lunedì 16 maggio 2011

Oggi mi va di fare un esperimento.
In un futuro assai lontano e anche piuttosto improbabile ecco cosa succederebbe se un mio pezzo finisse in un libro di antologia delle scuole superiori futuristiche.
Ovviamente il curatore dell’antologia in questione andrebbe a pescare una cosa che nemmeno io sapevo di aver scritto, ma la sottoscritta non lo avrebbe mai saputo poiché il libro di antologia sarebbe stato pubblicato molto  ma molto tempo dopo la mia dipartita e quindi non avrei potuto chiamare la casa editrice per informarla del fatto che forse quella data cosa a quanto pare scritta da me non me la ricordavo proprio e che il critico aveva scritto una marea di minchiate con le sue note a piè pagina. Andrò ora ad inventarmi un brano di sana pianta e poi lo commenterò come farebbe un critico che non mi ha mai conosciuto e che sa  poco e niente della mia vita, un po’ come quando andavamo a scuola ed eravamo costretti a leggere quelle note noiosissime piene di banalità e di pippe mentali di qualcun altro.  

ACQUA DI MARZO[1]
Era in  treno e tornava a casa[2]. Guardava il paesaggio e tutto era verde marcio, tranne  il cielo che era  grigio piombo[3],  guardava dall’altra parte e osservava i passeggeri, tante facce tutte uguali[4]. E si chiedeva se pure lui[5] sembrasse agli altri esattamente uguale a chiunque. Pensava  che era una fortuna trovare qualcuno con un nasone, con un abito sgargiante o una donna o un uomo di una bruttezza o di una bellezza imbarazzante, i particolari ti saltano subito agli occhi e restano anche un per un po’ accovacciati nella memoria[6]. Si domandava poi perché alcune persone decidessero di camminare lungo i corridoi proprio quando il treno si apprestava a fare una fermata e quindi la gente che sarebbe dovuta scendere  e avrebbe  avuto bisogno di spazio per prendere il bagaglio e avvicinarsi all’uscita,  trovava qualcun altro con  una necessità impellente di urinare[7] o di andare a prendere un panino, quando probabilmente il  loro viaggio sarebbe durato ancora molte ore[8].
 E allora gli piaceva guardare come le persone si accapigliavano nei corridoi, lanciandosi occhiate piene di morte e di odio, chiedendo permesso con una voce piena di collera e quasi rotta dal pianto.[9]
Più scendeva verso sud e più il tempo peggiorava, si era fatto buio e non si vedeva più nessun paesaggio, solo il finestrino coperto da pioggia volante[10].







[1] È probabile che il testo in questione sia stato scritto proprio nel mese di marzo in una giornata piovosa, dopo affannosi studi siamo giunti  alla conclusione che le parole “acqua” e “marzo” si riferiscano proprio a questo.

[2] L’autrice sceglie di usare la parola CASA e non abitazione o alloggio. La casa ai tempi in cui è stato scritto il brano era  un luogo abbastanza capiente dove potevi vivere con la tua famiglia, aveva stanze per tutti o quasi ed era un gran piacere ritornarci dopo una giornata di lavoro. Vivendo noi ora nei cubicoli non riusciamo a capire lo stato d’animo di felicità della gente  nel ritornare a casa.  

[3] La natura è verde marcio, mentre il cielo è grigio piombo, quale accostamento migliore di colori? Non sappiamo se l’autrice avesse anche doti pittoriche, ma in questo stralcio ci offre un quadro nettissimo dei colori che doveva avere a  quei tempi il nostro pianeta.

[4] I visi della gente agli occhi dell’autrice sembrano essere tutte uguali, sarà dovuto al fatto che ella non fosse dotata di una spiccata capacità nel riconoscere le persone o perché fosse  tremendamente distratta? Non ci è dato saperlo.

[5] Egli ERA. L’autrice scrive in terza persona singolare maschile, non si è ancora certi se il brano sia autobiografico  oppure no, questo aspetto fondamentale  darebbe una svolta giusta alla chiave di lettura che è sotto studio dal 2011.

[6]  La memoria sembrerebbe essere il nodo cruciale di tutto lo scritto. Per far si che gli altri si ricordino di noi dovremmo essere tutti dei clown oppure delle top model? A quel punto cosa si cercherebbe, la normalità? Per quel che sappiamo la vita dell’autrice fu costellata di incontri bizzarri dovuti anche al suo lavoro. Va da se ovviamente fare una lettura incrociata con  il famosissimo “Sempre di lunedì” per capire al meglio la psicologia dell’autrice.

[7] In una prima stesura il verbo urinare non c’era, era stato usato il verbo “pisciare”, ma grazie ad un’attenta censura che ormai praticano tutti i mezzi di informazione il pericolo è stato scampato.

[8] L’incredulità rispetto ad alcuni comportamenti del genere umano  è sempre stato uno dei leitmotiv della vita dell’autrice. Una delle sue frasi  più famose  fu   “l’essere umano è decisamente sempre fuori luogo”, detta a gran voce ad una donna che mentre guidava, contemporaneamente  parlava al telefono, fumava una sigaretta e si metteva il rossetto. Indimenticabili le corse in scooter (ciclomotore a due ruote) dell’autrice in mezzo al traffico grazie alle quali abbiamo conosciuto uno spaccato di Roma dell’epoca.

[9] Ed ecco uscire finalmente il vero protagonista della storia, anche se sotto mentite spoglie la vera natura del personaggio vien fuori. La nostra autrice non riesce ad essere solo una spettatrice inerte della vita, ma con grande scrupolosità ecco che inizia uno studio approfondito di tutti i viaggiatori e dei  loro sentimenti. I tempi allora erano differenti, basti pensare che tutti o quasi usavano il treno per spostarsi, non come adesso che per muoversi da una città all’altra usiamo il teletrasporto. All’epoca i contatti umani erano continui ed anche se non avevi alcuna voglia di essere circondato da altre persone eri costretto ad esserlo, un treno (come in questo caso) era terreno fertile per l’osservazione e lo studio degli altri.

[10] Il racconto si chiude con una delle frasi più poetiche del nostro secolo, uno sguardo sul buio, un finestrino pieno di pioggia e nient’altro. Cosa rimane di quel viaggio in treno? Un riassunto potente ed evocativo di un  tempo ormai lontano, di una giornata qualunque vista dagli occhi di una delle autrici più introspettive della nostra storia.

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