lunedì 17 dicembre 2012

Senilità


Di solito non ho molto  a che fare con le persone anziane poiché da molto tempo non ho più nonni, non ho vecchie zie e casa mia non è frequentata da amici attempati.
Partendo da questo presupposto vorrei giustificare in anticipo quello che sto per scrivere, perché con tutta sincerità, io non ho molta pazienza con gli anziani e di sicuro loro non l’hanno con me.
In questo periodo natalizio poi è peggio che mai, ho a che fare con persone anziane incazzatissime tutto il giorno e per quanto mi dimostri cordiale e sorridente, il risultato è sempre lo stesso: la diffidenza. Le persone anziane sono diffidenti.
La richiesta principale dell’ottuagenario in genere è lo sconto. Va benissimo chiedere lo sconto, è una cosa sacrosanta, ma chiedere lo sconto su 2 euro e cinquanta mi sembra troppo, anche perché in quei due euro e cinquanta sono inclusi il pacchetto regalo, il nastrino, la busta e lo scontrino. A causa di ciò mi ritrovo tutti i giorni a mercanteggiare come se fossi nel gran bazar di Istanbul, solo che io non vendo oro, argento o diamanti ma palline di Natale.
Qualche pomeriggio fa una mia amica si è pure imbarazzata perché sua suocera dopo avermi imposto l’ennesimo sconto ha preso in mano un paio di presine in vendita e mi ha detto  “beh, queste mo me le regali!”. A me non ha dato per niente fastidio, la suocera della mia amica fa dei panzerotti da svenimento, adesso la signora è in debito con me, un paio di presine per un piatto di panzerotti è un ottimo affare.
Altra causa scatenante della mia incredulità è il fatto di chiedere il prezzo dello stesso oggetto a tutte le persone che lavorano con me. Non è che ci inventiamo i prezzi di volta in volta, i prezzi stanno lì, scritti nero su bianco, non ci svegliamo la mattina con l’unico scopo di fregare la gente.
L’latra mattina inoltre mi sono presa una cazziata memorabile.
Una gentile vecchina mi aveva lasciato un suo paralume  per rifarne uno identico. Ora, noi abbiamo una signora che fa i paralumi su misura, prende l’ordinazione, poi ce li riporta e noi li consegniamo. Purtroppo la signora dei paralumi proprio in quei giorni aveva avuto dei gravi problemi in famiglia per cui le consegne erano andate un po’ a rilento. Per evitare seccature avevo avvisato tutti i clienti che avevano paralumi in sospeso spiegandone la causa. Dopo nemmeno 3 giorni di ritardo quella gentile vecchina mi chiama e sbraitando al telefono mi dice “possibile che debba aspettare ancora? La signora che fa i paralumi non può fare così, prendersi una simile responsabilità e poi non portarla a termine, sono inferocita”. Ero esterrefatta, e pure le avevo spiegato la situazione, le avevo detto che c’erano stati dei problemi piuttosto gravi, e poi che diamine, fare una scenata simile per un paralume! Dopo nemmeno mezz'ora è arrivata al negozio tutta trafelata, le ho restituito il suo vecchio paralume e le ho chiesto nuovamente scusa, immaginando che lei, così piccina, con i capelli bianchissimi al profumo di naftalina, mi dicesse che le era dispiaciuto aver esagerato al telefono e che forse poteva anche aspettare altri due giorni per il suo cazzo di paralume. Ovviamente non è successo nulla di tutto ciò, anzi mi ha strappato la busta dalle mani, è andata via senza salutare e mentre andava verso l’uscita ho sentito che diceva “ma tu guarda, ma forse mi poteva anche andare peggio”.  Ma peggio di cosa? Ma tu pensa se alla signora capitasse  qualcosa di un pò più serio, tipo se le si allagasse la casa, oppure se le si sfondasse il tetto, non oso immaginare la sua reazione.
Si dice che chi ha un carattere infernale quando è vecchio è molto probabile che lo avesse anche da giovane, poveri famigliari!
Nonostante tutto questo mio astio verso alcuni anziani, ho come una calamita verso di loro, pensate che  anche se siamo a lavoro in 3, si rivolgono sempre a me, forse ho la faccia di brava ragazza. 
Ultimamente, da un paio di mesi a questa parte, c’è una signora con la quale sono diventata praticamente amica. È una vecchia signora polacca, altissima, elegante e molto bella, infatti da giovane (verso la metà del 900) faceva la modella. Mi chiama tutti i giorni per fumarci una sigaretta insieme davanti alla porta del negozio mentre lei aspetta l’autobus. In realtà io parlo molto poco, perché lei non è molto interessata a me, però lei parla da morire, e mentre parla e parla e racconta cose antichissime,  mi fa pure delle domande, ma non faccio in tempo ad aprire la bocca per rispondere che lei riprende a parlare. La scorsa settimana, mentre stavo per andare via dal negozio già tutta imbacuccata e con il casco in testa, me la ritrovo lì davanti, che mi vede, si fa una super risata e poi prende la macchina fotografica ed inizia a fotografarmi, solo primi piani. Il giorno dopo è tornata e mi ha portato la foto di me con il casco e dietro mi ha scritto anche una dedica.
La cosa che mi ha fatto più arrabbiare questa settimana mi è capitata ieri sera, quando dopo il lavoro sono andata un attimo al supermercato a fare un po’ di spesa. Ero davanti allo scaffale del pane e derivati vari, quando mi si avvicina una dolce nonnina che dice “chissà dov'è il pangrattato!”. Il pan grattato era proprio davanti ai miei occhi, così ne prendo una busta e la porgo gentilmente alla signora dicendo “ecco il pangrattato”. Lei lo prende in mano, sussurra un grazie, poi lo posa e ne prende un’altra busta, tutto ciò proprio davanti a me. Cosa cavolo aveva il mio pangrattato che non andava? Perché posarlo e prendere un’altra busta identica a quella che le avevo dato io? Certe cose mi mandano in bestia, non si può vivere non fidandosi proprio di nessuno.
La realtà dei fatti è che la nonnina di cappuccetto rosso non esiste.  
La vecchiaia acuisce in modo esponenziale i nostri difetti e ci rende sia molto più vulnerabili ma anche molto più sospettosi.
Credo anche che se non si sia mai rispettato il prossimo per tutta una vita, in vecchiaia saremo ripagati dalla stessa moneta, ci sentiremo sempre e comunque non considerati, sempre presi in giro, sempre denigrati.
Mi aspetta un’ultima settimana di richieste impossibili, la affronterò come un vero cavaliere Jedi, che la pazienza sia con me.








lunedì 10 dicembre 2012

Tutto in un giorno


Cronaca velocissima di una giornata molto intensa.
Sveglia, caffè e una passata di aspirapolvere che non fa mai male.
Mi vesto, un altro caffè, faccio partire la prima lavatrice, mi metto il cappotto, infilo i guanti, mi stringo una sciarpa al collo e per ultimo indosso il caso integrale, sarebbe il mio casco invernale e mi stringe così tanto la testa che dopo dieci minuti che lo porto penso di essere diventata scema.
Scendo giù in strada e piove, anzi piove e fa freddo, già mi sono pentita di essere uscita, ma non potevo fare altrimenti. M accende il motorino, salgo dietro e partiamo, destinazione Piazza Vittorio per completare i regali di Natale.
Piazza Vittorio è un posto bellissimo, un intero quartiere dove non incontri un italiano manco a pagamento. È un grande perimetro colonizzato da Indiani, Cinesi, Bengalesi, Africani, Marocchini, Malgasci, arabi e tanta altra gente. Ci sono negozi di ogni genere e tipo: di abbigliamento europeo, abbigliamento asiatico o indiano, negozi di alimentari da tutto il mondo o quasi, negozi di parrucchieri specializzati solo per africani o solo per cinesi, negozi di pietre preziose o il grande magazzino popolare che vende delle antichità assurde.
Ad un lato della piazza, vicino alla stazione termini, si apre il grande mercato coperto. Immaginatevi il nostro classico mercato, ma ad ogni bancarella metteteci una persona di una qualsiasi altra parte del mondo che vende prodotti tipici di quella precisa parte del mondo.
Oggi ho visto per la prima volta in vita mia almeno 5 tipi di verdure assolutamente sconosciute: dei tuberi tipo patate, ma con una buccia simile alla corteccia, dei peperoni così squadrati che sembravano finti, dei ciuffi di bietola  così piccoli che sembravano per gli gnomi, frutti stranissimi tutti bitorzoluti, poi visto sacchi di spezie inimmaginabili e, incredibile ma vero, alla bancarella del pesce giapponese vendevano il pesce gatto. Era pesce gatto, lo giuro, era nero, brutto e con i baffi. Poi ho visto anche altri pesci stranissimi ed enormi, tipo delle carpe, però di sicuro non erano carpe.
Il vociare del mercato era un suono assai piacevole, anche se praticamente sconosciuto. Ognuno parlava la propria lingua e i clienti si muovevano fra le bancarelle come fossero a casa propria, mentre la lingua usata per comunicare fra un’etnia e l’altra finalmente non era l’inglese, ma un italiano strambo e divertentissimo.
Dopo aver quasi del tutto completato la missione “regali di natale” e trovarsi come per magia a Piazza Vittorio non potevamo non mangiare in un ristorante cinese, anche perché in questa parte di città ci sono quelli aperti da più tempo. Sono andata sul grande classico: involtini primavera, ravioli al vapore e spaghetti di soia.
Finito di pranzare abbiamo ripreso il motorino e siamo tornati a casa.
A casa ho steso la lavatrice di prima e ne ho fatta partire un’altra, ho stirato le lenzuola, ho spolverato un po’ qua e un po’ là, mi sono rimessa il cappotto sono scesa a fare la spesa e poi sono ritornata a casa, ho sistemato la spesa, mentre sistemavo la spesa ne ho approfittato per dare una pulita al frigo e pure alla dispensa, ho fatto un caffè ho acceso il pc per iniziare a scrivere il post di oggi,  mi sono seduta sul divano e nel giro di 10 secondi mi sono addormentata.

lunedì 3 dicembre 2012

Facce da metro


Oggi pomeriggio ho deciso di andare a fare shopping natalizio. Potreste obbiettare che è troppo presto per andare a comprare i regali di Natale ma ho la netta sensazione che da domani la mia vita sarà un turbinio di pacchetti da fare, di clienti da seguire e il negozio da mettere a posto fino al 24 di dicembre.
La mia idea vincente di oggi è stata quella di prendere la metro per evitare, in questo modo, di guidare il motorino perché fa veramente freddo.
Quando non ho orari da rispettare e quando devo fare cose del tutto futili (tipo andare a fare spese) andare in giro con la metro è una cosa fichissima. Mi fa sentire molto newyorchese, ho l’illusione di vivere in una metropoli che funziona alla grande, dove ti puoi spostare sotto terra evitando così il traffico e il freddo e dove ci si rispetta tutti; insomma ho fatto finta per un pomeriggio di vivere in una città eterogenea e all'avanguardia.
Per avere uno spaccato di civiltà non c’è niente di meglio che fare un giro sui mezzi pubblici.
Appena sono entrata nel vagone e mi sono seduta proprio di fronte a me si è accomodata una signora. Era una donna mingherlina, con i capelli tinti di un biondo platino luminosissimo e due labbra così grandi da fare impressione. In sostanza le sue labbra erano così sproporzionate rispetto al viso che di primo acchito sembrava che tutto il viso fosse un labbro enorme. Ma il medico autore di questa scultura non si è reso conto che il viso della signora era troppo piccolo per quei labbroni? Ma l’amica che le era seduta accanto, con la quale chiacchierava amabilmente, non si sentiva a disagio ad avere davanti quella faccia così informe? Ma questa signora non ha nemmeno un parente che le dica che magari quelle labbra non sono proprio per niente affascinanti? Mentre mi facevo tutte queste domande non potevo fare a meno di fissarla, non riuscivo a distoglierle lo sguardo dal viso, per fortuna avevo gli occhiali da sole, è sempre meglio portare gli occhiali da sole per studiare le persone!
Le sue labbra erano così grosse che non riusciva nemmeno a parlare bene, poi un lato della bocca aveva “collassato”, cioè aveva un bozzo che le usciva dal labbro inferiore.  Francamente credevo che la chirurgia plastica fosse una cosa passata, usufruirne ancora mi sembra una cosa del tutto anacronistica e soprattutto immaginavo che i chirurghi plastici avessero imparato a fare qualcosa di un po’ più decente. Quando finalmente la signora è scesa, mi sono sentita alleggerita, ero affaticata per lei, portare in giro quella bocca deve essere una cosa veramente impegnativa.  
Alla fermata successiva è salita un’altra donna assurda. Il suo abbigliamento mi ha catapultato direttamente nella pellicola cinematografica “Cercasi Susan disperatamente” del 1985. Nel vagone della metro ci mancavano solo Madonna e i suoi ballerini.
La donna portava i capelli cotonati e ribelli fermati sulla fronte da una molletta di plastica, non riesco a descrivere la molletta, ma di sicuro le ragazze avranno capito di cosa sto parlando. Le unghie erano laccate da uno smalto color perla e credo che l’ultima volta che ho visto quel colore sarà stato ad un matrimonio di qualche mia zia. Sulle labbra aveva un rossetto color rosso granato mentre il contorno delle labbra era disegnato da un rosso scurissimo, forse nero. E dulcis in fundo, le scarpe. Indossava  un paio di stivaletti a punta con tacco alto di vellutino nero e qua e là qualche brillantino. Per finire un giubbotto di pelle con le spalline e la classica faccia imbronciata e incazzata tipica delle ragazze degli anni 80.
Secondo me era fantastica.
Poco dopo è scesa anche lei ed al suo posto si è seduto un ragazzo BELLISSIMO. Anzi bellissimo è riduttivo, oserei dire STUPENDO, di quelli che vedi solo nei cartelloni pubblicitari di qualche marchio famoso. Uno di quei ragazzi che non pensi di poter incontrare mai nella via, invece io l’ho visto e mi era seduto proprio di fronte. Purtroppo poi sono dovuta scendere perché ero arrivata a destinazione, ma sono andata via felicissima, la bellezza, sotto qualsiasi forma, è una cosa che fa bene a tutto e a tutti. 

lunedì 26 novembre 2012

L'oppio


A conti fatti, considerando tutti i particolari, includendo tutte le probabilità e il caso e mettendoci pure un po’ di fisica e numerologia, questa è stata proprio una settimana di merda.
È da domenica scorsa che sto male e devo dire che ancora oggi non mi considero del tutto fuori dal vortice del malessere psicofisico ha mi ha colpito.
Diciamo pure che ho avuto una depressione addominal-gastrica, il nome l’ho appena inventato, me secondo me è proprio quello che ho avuto.
Martedì ho addirittura avuto la febbre, a 37 sia ben chiaro, ma devo dire che in vita mia credo di non aver mai avuto la febbre più alta, forse se un giorno avrò  la febbre a 38 mi metteranno in terapia intensiva.
Per non parlare poi di questo costante dolore addominale, del bruciore di stomaco, del senso di inadeguatezza che ho nei confronti del cibo, del fumo e della birra e delle scarsissime ore di sonno che ne conseguono, insomma il mio quadro clinico non è proprio dei migliori.
Giovedì ho toccato il culmine di questo Vietnam interiore.
Sono andata a lavoro e tutto sembrava abbastanza normale, poi dopo aver pranzato con una tristissima patata bollita il mio stomaco ha iniziato una ribellione del tutto ingiustificata, una manifestazione violenta dove nemmeno centomila fumogeni avrebbero dissipato gli ettolitri di succhi gastrici che mi stavano consumando.
Sono scappata a casa (erano circa le 5 del pomeriggio) mi sono arrotolata in una coperta di lana, mi sono messa la borsa dell’acqua calda sulla pancia ed ho iniziato una personalissima lotta silenziosa e pacifista contro il mio stomaco.
Alle 9 di sera ero sul punto di una crisi di nervi, il mal di pancia era peggio di prima ed avevo una e soltanto una possibilità di uscirne viva: le famosissime gocce di mio cognato, quelle che fanno guarire da tutti i mali del mondo.
Con tutta sincerità non le avevo mai sperimentate prima, ma il dolore era così lancinante che non c’ho pensato due volte, ho mandato M a prenderle e mi sono tracannata 20 preziosissime gocce.
Credetemi, dopo nemmeno 7 minuti i crampi che mi facevano sudare freddo mi sono passati ed una sensazione di benessere si è impossessata di me. 
Cosa fare a quel punto? Perché non leggere il bugiardino del mio amatissimo medicinale per vedere di quale magica sostanza fosse costituito?
 Non l’avessi mai fatto, la prima frase che ho letto era “medicinale appartenente  famiglia degli oppiacei”, poi la mia attenzione ha iniziato a focalizzarsi solo su alcune parole: “sostanze stupefacenti”, “metadone”, “sonnifero”, “ipnotici”, “psicofarmaci”, “disassuefazione da droghe”.
Ma che diavolo avevo ingerito? 
Non essendo stata mai una persona particolarmente avvezza alle droghe ho iniziato a camminare sul pericoloso filo che separa la lucidità dalla paranoia, un percorso assai tedioso dove un momento sei una persona normale e sana di mente e un attimo dopo diventi una psicolabile. Ovviamente io sono caduta dal teso filo e sono incappata nelle più temibili ossessioni. Passato il mal di pancia ero convinta che potesse venirmi un infarto, dopo l’infarto prevedevo una paralisi totale, dopo la paralisi avvertivo una crisi respiratoria e ogni volta che cadevo in un sonno pesantissimo una scarica elettrica mi ghermiva la schiena. Mi sentivo ubriaca ma lucidissima nel contempo e captavo una nettissima scissione tra il corpo e la mente. Possibile che 20 gocce potevano avermi  ridotto in quello stato? Oppure era stata colpa del bugiardino e del mio cervello indagatore e molto poco elastico? Con tutta sincerità credo di essermi fatta un po’ suggestionare dal contesto.
Il giorno dopo stavo bene, avevo solo la pancia ustionata dalla borsa dell’acqua calda, tutta rossa e con le piaghe.
Non lo avrei mai pensato che la cara e vecchia borsa dell’acqua calda fosse più pericolosa dell’oppio!

lunedì 19 novembre 2012

COSE CHE CAPITANO (A ME)

L’INSOSTENIBILE CHIAREZZA DELLE VETRINE
Cliente: mi scusi cara, quanto costa quell'orologio in vetrina dove sopra c’è scritto “orologio 25 euro?”
Io: lei intende quell'unico orologio che c’è in vetrina con su scritto “orologio 25 euro”?
Cliente: si proprio quello.
Io: allora credo che costi 25 euro.

QUISQUE FABER FORTUNAE SUAE
Cliente: è questo il negozio che vende le porcellane e poi anche dei portafortuna?
Io: no signora, mi dispiace, credo che si riferisca al negozio qui di fianco che ormai è chiuso da molto tempo. (Comunque il negozio a fianco non vendeva portafortuna, ma questo non l’ho detto).
Cliente: ah, che peccato. Ma funzionavano i portafortuna che vendeva questo negozio che non c’è più? Erano potenti contro il malocchio? Lei che ne pensa della sfortuna?
Io: signora mi ascolti, non ne ho idea se eventuali portafortuna funzionassero o meno, poi io non ci credo alla fortuna o alla sfortuna, ognuno è responsabile delle proprie scelte.
Cliente: invece la sfortuna esiste eccome! (questo lo ha detto con gli occhi da pazza). Perché non me lo vende lei un portafortuna, lo cerchi, sono sicura che qua in mezzo qualcosa che fa a caso mio la troverà. I maialini non sono portafortuna? Forse i gufi, oppure le civette, magari le farfalle, anche le lucertole ho sentito che portano fortuna!
Poi, prima che elencasse tutti gli animali del creato, ho frenato il suo entusiasmo dicendo: non vendo portafortuna, provi in un altro negozio e a questo punto le auguro veramente buona fortuna!

PER CHI SUONA LA CAMPANA
Qualche pomeriggio stavo facendo chiacchiere con una cliente, quando ad un certo punto inizio a sentire uno scampanio angosciante. Il fastidioso rumore proveniva senza alcun dubbio dal negozio poiché già tutti i decori di Natale sono in pole-position e tra questi decori non mancano di certo le campane. Dopo qualche secondo le chiacchiere mie e della cliente erano del tutto scomparse sotto un insistente din, don, din don, din don.  Ma chi diavolo stava facendo suonare tutte le campane del negozio? Di sicuro qualche bambino senza controllo, chi altro poteva?  Invece no, ci voltiamo, io e la cliente, e vediamo una candida vecchina che si aggirava nel negozio con aria sognante e toccava e sbatteva tutto quello che le capitava sotto le mani. Non solo suonava le campane, ma faceva urtare fra loro anche oggetti che palesemente non potevano emettere alcun suono angelico. Sbatteva posate, scuoteva palline, colpiva pupazzi, insomma faceva un casino assurdo.
Nel frattempo mio fratello la seguiva piano piano esterrefatto, senza aver il coraggio di interrompere la session ritmica.  
Nel frattempo: din don, stum, splissh, tic, tac, stum, sdem, io: (mentre urlo) signoraaaa, ha bisogno d’aiuto???  Nessuna risposta.
Mi avvicino e le tocco un braccio: signoraaa, va tutto bene? Cosa sta facendooo??
Lei: ah salve, cerco una campana, la campana perfetta, quella con il suono più bello!
E certo, chi non è alla perenne ricerca della campana perfetta? Ad ogni modo la mia interruzione non ha sortito alcun effetto, la signora ha fatto casino per un’oretta intera e poi se n’è andata, senza campana. Non ha trovato la sua campana, ci sono rimasta un po’ male.

PERSEVERARE E’ DIABOLICO
Cliente: salve, ho vorrei vedere un… (tronca la frase distratta da altro, forse dai granelli di polvere nell’aria)
Io: prego, mi dica.
Cliente: ma, non lo so. L’ho visto su un giornale. È più o meno un…
Io: un…
Cliente: forse una maglia, un maglione, un vestito….non saprei, qualcosa…vabbè.
Io: quindi?
Cliente: mi guardo un po’ in giro, magari lo vedo e glielo dico.
Io: faccia pure.
Dopo 30 secondi scappa fuori urlando “l’autobuuussss, fermateloooo”.
Nessuno l’ha fermato e lei l’ha perso, lo so perché mentre usciva io le stavo dietro,  poi mi sono poggiata allo stipite della porta e mi sono accesa una sigaretta. Lei delusa si volta per rientrare al negozio ma incrocia il mio sguardo (sembrava una scena da film western, dove io ero ovviamente Clint Eastwood, ci mancavano solo le balle di fieno rotolanti per via Tagliamento ed era perfetto) e capisce, intuisce, percepisce che forse è molto meglio non rientrare.

lunedì 12 novembre 2012

2012


Mercoledì mattina sono andata in banca a fare un versamento. Nella banca dove vado sempre ci sono solo due cassieri, uno che è mio amico, è un signore molto singolare. È sempre abbronzato, anche a dicembre, è sempre di buon umore ed è sempre molto gentile. Al collo porta delle collanine tutte colorate e una volta mi è anche capitato di vederlo in piedi ed ho scoperto che nella parte superiore del corpo portava la giacca e la cravatta ma dalla cintola in giù, in altre parole la parte che non si vede mai perché sta sempre seduto dietro il suo gabbiotto, indossava un paio di jeans sdruciti e dei stivali a punta, tipo quelli dei cow boy. Quando capito con lui non mi fa mai compilare il cedolino perché lo fa al posto mio e inoltre ricorda sempre il numero della mia filiale, poi quando vado via mi sorride con gentilezza e mi augura una buona giornata.
L’altra cassiera invece è una delle dieci piaghe d’Egitto, la punizione divina del mondo dell’economia. Tutti la temono (i clienti intendo) mentre i suoi colleghi la osservano con stupore e biasimo. 
L’anno scorso mi è capitato di dover tornare in banca con un mezzo infarto perché lei aveva sbagliato il numero della mia filiale così i miei soldi erano finiti sul conto di un signore arabo residente a Milano.
Ad ogni modo, mercoledì mattina il mio amico cassiere era fuori a prendere il caffè, così sono capitata sotto le  grinfie della cassiera infame.
 Mi siedo, dico buongiorno e non alcuna ricevo risposta, dico di dover fare un versamento, lei mi passa il cedolino e mi abbandona. Io odio i cedolini, secondo me sono fatti malissimo, non ci capisco mai niente, è tutto pieno di quadratini, virgole, doppi zeri, ancora quadratini e dei numeri piccolissimi. L’ho compilato alla meno peggio, facendo anche qualche scarabocchio per correggere degli errori infine le chiedo gentilmente se può fare lei le addizioni delle varie cifre. Lo so che non servono a un cazzo le addizioni sul quel benedetto foglietto, lo so che conta solo quello che versi, so tutto questo, però per evitare di riscrivere tutto perché ho sbagliato un’addizione e perché lei ha l’elasticità mentale di un tarlo in un vecchio comò, preferisco farle bene. Così senza nemmeno guardarmi mi passa una calcolatrice e ritorna a fare quello che stava facendo, ovviamente non so cosa.
Concluso questo compito di matematica le ripasso la calcolatrice e anche il cedolino perfettamente compilato.
Ma ovviamente il  cedolino non era perfettamente compilato, mancava la data.
Mi ripassa il foglietto e dice con una voce gracchiante “qui manca la data, vede?”
Ma porcaccia miseria, che cose le costava mettere la data al posto mio?
Con tutta calma mi faccio ridare la penna, riprendo quel dannato foglietto e scrivo prima il giorno che era il 7, poi il mese che era l'11 e incredibile ma vero, non mi ricordavo l’anno!
Mi sono guardata intorno alla ricerca di un calendario, ma sulla mia testa ho visto solo un piccolo orologio a led che indicava il giorno e l’ora. Oh mio dio, cosa mi stava succedendo? Mi sono fermata un secondo a riflettere sullo shock appena avuto e poi mi sono detta “non posso chiedere in che anno siamo, farei una mega figura di merda, sono anche palesemente troppo giovane per sembrare una donna con la demenza senile, ma che cavolo mi succede?” Ero completamente nel pallone, non riuscivo più a ragionare, avevo lo sguardo e la punta della penna fissi sul foglio, ero abbastanza paralizzata.
Nonostante la mia mano fosse immobile la mia mente continuava a lavorare su di un ragionamento piuttosto complicato: “eppure scrivo la data tutti i giorni, com'è che ora non mi viene? Vuoi vedere che siccome la scrivo sempre di sera, quando faccio i conti di fine giornata, il mio cervello la ricorda solo quando non c’è più il sole? Ma in che cazzo di anno siamo?”
Non capisco ancora il perché, ma la mia mano sciolta da vincoli mentali ha iniziato a scrivere 1912, ma il mio cervello incredulo diceva “ ma se nel 1915 è iniziata la prima guerra mondiale come fai a dire che siamo nel 1912?” allora la mia mano piuttosto contrariata ha corretto ed ha scritto 1290, ma il mio cervello ha replicato “l’America è stata scoperta nel 1492 e tu scrivi che siamo alla fine del 1200, e poi non ti sembra piuttosto strano continuare a scrivere la data con un UNO davanti, non ti ricordi che hai smesso di scrivere quell'uno circa 13 anni fa?”
Ero finita in un tunnel buissimo e non ne vedevo più la luce.
Poi come d’incanto la voce gracchiante della cassiera mi distoglie da quel turbinio di numeri e ricordi e dice “beh, quanto ci vuole per scrivere la data?”
Con piglio e decisione riprendo possesso della mano, della penna e della testa e con convinzione scrivo “21912”, restituisco il foglietto e dico “ecco fatto!”.





lunedì 5 novembre 2012

La notte porta consiglio...



Stanotte mentre mi rigiravo nel letto cercando di prendere sonno e di non pensare a cose terrorizzanti poiché M non c’era, mi sono messa a fare elenchi. Quando non riesco a dormire faccio sempre elenchi.
Ho iniziato come al solito dai nomi dei miei compagni di classe dalle scuole elementari fino al liceo, anzi dal momento che mi sentivo piuttosto pimpante c’ho messo  pure quelli dell’asilo. Questi ultimi li ricordo tutti benissimo e ricordo anche il nome delle maestre ed ho memoria anche di un sacco di avvenimenti di quel periodo, tipo quando una bimba si è infilata dei lego nel naso e poi l’hanno portata all'ospedale  Anche quelli delle scuole elementari li ricordo tutti, sarà perché in classe eravamo 8 bambini e vivevamo tutti nello stesso paese e sarà anche perché ogni volta che vado a casa li incontro sempre più o meno tutti.
Delle scuole medie ho sicuramente qualche lacuna, ricordo di sicuro il 90 per cento dei nomi, mentre del liceo ho proprio dei buchi neri incolmabili, addirittura di un compagno ricordo benissimo il viso ma il nome non mi viene proprio e di altri ricordo il nome ma la fisionomia del volto si è persa nella memoria.
Dai nomi di scuola sono passata a quelli delle amicizie lampo estive. Amicizie lunghe al massimo 15 giorni e pure lì mi sono trovata in grossissime difficoltà perché non riuscivo a collocarli negli anni, quindi mi sono resa conto che è veramente sfiancante e deprimente  non ricordare una mazza, allora ho smesso.
Poi mi sono data al ripasso di tutte le marche di sigarette che ha fumato mio padre negli anni, gli anni di cui io ho memoria: Marlboro, Kim, Merit, Diana, Peter Stuvenson, Winston e poi basta perché ha smesso di fumare.
 Incredibilmente mi è venuta in mente la musicassetta arancione che c’era nella macchina di papà quando avevo più o meno 8 anni: lato a: Gianni Morandi “se perdo anche te”,  Ornella Vanoni “la musica è finita”,  Rita Pavone “ qui ritornerà”, Luigi Tenco “ciao amore”. Lato B: Primitives “Yeeeee!”, Mina “se stasera son qui”, Adriano Celentano “una carezza in un pugno”, l’ultima era una canzone di Milva che non ricordo perché non mi piaceva e allora non l’ascoltavo mai.
Poiché la musicassetta era in macchina ho iniziato ad elencare tutte le macchine di casa Giacomantonio: 500 giallina, 112 beige, 126 blu, ritmo color latte e caffè, uno bianca, tipo grigia, panda blu, panda bianca.
 Poi ho pensato “perché non elencare anche tutti i motorini che abbiamo avuto?” ed ho ricominciato: il Ciao di mamma, l’atala master di mamma (per inciso: il motorino più brutto della storia di tutti i ciclomotori dell’universo), il mio Si blu, il mio SI bordeaux, il Micron di papà (per inciso: il secondo motorino più brutto della storia di tutti i ciclomotori dell’universo), il mio Buster, un altro Si blu di mia sorella, un motorino bianco di cui non ricordo il nome, l’Amico di mio fratello e in fine lo Zip sempre di mio fratello. Sono sicura che nell'elenco dei motorini ne manchi ancora qualcuno.
Dal momento che con il motorino ci andavo a scuola non so perché mi sono venute in mente tutte le insidiose ore di latino fatte negli anni e alcune cose che mi sono rimaste impresse senza alcun motivo: la perifrastica attiva, la perifrastica passiva, l’ablativo assoluto, i verbi irregolari tipo fero fers tuli latum ferre,  il famoso motto “spero, promitto e iuro vogliono sempre l’infinito futuro”, il perfetto e il più che perfetto.
La mia mente viaggiava a mille e poche erano le cose da fare a quel punto, potevo riprendere il libro noiosissimo che stavo leggendo prima di spegnere la luce, oppure alzarmi e andare a guardare la tv, o potevo accendere il pc e vedere cosa succedeva nel mondo, in ultimo restare nel letto e continuare a fare elenchi, liste, inventari su tutto il futile della mia vita. Data la mia incommensurabile pigrizia, ho optato per la terza possibilità e sono rimasta a letto, al buio cercando di ricordare:quanti caffè prendo al giorno, quante barbie avevo da bambina, quante biciclette ho distrutto, quanti e che tipo di zaini ho usato durante la scuola, quante volte mi sono messa a dieta, quante scarpe ho avuto dai 20 ai 30 anni, i nomi dei professori di scuola, il nome di tutte le persone francesi, inglesi e amicane conosciute in vita mia, il maggior numero di titoli  di canzoni dei Beatles e dei Doors, i numeri di telefono che conosco a memoria tra cui non c’è quello di M, le domande più assurde del Trivial Pursuit della versione degli anni 90,  e poi piano piano ho perso conoscenza e finalmente mi sono addormentata.  

lunedì 29 ottobre 2012

I pro e i contro


Dalla scorsa settimana faccio orario continuato, quindi non torno più a casa per pranzo, però la mattina vado a lavoro un’ora più tardi e se riesco la sera me ne vado prima . Ci sono dei pro e dei contro nel non tornare più a casa per pranzare, eccoli qui.
PRO- Restando a lavoro tutto il giorno risparmio una tombola di benzina che altrimenti sprecherei nell'uscire la mattina, poi nel ritornare a casa a  pranzo, riuscire nel pomeriggio e ritornare la sera. Visto i prezzi folli della benzina, meno uso il motorino, meglio è.
Un altro pro è che evito di prendere freddo sul motorino a tutte le ore, giacché già da ieri le temperature sono scese di circa 10 gradi, inoltre dimezzo le altissime possibilità che ho sempre di fare un incidente. Quando guidi il motorino in una città come questa devi mettere sempre in conto che un incidente è sempre dietro l’angolo. 
Andare a lavoro con più calma la mattina mi permette di non uscire perennemente di corsa, di non indossare le prime cose che mi capitano e quindi di non andare in giro come arlecchino.
Uscire prima la sera mi consente di fare delle cose che altrimenti sarebbe impossibile fare, tipo andare al supermercato, andare ad un cinema allo spettacolo delle 20, fare un aperitivo con degli amici, preparare la cena e mangiare ad un orario normale e non andare a letto con tutto il cibo sullo stomaco.
CONTRO- Il primo contro senza dubbio è quello di dovermi preparare il pranzo la sera prima. Per evitare di mangiare tutti i giorni schifezze da bar è necessario che faccia qualcosa per la mia salute ma questa cosa mi annoia da morire. Quando torno di solito a mangiare a casa M mi fa trovare sempre qualcosa, invece ora per scongiurare di prendere  50 chili in un mese è meglio se mi porto qualcosa di buono e salutare che preparo la sera prima. Questa settimana sono stata bravissima, poi vedremo in futuro cosa succederà.
Nonostante tutto il momento del pranzo a negozio è sempre una palla.
Appena mi convinco che è un momento morto giusto per mangiare qualcosa, entra sempre quella che non ha un cazzo da fare e gira come una trottola impazzita per il negozio e io così non riesco proprio a mangiare.
Dopo aver divorato il pranzo in trenta secondi netti prima che entri qualcun altro mi viene un sonno spaventoso e devo trovarmi qualcosa da fare di molto fisico se no mi abbiocco sulla scrivania. 
Sempre quando penso che sia un momento morto per chiudermi dentro e andare a fare un attimo pipì, appena esco dal bagno e vado verso la porta per riaprirla trovo sempre qualcuno che aspetta. Succede sempre così, ormai faccio pipì con l’ansia. Avere sempre a che fare con i clienti senza pausa tutto il giorno mette a dura prova la mia proverbiale pazienza, soprattutto tra le 15 e le 16, che non so perché ma è l’ora che detesto di più durante tutta la giornata.
 Un contro terribile infine è quello di dover fumare la mia amatissima prima sigaretta (io fumo solo dopo le 15) in piedi davanti alla porta del negozio. Fumare in piedi è una cosa che odio, poi essendo pure la prima sigaretta mi gira sempre la testa e non me la godo per niente. Cambiare abitudini mi mette sempre a disagio nei confronti della vita , ma dovrò trovare una soluzione differente per la mia prima sigaretta. Astenetevi dal dirmi che sarebbe meglio smettere di fumare, ve ne prego! 

lunedì 22 ottobre 2012

Caro diario


Resoconto più o meno dettagliato della settimana passata.
Martedì. Mi sono svegliata alla solita ora, ho fatto colazione con te e fette biscottate con marmellata di fichi, dopo  mi sono andata a lavare e poi a vestire. Ho guardato l’interno dell’armadio con aria sgomenta per circa dieci minuti poiché non sapevo cosa indossare, alla fine ho optato per il più classico degli abbinamenti: jeans e maglietta. Sono scesa giù in cortile per prendere il motorino ed ho incontrato la proprietaria di casa mia che abita proprio nell'appartamento di sotto. Di solito non mi riconosce mai e così è stato anche quella mattina. Dopo vari convenevoli mi ha chiesto se mi era arrivata la bolletta della luce e prima che rispondessi mi ha detto che a lei era arrivato solo 1 euro di spesa. A me, con suo grande stupore e pure il mio, è arrivata la cifra di -17 euro, in vita  mia non ho mai visto una bolletta dove loro devono dei soldi a me! Sono andata a lavoro più leggera.
A negozio ho passato una mattinata tranquilla, sono arrivate un po’ di cose nuove da mettere a posto e quindi s’è fatta ora di pranzo e sono tornata a casa. Credo di aver mangiato un panino, ho guardato un po’ di tv, con precisione una trasmissione dove c’è un signore che educa dei cani veramente stupidi e poi sono tornata a lavoro.
Al negozio ho fatto qualche vendita interessante, ho fatto chiacchiere con tutti i clienti e poi sono tornata a casa, ho cucinato non ricordo cosa e poi prima di andare a dormire ho visto la prima puntata di una serie horror paurosissima  e mentre la guardavo mi era già pentita di questa scelta idiota.
Mercoledì. Di mattina a lavoro ho deciso di rifare le vetrine. Ho chiuso il tendone che si stende sulle vetrine, le ho aperte, svuotate e poi ho iniziato a pulirle. In quello stesso momento è arrivato il “ragazzo molto strano forse tossico” che una volta a settimana ci viene a pulire i vetri e quindi ne ho approfittato e le ho fatte pulire a lui.
Mentre rimettevo le cose nuove dentro le vetrine, la gente sul marciapiede ha iniziato a farmi le solite domande del cacchio. “ma questi sono orecchini?” erano chiaramente orecchini. “questo è un pomello a forma di mappamondo?” no, semplicemente un mappamondo. “questa è una sciarpa o cosa?” sicuramente o cosa. E così via fino all'ora di pranzo. Sono tornata a casa, ho mangiato e poi ho riguardato il solito programma del tipo che educa i cani e c’era un barboncino che mangiava di continuo le mutande della padrona e ogni volta che lo faceva  dovevano portarlo dal veterinario a fargliele tirare fuori o dal sedere oppure dovevano aprirgli la pancia. Secondo me la signora avrebbe fatto prima a non indossare più le mutande.
Nel pomeriggio sono tornata al negozio e mi sono dovuta sorbire mio cognato che ultimamente deve convincere tutti a smettere di fumare usando la sigaretta finta, quella a vapore. Lui non era un gran fumatore, ma da quando ha scoperto questa sigaretta non fa che tenerla in bocca e “fumare” in ogni luogo. Conoscendolo so già che prima della fine del mese dovremo portarlo da un medico a causa del troppo vapore inalato.
Giovedì. In mattinata sono arrivati non so quanti colli contenenti oggettistica natalizia, così abbiamo iniziato ad aprirli e a prezzare le varie cosine. Con tutto il negozio sottosopra, con cartacce ovunque e pezzi di alberi di natale sparsi qua e là, abbiamo venduto il primo presepe della stagione…incredibile! A pausa pranzo sono andata con mia sorella a fare un campionario per l’estate prossima poi siamo tornate a negozio e lì abbiamo fatto un altro campionario, con tutte le signore che entravano e mettevano le mani nelle borse dei vestiti della rappresentante. Questa cosa mi fa saltare i nervi, a me non verrebbe mai in mente di mettere le mani nelle borse di un’altra persona! Finito questo abbiamo rimesso nelle scatole le cose di natale che erano arrivate la mattina, ci sembrava troppo presto metterle in esposizione. Ovviamente un alberello è rimasto fuori, perché esiste una legge fisica secondo la quale se una scatola contiene 43 oggetti e li tiri fuori, quando li rimetti dentro ce ne rientrano solo 42. A fine serata ero cotta per cui sono tornata a casa e mi sono collassata sul divano.
Venerdì. Appena arrivo al negozio trovo una signora che mi aspettava davanti la porta, a tal proposito esiste un’altra legge fisica ineluttabile “se trovi una persona che aspetta che tu apra, questa persona NON comprerà assolutamente niente”. A stento apro la porta e la signora si fionda nel buio del negozio in posto imprecisato. La seguo, accendo le luci, lei si guarda intorno e poi osserva con sguardo indagatore l’unico albero di natale che era rimasto fuori dalla scatola.  “Da quello che vedo avete già messo tutte le decorazioni natalizie, peccato, non vedo proprio quello che cerco” e se ne va anche un po’ incazzata. L’ineluttabilità della legge fisica colpisce ancora! La giornata lavorativa poi ha ripreso il suo corso naturale e come al solito è entrata una delle innumerevoli ragazze o signore che fa gioiellini e cerca di venderli. Questa cosa da un po’ di tempo a questa parte mi fa pensare al fatto che ormai non appena ti accorgi di saper fare una cosa con le mani la devi vedere. E’ possibile che un semplice hobby debba diventare per forza una fonte di guadagno? Fai una collanina all'uncinetto e la devi vendere, infili due pietre in un filo di nailon e lo devi vendere, fai una sciarpina a maglia e la devi vendere, addirittura se sai fare una torta devi provare a venderla. Ma l’antica arte del regalo non esiste più? Non avrai una decina di amiche a cui regalare le tue creazioni? Non avrai un’amica a cui regalare una torta fatta in casa per il compleanno del figlio? Non è maggiore la soddisfazione di regalare una cosa fatta con le tue mani anziché fartela pagare ad ogni costo?
Sabato. Sabato mia sorella e mio fratello hanno tenuto i corsi di pittura per bambini sotto i 9 anni tutto il giorno. Erano 12 bambini. Ho creduto di impazzire.
I bambini andavano in giro per il negozio con le mani piene di pittura, toccavano tutto il toccabile, avranno fatto pipì ognuno più o meno 16 volte, hanno mangiato 3 chili di cioccolatini, hanno dipinto ovunque tranne che sulle loro tele, addirittura una mamma ha mandato il figlioletto vestito tutto di bianco, sembrava un gelataio. Ovviamente a fine serata l’unica cosa bianca che aveva addosso era il colletto della camicia. Verso la fine del corso una bimba ha detto ad alta voce, forse per attirare l’attenzione dei bimbi maschi, “io se avrei 11 anni sembro grande”, chissà cosa voleva dire!
Dopo il lavoro sono andata a mangiare in una trattoria sotto casa dove il piatto del giorno era aglio con tagliatelle e funghi porcini, ho avuto una certa pesantezza tutta la notte.
Domenica. In mattinata ho fatto giardinaggio e ho piantato u sacco di ciclamini. Nel pomeriggio sono andata a fare shopping a via Nazionale con Luis, Violerio e M. Prima tappa libreria ed ho fatto una scorta che dovrebbe durare più o meno due mesi, seconda tappa negozio di scarpe per prendere un paio di stivaletti, terza tappa un negozio che vende un sacco di cosa da mangiare provenienti da tutto il mondo. Ho preso la salsa agrodolce asiatica, la salsa piccante messicana e una senape francese al miele. Quarta tappa negozio di camice da uomo con Luis, qui dopo l’acquisto ci hanno regalato un dépliant che mostra ben 9 modi per fare il nodo alla cravatta, io personalmente non ne conosco manco uno.  Di ritorno a casa ho cercato di cucire con la macchina da cucire una cosa per mio fratello. Appena ho iniziato la macchina ha iniziato a fare i capricci come l’ultima volta, quindi prima di farmi prendere da una crisi isterica la stavo per mettere via, quando Luis ha sollevato  una levetta e la macchina ha ricominciato a funzionare.  Per cena  preparato una pasta al forno con le melanzane, i capperi e la provola piccante e ce la siamo scofanata in 40 secondi. Dopo cena abbiamo pasteggiato con i dolcetti e il rum serissimo e pregiatissimo che ci ha regalato amico Luis.  Per concludere la serata ho visto la sesta puntata della serie horror ( sono arrivata alla sesta perché ne ho vista una tutte le sere) e come al solito me ne sono pentita dopo aver visto la prima scena. Anche se continuo a pentirmene, mi sa che la vedrò tutta. 

lunedì 15 ottobre 2012

Eccomi qua!


Lunedì scorso non ho aggiornato il blog perché me ne sono completamente dimenticata, credetemi, mi è veramente passato di mente.
Me ne sono ricordata soltanto martedì verso ora di pranzo, effettivamente da quando mi ero svegliata c’era qualcosa che non mi tornava, una sensazione di inspiegabile incompletezza, però non capivo cosa fosse, poi d’improvviso l’illuminazione: “cazzo il blog”, ma ormai era troppo tardi, o lo scrivo di lunedì o niente.
Il motivo per cui la mia memoria ha fatto cilecca è perché ero a casa per qualche giorno di vacanza.
Sono partita sabato mattina, ho preso per la prima volta la metro b1 che hanno aperto prima dell’estate vicino casa mia e sono andata a alla stazione. Con mio enorme stupore anche se era sabato la metro è passata immediatamente, poi prima di ripartire si è fermata qualche secondo per accogliere tutti gli utenti e ovviamente, come accade in tutte le grandi città ed in ogni piccolo paese, c’era l’immancabile “uomo contro il mondo”.
 Il soggetto in questione ha iniziato a lamentarsi prima della breve sosta della metro, poi del governo, poi dei politici, poi della disorganizzazione urbana e poi di nuovo della breve sosta della metro. Poi finalmente una signora gli ha chiesto se non gli sembrava un pochino esagerato prendersela anche con la metro che alla fine era partita dopo una sosta di un minuto e lui un’altra volta a rivangare tutto il passato politico dell’Italia da Giolitti a Berlusconi.  
Arrivata a Termini ho fatto un breve giro in libreria per prendere un libro per mamma, lì ho impiegato un sacco di tempo nella scelta perché essendo una libreria che non conoscevo, non capivo come cacchio erano sistemati i libri e quindi mi è venuto un po’ di nervosismo. Alla fine ho preso un libro da una pila dove sopra c’era scritto all'incirca “super, iper best sellers interplanetario” . Di solito questo tipo di libri non li prendo mai per una questione di principio, gli autori troppo famosi non mi sono simpatici, però non avevo più tempo per cui la scelta è stata obbligatoria, magari è un bel libro, comunque ora non ricordo né titolo, né autore.
Altra grande sorpresa della mattinata è stato il treno. Un gran bel treno, tutto pulito, con i sedili interi, senza strappi nella stoffa o chiazze di sporcizia di chissà quale epoca, insomma per essere un intercity era messo proprio bene. Di solito i treni, tutti i treni per la precisione, che da Roma si dirigono verso il sud fanno schifissimo. Sono treni vecchi, sporchi, puzzolenti, con le manate sui finestrini che risalgono al 1967. Per non parlare poi dei bagni, che se una donna deve arrivare in Sicilia deve dimenticarsi di fare la pipì per 12 ore. Ad ogni modo non volendo essere lamentosa come l’ “uomo contro il mondo”, mi sono accomodata nel mio bel posticino, felice e contenta di fare un viaggio in un treno decente.
Per occupare le 4 ore che mi separavano da casa,  prima ho letto un Vanityfair, rivista che tocca in modo più o meno superficiale tutto o quasi lo scibile della vita contemporanea, e lì ho scoperto che Nicole Kidman ha una caterva di figli, alcuni adottati, alcuni suoi e addirittura uno avuto con un utero in prestito, le star del cinema fanno un po’ come cazzo gli pare!
Dopo la rivista ho visto un film “l’uomo che sapeva contare fino a uno”, un film stupido, assurdo e demenziale ma molto divertente.
Puntuale come mai mi era successo prima nella vita, il treno è giunto in stazione in perfetto orario e non appena sono giunta a casa ho indossato il costume da bagno, sono scesa in spiaggia e da questo momento in poi ho spento il cervello.
A casa ho ritrovato 2 cari amici che non vedevo da un anno e pensate un po’ che con me c’era anche M ma non lo avevo ancora nominato! Siamo usciti in barca tutti i giorni assieme a mio padre, che non appena arriva  il mese di ottobre gli viene una smania selvaggia di pescare, una smania implacabile e inarrestabile. E così è stato, assieme al vecchio lupo di mare abbiamo innumerevoli volte solcato i mari del golfo di Policastro alla ricerca del pesce perfetto, pesce che è stato puntualmente trovato, pescato e mangiato.
A questo punto vorrei fare una cosa che non ho mai fatto prima, non è niente di eccezionale, ma ci tengo molto. Lascio un piccolo messaggio per Lucas ed Ana “grazie amici, insieme trascorriamo sempre giorni stupendi”.
Terminati  i giorni di vacanza sono ritornata a Roma, il treno del ritorno manco me lo ricordo per quanto ero triste, tanto ero depressa che appena sono arrivata sono andata subito al negozio. La tristezza si combatte così, andare subito a lavoro, come uno schiaffone in pieno viso.
Il giorno seguente con mia sorella avevamo un appuntamento per andare a vedere un campionario, stranamente non ci siamo perse nemmeno una volta e come per miracolo abbiamo finito anche in tempo. Poi mentre tornavamo verso il negozio, su corso Francia, ci siamo ricordate di una cosa assurda. Una volta un signore (un tipo che ci vendeva i jeans) ci ha raccontato che tanto tempo prima era con suo fratello sul balcone della loro casa che stava proprio a corso Francia e mentre chiacchieravano del più e del meno gli è arrivata  addosso non si sa da dove un gamba. Si, si una gamba. Gli era volata una gamba sul balcone. La gamba proveniva da uno che aveva fatto un incidente col motorino proprio sotto il loro palazzo, tanto forte era stato lo schianto che la gamba gli si era staccata ed era volata sul balcone. La gamba ad ogni modo era stata recuperata dal balcone di questi due fratelli e poi riattaccata al corpo del legittimo proprietario.  
Storie di città!

lunedì 1 ottobre 2012

Il nano da giardino


Il post di oggi è dedicato a tutte le giovani coppie che hanno intenzione di avere un bambino ed anche a tutte quelle che un pupo già ce l’hanno ma che è ancora troppo piccolo per palesare la sua vera natura.
La scorsa settimana io ed M siamo stati reclutati per tre giorni interi a fare la guardia al mio nipote numero due, mentre il mio nipote numero uno era in ospedale assieme ai genitori a farsi togliere le tonsille e le adenoidi.
Vorrei innanzitutto precisare che sicuramente l’amore di una zia è equipollente all’amore di una madre, ma la pazienza di una zia non lo è di certo. Le mamme padroneggiano una pazienza ancestrale che, anche se prima non c’era, come per magia dopo il primo vagito del bambino gli viene fuori e gli dura più o meno un paio di anni, poi va via e non torna più!
Tre giorni interi con un nano da giardino di 21 mesi sono stati uno sperpero di energie mai provato prima.
Ecco una giornata tipo che potreste vivere voi romanticoni alla ricerca del figlio perfetto. Il figlio perfetto fa questo:
1)      Sveglia alle7, corsa sfrenata nel corridoio sul pavimento di parquet  (perché il soggiorno e la cucina durante la notte potrebbero essere spariti, quindi è meglio correre)  e subito il primo scivolone della giornata.
2)      Colazione. Primo bicchiere di latte con miele versato sul pavimento, secondo bicchiere di latte con miele salvato per un pelo. È d’obbligo bere il bicchiere di latte con una cannuccia seduto con una chiappa nel seggiolone e l’altra fuori perché è meglio trovarsi pronti per correre via se arriva un uragano che potrebbe spazzare via la casa. Ad ogni modo la parola d’ordine è CORRERE.
3)      Uscita in passeggino con sosta obbligatoria per ogni forma di vita e non che si incontra durante il cammino.
4)      Ore 11, merenda. Esiste un solo modo per mangiare una pesca: mangiarla velocemente, riempiendosi la bocca fino a farla scoppiare e poi spargerne il succo su tutto quello che si ha sotto mano. A quest’ora del mattino un adulto già sa che non avrà per molto tempo una casa pulita.
5)      Gioco sfrenato e pericolosissimo. Il piccolo uomo che avete in casa è completamente sprezzante del pericolo, privo di ogni logica di conservazione e sopravvivenza, nato per librarsi in volo da una sedia o da un divano. Il piccolo uomo che avete in casa possiede anche una forza sovrannaturale ed ha una soglia del dolore che farebbe impallidire anche uno della santa inquisizione.
6)      Ore 13, pranzo. Lo gnomo prende posto a tavola e aspetta furioso e con la bava alla bocca il suo cibo. “Pappa, pappa, pappa” urla e strepita. Se la pappa è di suo gradimento non fai a tempo a dargli un boccone che già pretende il seguito, se al contrario il desco non lo aggrada ci si avvicina lentamente alla tragedia. Bocca serrata, pianto muto e muco in ogni dove, “dai, ti prego apri la bocca” così si prega il divino aguzzino, il quale imperterrito aspetterà paziente fino a quando la pappa diventerà di cemento e tu lo lascerai al suo destino.
7)      Ore 14-16 black-out. Riposino pomeridiano.
8)      Ore 16- 19, tre ore di intensa giocosità ed altrettanta interazione. È d’obbligo rispolverare le proprie doti di trasformismo affinché il principe dei capricci passi del tempo piacevole ed istruttivo. Diventa macchina, poi cavallo, poi formica, poi wrestler (che non è molto educativo, ma troppo divertente), poi mago e se ci riesci diventa anche trasparente. Dopo di che è il turno delle costruzioni, non ti affaticare e scervellare a metter su forme avveniristiche degne dell’architettura contemporanea, il piccolo caterpillar apprezza soltanto la distruzione e il caos, è fatto così, non puoi farci nulla.
9)      19 e 30, bagnetto. È da non credersi di quanto può essere zozzo un esserino così piccino, con le manine di burro, i piedini che sembrano due paninetti all’olio, con il pancino come un bignè alla panna e con due cosciotti morbidi come l’impasto della pizza. Eppure durante la giornata credevi che con 4 o 5 cambi di pannolino e relative abluzioni  di varie parti del corpo il compito di igiene personale fosse abbastanza espletato, invece non è MAI come sembra.
10)  Ore 20, cena e si ripete tutto come nel punto numero 6, con qualche capriccio in più poiché il piccolo principe ha sonno.
11)  Ore 20 e 30 e finalmente si va a ninna e la battaglia è finita.
Oltre ad essere finita la battaglia sei finito anche tu come essere umano pensante e cerchi un barlume di forza che ti faccia comunicare con le altre persone con un vocabolario più ampio delle 5 o 6 parole che hai utilizzato durante  tutto il giorno. Ti rendi conto invece che le cose stanno in un altro modo, il piccolo panzerotto diabolico ti ha risucchiato il cervello, lo ha ingoiato ed infine lo ha vomitato. Con un cervello ridotto in quello stato ci si fa ben poco, infatti dopo poco ti addormenti sul divano, poi ti trascini carponi nel letto e come per incanto è già l’alba, l’alba di un nuovo giorno, un intero giorno assieme a un nano da giardino di 21 mesi.

lunedì 24 settembre 2012

Tutto in 10 minuti


 Ecco quanto basta per trasformare un tranquillo sabato sera in una serata schifosissima.
Erano le otto di sera, avevo appena chiuso il negozio e dopo aver girato la chiave nella toppa mi dissi ad alta voce “ho chiuso”. Se non faccio così, se non mi dico “ho chiuso”, il più delle volte devo ritornare indietro, anche se ho fatto un bel po’ di strada col motorino, per controllare di aver chiuso per bene. Con la mente libera finalmente e con il calduccio di una bella serata di settembre mi accingevo a ritornare a casa per pianificare un progetto per la serata. Avevo parcheggiato il motorino al solito posto, accanto al terrazzino coperto del ristorante sardo. Notai un cameriere che accendeva i lumini sui tavoli mentre un altro portava una glacette con dentro una bella bottiglia di vino ghiacciato ad una coppia veramente male assortita, o forse assortita benissimo, sia l’uomo che la donna erano bruttissimi. Pensai in quel momento a chi ero io per determinare chi fosse brutto e chi bello in questo mondo, che diritto avevo io di classificare in questo modo due esseri umani intenti a bere e mangiare una cena peraltro costosissima?
Mentre rimuginavo su ciò, accesi il motorino, il motorino di mio fratello, il mio lo aveva preso M per andare a sentire il concerto dei Radiohead, vidi la spia rossa della benzina e mi ricordai di dover andare per forza al distributore. Avevo girato tutto il giorno con la spia fissa sul rosso, non volevo di certo restare a piedi proprio di sera. Aprii il portafogli e presi i 5 euro per fare benzina al self service, li misi in tasca e mi avviai.
Giunta al distributore feci un po’ di fila, poi, dopo qualche minuto arrivò il mio turno. A gestire la fila c’era un uomo indiano, quelli che ti aiutano a fare benzina e poi gli dai qualche spicciolo. In quel distributore funzionava una sola pompa e mentre mi accingevo a mettere il motorino sul cavalletto vidi l’indiano che si avvicinava alla macchinetta con 20 euro appartenenti ad un automobilista giunto lì dopo di me. E no, pensai, ma è possibile che in ogni fila che faccio c’è sempre qualcuno che per un motivo o per un altro mi scavalca? Ma sono forse trasparente? No, questa volta non l’avrei fatta passare liscia a nessuno. Così presi i miei 5 euro, chiesi permesso all’indiano (il quale mi fulminò con lo sguardo) e li inserii nella macchinetta. Aprii il sellino del motorino, svitai il tappino del serbatoio e misi dentro la pompa. Non usciva niente. L’indiano incazzatissimo mi strillava di rimettere la pompa a posto, io non capivo il perché, poi diceva “schiaccia bottone, schiaccia bottone, schiaccia bottone”, l’avrà ripetuto 100mila volte. Presa dal panico estrassi la pompa dal buco e non so come il sedile del motorino, sollevato per forza di cose, si staccò e cadde per terra. A chi non è successo che il sellino si stacchi e rovini sul suolo?
 Schiacciai finalmente il bottone giusto e feci benzina, nel frattempo l’indiano continuava a sbraitare e ripetere “se non schiacci bottone come fai?” Porca miseria, mi stava facendo saltare i nervi in una maniera incredibile. Non disposta a perdere il controllo, presi il sedile da terra e ne staccai le chiavi che lì erano rimaste dopo averlo aperto. Così mi accorsi che le chiavi erano rimaste schiacciate nell’urto e si erano storte e nel tentativo di raddrizzarle le ruppi del tutto.
L’indiano mi guardò con una certa soddisfazione e prima di menargli presi il motorino e a mano lo spinsi in un parcheggio lì vicino, per fortuna riuscii anche a mettere la catena.
“Mio fratello non avrà MAI un paio di chiavi di scorta”, questo fu il mio primo pensiero e nel colmo della disperazione presi il cellulare per chiamarlo e dargli la triste notizia “non hai più il motorino”. Magari una soluzione c’era, ma non per me in quel momento. Con il telefono in mano mi accorsi anche di essere senza credito, per avere il verdetto finale (ovvero sapere se mio fratello avesse o non avesse un doppione della chiave) dovevo aspettare almeno 30 minuti se tutto andava bene, il tempo di trovare un autobus e arrivare a casa, traffico permettendo. Quella calda serata di settembre iniziava ad essere un inferno, mentre camminavo alla ricerca di una fermata di bus sudai come nel deserto, la mia borsa che già è piena di minchiate di solito, quella sera conteneva anche il computer, un maglione ed un barattolo di marmellata di fichi.
Volevo solo andare a casa.
Arrivai intorno alle 9 con un mal di testa da guinnes dei primati, madida di sudore e molto infelice.
“Hai un paio di chiavi di scorta del tuo motorino?” glielo chiesi con le lacrime agli occhi. “Si certo” rispose mio fratello.
Me ne andai a letto alle 10, con la certezza che la testa mi sarebbe scoppiata da un momento all’altro, ma sapendo che il giorno dopo sarei andata a riprendere il motorino, sempre se l’indiano incazzatissimo  non me lo avesse distrutto per farmi uno sfregio!


lunedì 17 settembre 2012

L'almanacco delle settimana dopo



Cari amici, care amiche,
 l’odierno “almanacco della settimana dopo” scandirà i prossimi 6 giorni della nostra esistenza ricordandoci tutti gli avvenimenti più importanti del nostro prossimo futuro.

Martedì 18 settembre: si ricorda la nascita di Gabriele Gonfietto, inventore del famoso gonfiatore a piede per canotti e materassini.
Si festeggiano i santi De Fonseca e Champ, patroni e protettori delle ciabatte più puzzolenti del mondo.

Mercoledì 19 settembre: dalle ore 14 alle 15 si celebra la scomparsa del buon senso e dell’educazione, dalle 15 in poi si festeggia in maniera sregolata e selvaggia la nascita del “io dico sempre quello che voglio e quello che penso”. Per non partecipare ai festeggiamenti basta chiudersi in se stessi e ignorare gran parte della gente che c’è in giro, per sapere come fare basta rivolgersi a questo sito www.preferireinonsaperlo.com.

Giovedì 20 settembre: giornata commemorativa per il poco noto personaggio biblico Zoè, cugino di Noè, ideatore della primissima versione della paeja. Egli al contrario del cugino, invece di salvare una coppia per specie di ogni essere vivente, decise di mangiarli tutti  accompagnati da riso e vino bianco invitando tutti gli amici per una festa d’addio prima del diluvio universale. Nacque così la prima famosa paeja, la paeja biblica.

Venerdì 21 settembre: giornata nazionale delle commesse. Modalità dei festeggiamenti: 1)salutare con educazione la commessa o il commesso appena si entra in un negozio.
                         2)fare solo domande intelligenti, per esempio NON chiedere se a fine settembre ci sono ancora abiti estivi, NON ci sono in nessun posto, fidatevi.
                        3)non entrate in un negozio se sapete che quel negozio sta per chiudere proprio in quel preciso momento, tornateci il giorno dopo, lo troverete sempre lì!
                        4)un “arrivederci e grazie” è come bere lo champagne alla fine dei festeggimenti…!

Sabato 22 settembre: dalle ore 20 si aprono le danze del “più ipocondriaco sabato sera del millennio”. Si consiglia vivamente di mangiare panini con salame e maionese e bere birra in lattina possibilmente stravaccati sul divano. I programmi in tv raccomandati sono: “come collezionare antenne paraboliche durante l’adolescenza”, “ I giocatori d’azzardo più sfortunati della storia” e “ memorie di un verme villoso”. Come gran finale è d’uopo addormentarsi con il sottofondo di un film coreano.

Domenica 23 settembre: si commemora un antichissimo almanacco del 2003. A distanza di molti anni ancora si festeggia la giornata delle cose avvenute a caso.
1) La morte di JFK, morto perché casualmente si trovava sulla stessa traiettoria di un proiettile vagante.
2) La scoperta dell'America, continente in perenne movimento che nel lontano 1492 si trovò per caso sulla stessa rotta di Colombo, che si faceva abbondantemente i fatti suoi sperando di trovare le indie e finalmente andare in vacanza.
4)La curiosa scomparsa della lebbra, del tifo e della malaria.
5)Il signor Einstein che una mattina aveva fatto tardissimo e tutto trafelato arrivò in aula e disse "scusate, lo so, ho fatto tardi, ma tanto è tutto relativo" e tutti risero, poi non risero più considerando il fatto che aveva detto un cosa piuttosto seria.

Buona settimana a tutti.



lunedì 10 settembre 2012

Summer on a solitay rock



Non esagero se dico che ho passato 20 giorni delle mie vacanze appollaiata su uno scoglio come un gabbiano e non esagero nemmeno se dico che ho trascorso i più bei giorni estivi degli ultimi anni.
Con tutta sincerità nemmeno per un secondo ho rimpianto la comodità della spiaggia, le amicizie da ombrellone, la morbidezza dei cuscini della barca e cose così, gli scogli sono un posto sovrannaturale.
Oddio, sovrannaturale non è proprio l’aggettivo giusto, così dicendo sembra che ho fatto una vita ascetica alla ricerca di entità che vanno oltre il naturale, in realtà sugli scogli ho incontrato solo persone che avevano un gran bisogno di vivere a stretto contatto con la natura (compresa me), per cui la definizione esatta sarebbe  “gli scogli sono un posto pari-naturale”.  
Ho incontrato ragazzini con la fissa della speleologia, altri con la fissa dei fondali marini, pescatori provetti ed esploratori di ogni genere, ma chi di più ha saputo avvicinarsi con grande rispetto al magnifico regno degli scogli, estraendone il più intrinseco significato, sono stati i nudisti.
In molti si sono avvicendati in questo luogo ameno, con alcuni abbiamo stretto amicizia e fatto lunghe chiacchierate, fatto gare di tuffi e lunghe nuotate, ma un episodio in particolare mi ha fatto riflettere su cose del tutto fuori dalla mia mente ed ora  con un breve racconto autobiografico vi metterò al corrente dei nuovi dubbi che ho circa il genere umano.
“Nudismo o baffismo?”
Ombrellone, borsa frigo con acqua, frutta e crackers, mini cuscino gonfiabile, telo, libro, settimana enigmistica, matita con gomma, occhiali da vista, maschera, boccaglio e sono pronta per affrontare 8 ore di mare selvaggio.
Carico tutte le borse sul motorino sgangherato, senza assicurazione e senza targa di mio fratello, lo accendo e prendo un sentiero sterrato che passa i mezzo ad una pineta. Parcheggio il potente mezzo (lo appoggio ad un albero) e continuo il mio viaggio a piedi, sono carica come un mulo e penso che non sono nemmeno a metà del viaggio.
Affronto una ripidissima scalinata e al termine di questa mi accingo a scalare massi e scogli seguendo un percorso mentale e immaginario.
Dopo circa 10 minuti arrivo al MIO POSTO.
Poche rocce lisce su cui adagiare l’asciugamani e trovare un modo per far star dritto l’ombrellone, ci riesco sempre.
Mi tuffo subito, fa troppo caldo per fare qualsiasi altra cosa. Esco dall’acqua rigenerata e con nuovi graffi sanguinolenti sulle gambe, non c’è verso che non mi faccia male ogni volta che mi arrampico sulle secche per uscire, a fine stagione farò come Rambo, mi ricucirò le ferite da sola.
Sono circa le 13, il sole è allo zenit, la luce di questo momento del giorno è impareggiabile, l’acqua ha un colore spettacolare, si vede il fondale chiaro e nitido fino a 10 metri di profondità, è il momento ok per una passeggiata.
Saltello fra scogli e secche come uno stambecco, ad una persona poco esperta sembra che stia camminando su un campo minato, in realtà è molto rilassante questo modo di avanzare, è come in un rebus, bisogna pensare bene a dove si mettono i piedi di volta in volta. Mentre procedo nella mia escursione, mi viene in mente un frammento di una cosa eccezionale pensata durante la notte, una cosa così incredibile che mi ha destato dal sonno. Sono certa che fosse un pensiero profondo che riguardava la vita oppure la morte, una cosa così bella che mentre la pensavo mi sono detta “alzati e scrivi un appunto” ma non l’ho fatto perché avevo troppo sono, chissà perché le idee migliori mi vengono sempre mentre dormo!
Saltello dopo saltello mi avvicino ad una coppia immersa in una fitta conversazione, non voglio disturbare quindi mi guardo intorno per cercare un nuovo tragitto da fare. Non volendo i miei occhi si soffermano sul signore che chiacchiera con la donna.
O mio dio, il signore è nudo ed è seduto sugli scogli.  Il mio stupore non è tanto per il fatto che sia nudo, ma per il fatto che poggi le sue chiappe nude su scogli taglienti come bisturi. Ma come fa? Quest’uomo non sa che quando si solleverà avrà il culo come una carta geografica in rilievo?
Più lo guardo e più questo essere semina in me domande d’ogni genere.
O mio dio (di nuovo perché lo guardo meglio), il signore oltre ad essere nudo ha i baffi!
Come fa un uomo ad avere i baffi e a praticare il nudismo? Questa cosa mi sciocca ancor di più, nel mio immaginario un uomo con i baffi è sempre vestito in modo impeccabile. A dire il vero l’uomo con i baffi non dovrebbe nemmeno portare il costume da bagno, dovrebbe andare al mare con i pantaloni, la camicia e un panama sulla testa. Un uomo con i baffi in desabillé lo immagino solo nei film porno degli anni 70.
Anche guardare un video dei Queen e vedere l’immenso e geniale Freddie Mercury con i baffi mi fa troppo strano, non riesco ad abituarmi all’idea che si possano abbinare un paio di baffi ad una tutina elasticizzata di paillettes.
Poi la mente impazzita mi porta alla Francia del '600 di D’Artagnan, lo immagino alto, snello,con  il grande cappello con la piuma, la folta chioma sciolta sulle spalle, i baffi, gli stivaloni e poi tutto nudo…no non ce la faccio!
Non sapevo di aver tutte queste reticenze nei confronti degli uomini baffuti e mentre mi faccio tutte queste domande e per di più cerco di immaginare che il tipo baffuto sia Tom Selleck che all’epoca era proprio un bel ragazzo, mi rendo conto che sto fissando la coppia semi nudista che mi sta di fronte (semi nudista perché lei ha il costume da bagno, non è nemmeno in topless). Mi volto dall’altra parte e m’incammino verso il mio ombrellone, devo pensare! 
Non è che appena rivedrò un uomo con i baffi lo immaginerò nudo? 

lunedì 23 luglio 2012

Buoni propositi per il mese di agosto


Care amiche e cari amici, con quest’ultimo post il mio blog se ne va in vacanza, vi lascerò per un mesetto, ho bisogno di un po’ di tempo per ricaricare le pile e per poter osservare con occhio lucido e riposato lo strano mondo che mi circonda, altrimenti che vi racconto?
Qui sotto un breve elenco delle cose che ho intenzione di fare nel breve lasso di tempo di 30 giorni, riuscirò a fare tutto? Ve lo farò sapere.

1)      Il primo posto di questa mia personalissima classifica se lo aggiudica il sonno. Vorrei dormire almeno per una volta qualcosa come 12\ 14 ore di filato!
2)      Andare a pesca di totani. Uscire dal porto intorno alle 19 e stare in mezzo al mare a far finta di pescare, mentre in realtà starei tutto il tempo sdraiata a guardare le stelle a farmi domande sull’infinità dello spazio e sulla caducità dell’essere umano, fino alle 23. Poi d’improvviso vedere tra la luce fioca della luna riflessa sulle acque, il dorso di un delfino solitario, richiamarlo vicino ai bordi della barca, salirci in groppa e farmi portare nelle profondità del mare per conoscere specie marine mai viste prima.  
3)      Andare 2 o 3 giorni in Canada con il teletrasporto, visitare i grandi laghi, andare nel Quebec e fare un salto in Alaska.
4)      Scendere in spiaggia a notte fonda e farmi un bagno fra le stelle.
5)      Andare a cena in un ristorante troppo bello che sta a Sapri, costruito su di una palafitta sul bagnasciuga della spiaggia che fa molto California.
6)      Tornare da una lunga giornata di mare e fermarmi al porto a bere un aperitivo al bar.
7)      Uscire almeno una volta la sera e bere un mojito fatto come si deve.
8)      Fare 3 giorni di vita “into the wilde” con M.
9)      Passeggiare un paio d’ore, tra mezzogiorno e le due, sulle secche sotto casa mia perché non c’è niente di più bello che saltellare tra gli scogli e rompere le palle a tutti i granchi ed ai pescetti che stanno nelle conche.
10)  E per finire vorrei mangiare tutte le cose buone che fa mia mamma sia a pranzo che a cena e non ingrassare nemmeno di un etto.

Buone vacanze a tutti!

lunedì 16 luglio 2012

APOLOGIA DELLA FRITTATA


Lunedì mattina, prima di uscire di casa, ero in cucina con M a preparare come consuetudine il caffè. Mentre versavo la scura e forte bevanda nelle tazzine, i nostri pensieri all’unisono presero voce e come un’onda magnetica fatta di concetti comuni ecco quanto uscì  dalle nostre bocche “minchia, sta bombola dura da i primi di marzo, consuma pochissimo!” Naturalmente ci riferivamo alla nostra macchina del gas, che come dice la parola stessa è alimentata dal gas, ma non avendo noi un allaccio centralizzato,  utilizziamo la famosissima bombola, la quale per la nostra incolumità è situata sul terrazzo.
Poche ore più tardi un altro occulto segnale arrivava nelle mani di M.
Mentre era seduto alla sua scrivania, circondato come sempre da una innumerevole quantità di cose diversissime tra loro (cavetti, pezzi di computer, corde di chitarra, pedali per suonare, parti di amplificatori, cacciaviti, pinze, colla, tazzine e bicchieri, scatole e scatoline), dopo aver acceso il ventilatore per combattere per quanto possibile il caldo tremendo di questi giorni, giunse dinnanzi ai suoi occhi, come una foglia lenta che cadeva da un albero immaginario, il biglietto da visita (creduto perso da tempo) del signore che vende le bombole del gas.
Come decifrare questi messaggi? Qualcuno dall’aldilà voleva farci sapere che la nostra bombola stava per finire? Qualche identità sconosciuta voleva proteggerci da qualche eventuale complicazione? Non si sa!
Una volta rientrata a casa la sera decisi di preparare una bella frittata di patate e cipolle, che è sempre un piatto veloce da fare ma dal risultato assicurato. Se preferite il fascino esotico potreste anche chiamarla tapas, ma io rimango dell’idea che chiamandola col proprio nome, ovvero frittata di patate con le cipolle di Tropea, si innalzi a piatto elegantissimo e nobile.
Non so come prepariate voi, cari lettori, la frittata di patate, ma io come prima cosa taglio le patate a tocchetti grossolani e poi le friggo, mentre le patate si rosolano sbatto le uova con sale, pepe e parmigiano. Quando le patate sono quasi pronte, nella padella aggiungo anche la cipolla, questa tagliata a rondelle, la lascio appassire e poi la scolo assieme alle patate, tolgo l’olio dalla padella e nella stessa ci rimetto le patate, le cipolle e infine le uova sbattute.
Lunedì sera riuscii a fare tutti questi passaggi con facilità, poi d’incanto e senza preavviso, il gas si è spento e non si è acceso più, la bombola era finita!
“Ma come”, ci ripetevamo io e M, “tutti ci hanno detto che quando finisce il gas della bombola te ne accorgi: chi ci ha detto che la fiamma inizia ad essere blu, chi ci ha detto che inizia ad emettere un odore nauseabondo, chi ci ha detto che ogni tanto basta sollevare la bombola per rendersi conto se è quasi vuota”.
Ci mancava soltanto che qualcuno ci avesse detto che il gas ci spediva una raccomandata con ricevuta di ritorno che recitava “sto per finire, avete 48 ore di tempo per cambiarmi” e noi ci avremmo creduto.
Allora, che fare con la mega frittata che ora giaceva moribonda in una padella sempre più fredda?
Avevo solo due alternative, o buttavo la frittata oppure andavo a bussare alla porta di qualcuno dei vicini per chiedergli gentilmente di farmi  finire la cottura. Decisi di intraprendere la strada dei vicini e di non gettare tutto quel ben di dio.
Uscii sul mio pianerottolo ed inizia a bussare a tutti i vicini, ma non ebbi nessuna risposta, scesi quindi le scale e provai a bussare alla prima porta che mi si parò davanti.
“toc, toc”
Dall’interno “chi è?”
 “scusate il disturbo, sono una vicina dovrei chiederle un favore.”
“si, solo un attimo, mi metto qualcosa addosso” (la voce era quella di un uomo).
Poi non ebbi più nessun cenno di vita, sapete cosa vuol dire stare come un’ebete davanti ad una porta chiusa per circa un minuto?
Dopo questo tempo infinito sentii la voce di una donna che diceva “vabbè, vado io”.
Finalmente la porta si aprì, sempre dopo però aver fatto scattare qualcosa come 654 tipi di serrature.
 Dietro la porta-cavò trovai due anziani signori rotondetti ed anche abbastanza in desabillè!  Lei indossava una camicia da notte, lui che aveva detto ormai 5 minuti prima di andare a mettersi qualcosa addosso, aveva un paio di boxer ed una canotta bianca con uno scollo vertiginosissimo a forma di U sia sul petto che sulla schiena. In sostanza indossare una canotta del genere è una cosa del tutto inutile, cosa protegge se il petto e la schiena sono nudi? E soprattutto, il signore cosa aveva addosso prima che io bussassi, se quando mi ha aperto era in mutande? Mah!
Ad ogni modo spiegai il mio problema e loro gentilmente mi offrirono di usare la loro cucina. La loro cucina era vuotissima, dentro non c’era niente, zero, nisba, un buco nero di cucina. Sarà che io in cucina ho un sacco di minchiate -tipo 23 tipi di mestoli di legno, anche se poi ne uso sempre solo uno, però di sicuro non si sentono soli, anche se però penso che tutti gli altri mestoli odino a morte quello che uso sempre e magari vorrebbero vederlo morto, ma vabbè, non è che mi posso occupare di tutto..-
Ad ogni modo, mentre guardavo con occhi esperti l’evoluzione del colore di una frittata che sta quasi per essere pronta, il signore mi chiese se avevo bisogno di qualcosa, ed io tutta fiera e tronfia dissi di no, che tanto ormai avevo quasi fatto e che mi dispiaceva di aver riempito la loro casa di odore di frittata, ma che presto sarebbe andato via.
Ancora ignoravo il fatto che stava per nascere una nuova stella nel firmamento delle mie più grandi figure di merda.
Qualche minuto dopo misi il coperchio sulla padella, presi quest’ultima e mi avviai verso il loro lavandino per girare la frittata e per evitare di schizzare uovo sulla loro cucina. Capovolgendo la padella, sbattei contro un pensile che non avevo visto o che forse si era materializzato lì un istante prima, persi l’equilibrio, mi cadde il coperchio e la frittata mi si scamazzò tutta nel lavandino (per fortuna intonso), schizzando uovo ed olio ovunque.
In quell’attimo mi parve di vivere in un sogno, anzi in un incubo, sentivo le voci in lontananza dei miei ospiti ma non capivo cosa dicessero, dentro di me un solo ed unico mantra mi riempiva la mente “oh cazzo, oh cazzo, oh cazzo”.  
Rimasi davanti a quel lavandino paralizzata dalla vergogna, il corpulento signore mi guardava con un’aria assai strana, sul suo viso però chiara appariva un’amara  sentenza “questa ragazza è un idiota”:
Alla fine,presa da un ultimo slancio di normalità raccattai la frittata con un cucchiaio, la rimisi nella padella e con un muso da cane bastonato dissi “forse se la cucino un altro po’ si riattacca”. Così feci, poi uscì da quella cucina che ormai era un campo di battaglia e che ovviamente mi offrii di ripulire, ma i due signori dissero che non ce n’era bisogno, sono sicura che volessero sbarazzarsi di me al più presto.
Mentre salivo le scale per ritornare a casa, con la mia frittata brutta e raffazzonata, mi venne in mente una celebre frase latina “est melius iactare fritattas quod destruens coquina vicinis”, è meglio gettare una frittata che distruggere la cucina dei vicini!





NB:
La celebre frase latina l’ho appena inventata.

lunedì 9 luglio 2012

per motivi di ordine pubblico il blog di oggi è rimandato al prossimo lunedì!

lunedì 2 luglio 2012

I veri danni del caldo


Perché il caldo fa più danni alla psiche del freddo?
Perché ci sono più pazzi in giro in una caldissima giornata afosa, che in una glaciale d’inverno? Eppure le condizioni estreme (qualsiasi esse siano) creano danni incalcolabili all’animo delle persone, ma del perché facciano più danni d’estate che d’inverno non ci è dato saperlo.
Qualche luminosa e torrida mattinata fa, mentre ero con mia sorella intenta a fare non ricordo cosa, entrò in negozio una giovane donna dalla dubbia igiene personale, circondata da un’aura di mistero e di puzzo nauseabondo.
Con aria concitata guardò mia sorella dritto in faccia e le disse “voglio tutto”, quella povera sventurata di mia sorella alla quale avevo volontariamente e con un certa soddisfazione lasciato in mano la patata bollente, immaginando trattarsi di persona sana di mente (la cliente) rispose “certo, sono a sua disposizione”.
Dopo più di mezz’ora e con il negozio tutto sotto sopra e anche piuttosto puzzolente incrociai il di lei sguardo (quello della mia consanguinea) pieno di pietà e di afflizione, ella cercava da me un cenno di comprensione e di mutuo soccorso, ma l’unica cosa che trovò nei miei occhi fu uno  sguardo diabolico e ferino che palesemente recitava “cazzi tuoi”.
Più il tempo passava e più i modi della pseudo cliente si facevano violenti e bruschi, fino a quando, vedendo mia sorella annaspare nelle acque della follia, mi sentii in obbligo di intervenire pronunciando alla donna  testuali parole “hai preso troppa roba e tu non hai nemmeno una borsa dove tenere il portafogli, deduco che tu non abbia nemmeno una lira”.  Lei con l’aria innocente di chi è appena stato scoperto a rubare una mela da un albero disse “lo so, infatti io prendo tutto e lo porto a casa, poi domani verranno LORO e pagheranno tutto”. Con tutta sincerità dopo una risposta del genere anche quel minimo di incazzatura che avevo così come era venuta se ne era andata, dopo tutto questa era l’unico responso che proprio non mi aspettavo. Con calma e gentilezza le dissi “invece io ti dico una cosa: lascia tutto qui, mandi LORO a pagare e poi gli darò tutta la tua roba”. Abbastanza convinta la donna lasciò il negozio e fra noi pensammo “ok, incidente chiuso”.
Nonostante tutto, la domanda che ci facemmo per l’intera giornata e che per poco non ci fece sanguinare le meningi fu “ma chi cavolo sono LORO?”
La mattina seguente, ormai dimenticato o quasi l’accaduto, la donna si ripresentò al nostro cospetto. “Oddio è tornata” questo fu il nostro primo pensiero, poi in uno stato di semi transverberazione ella disse “sono per caso venuti LORO?”
“No, mi dispiace, ma LORO non si sono fatti vedere”, dissi con aria affabile e lei “Ma che strano, eppure gliel’ho detto, ma non sono nemmeno passati al negozio affianco, nemmeno al supermercato, né dal parrucchiere, né tanto meno alla profumeria” “ Ma che strano” dissi anche io, cercando di essere il più convincente possibile, poi tutta sconsolata se ne andò.
Era stata in tutti i negozi del quartiere, magra consolazione, ma come si dice: mal comune mezzo gaudio.

lunedì 25 giugno 2012

ODE AL DEODORANTE



Oh deodorante, 
piccola grande invenzione del genere umano errante,
tu che con sguardo invitante
stai appollaiato tra altri mille prodotti e unguenti che nella vita ci aiutano ad esser meno fetenti.
Di mille profumi le tue varietà,
alle nostre ascelle tu chiedi pietà!
Fragranze a profusione per la più calda stagione:
alla rosa canina, alla freschezza degli oceani, al cedro dell’Himalaya, ai Sali del mar morto, come darti torto?
Agli agrumi di Sicilia, alla meta piperita, al muschio bianco, blu e verde,
fra i tuoi  effluvi ci si perde.
Oh deodorante dalle mille forme è impossibile non seguire le tue orme.
In mille modi puoi apparire: roll on, con spray, senza spray, cremoso, nebulizzato, liquido, solido, trasparente e traspirante, fra qualche tempo anche frizzante.
Poi per ogni tipo di pelle ve ne sono delle belle, ma state attenti ai consigli giusti, il PH non è cacca.
Ma che cavolo, questo deodorante ne sa una più del diavolo!
E dopo mille complimenti è l’ora di cose più dolenti.
Oh uomini e donne di svariate età e provenienza, ho un problema da metter in evidenza.
Il caldo impazza e senza dar tregua prima o poi ci ammazza, ma è meglio morir di caldo che di un tanfo vagabondo.
Sopra gli autobus olezzi di mefitici rebus,
nella metro le puzze ci corron dietro,
nei negozi ( e qui mi pronuncio con cognizione di causa) non c’è tregua, non c’è pausa!
Gente di tutto il mondo, non facciamone di questo un posto moribondo.
Contribuiamo a rendere la terra una fiorita serra,
usiamo del sincero deodorante come acqua di una fonte fresca e corroborante.
Non siate troppo oculati nell’uso dei sopracitati: adoperatelo una, due o tre volte al giorno, non lesinate nell'ungere le ascelle, esse son come sorelle.
Oh deodorante dal grande splendore, salvaci dalla puzza di sudore!

Nota a piè pagina
La metrica usata in questo poemetto è frutto di lunghi e faticosi minuti di concentrazione, inoltre ho scavato fino al midollo del mio animo per partorire questi profondi ed intimi pensieri.


lunedì 18 giugno 2012

"Un'estate al mare"


Quando ero piccola di solito al mare ci portava papà. Aveva una barca molto speciale, era un gozzo in vetro resina tutto blu al di fuori e giallo all’interno. Il gozzo era piccolo, ma dentro c’era qualsiasi cosa: dalla radio al fornello per cucinare, poi c’erano tutti gli strumenti per pescare, vari giochi gonfiabili per noi bimbi, un baracchino per comunicare sia con mamma che per ascoltare tutte le conversazioni dei pescatori, un’amaca dove dormiva mio fratello neonato, un tendalino bianco e blu per proteggerci dal sole e vari materassi in gommapiuma sempre bianchi e blu per appisolarci mentre lui pescava. Le nostre giornate in barca erano infinite, partivamo al mattino e tornavamo al tramonto, papà appena usciti per mare iniziava a pescare così per pranzo preparava uno spaghetto veloce con qualche pesciolino fresco, il tutto organizzato su un trespolo in un angolino del gozzo. Dopo pranzo di solito avevamo un appuntamento in mezzo al mare con i nostri amici (anche loro in barca) e papà faceva un bel caffè per tutti, fumavano una sigaretta e poi di nuovo a fare una trainata. Su quella barca abbiamo più o meno imparato a nuotare tutti, con un metodo infallibile che papà ancora si vanta di aver inventato. In pratica si fermava su una secca, dove il fondale non era troppo profondo, dopo di che  ti prendeva in braccio e ti buttava in acqua. La sua teoria era che o imparavi a nuotare subito, oppure affondavi, ma non era un problema perché se affondavi lui ti vedeva e poi ti veniva a riprendere. Giuro che nessuno è mai affogato, nonostante gli ettolitri di acqua bevuti, il solo rischio che correva mio padre era quello di essere odiato e detestato per una giornata intera.  
Quando non potevamo andare al mare con papà allora toccava ad una delle mie zie più giovani portarci in spiaggia. Oddio, spiaggia è una parola grossa, la definirei piuttosto una piccola insenatura piena di scogli pericolosi e sporgenti, con qualche sassolino qua e là dove a stento ci entrava un’asciugamani, il tutto contornato da un’orda di bimbi indemoniati  e rumorosissimi. Le mie zie ODIAVANO portarci al mare e forse, anzi sicuramente, odiavano anche noi bambini. Prima di partire per la nostra giornata marittima ci preparavano una merenda leggera leggera, panini con mortadella, anguria, e una busta piena di ghiaccio con pesche e susine. Una volta entrate in acqua non ne uscivamo più, mai, nemmeno per mangiare, restavamo in acqua fino a che la pelle si staccava dalle mani, fino a che le labbra diventavano color melanzana, e nemmeno quando tremavamo dal freddo.
 Ovviamente la giornata si concludeva spesso in tragedia,  dopo che la zia di turno non aveva fatto altro che sgolarsi per tutta la giornata affinchè uscissimo dall’acqua almeno 5 minuti, entrava in acqua lei e dava il via ad un turbinio di schiaffi alla cieca, magari poteva prendere anche qualche bambino che non c’entrava niente, ma era troppo incazzata per vedere chi menare e chi no. Di ritorno a casa, tutte bagnate, piene di lacrime e muco, ci fermavamo un attimo sotto un albero di gelsi rossi, ne mangiavamo una tonnellata, ci sporcavamo di succo rosso fino al midollo e la zia,  che se possibile era ancora più incazzata di prima, giurava e spergiurava che mai più, ma proprio mai, ci avrebbe riportato al mare.