri abbiamo impiegato circa 2 ore, alle fine, presa dallo sconforto mi sono fatta lasciare a circa un chilometro da casa e me la sono fatta a piedi. Dunque, ho camminato dalla stazione Tiburtina fino a casa sotto la neve, in mezzo a macchine bloccate e dribblando motorini con motociclisti caduti a terra. Il tutto indossando: un paio di stivali da pioggia arancioni fluorescenti, un impermeabile trovato in macchina di mia sorella di colore fucsia con pois rossi e un ombrello viola a righe colorate, quando M mi ha vista arrivare a casa mi ha detto “ma come cazzo ti sei vestita?”. Che stolto, non ha capito che volevo essere catarifrangente e non finire spiaccicata in mezzo alla neve, vestita così, anche in mezzo ad una tormenta qualcuno mi avrebbe trovata, e poi vuoi mettere la sciccheria andare in giro come un arlecchino post-moderno?
Come ho già detto, una volta entrata in casa venerdì non ne sono uscita più ed ora mi sembra assai opportuno ritornare alla televisione, tanto da domani si ritorna alla vita normale, anche se a sotto zero.