lunedì 7 marzo 2011

Dopo aver fatto tutto ciò che dovevo fare questo lunedì mattina ora mi godo un pomeriggio di meritato riposo. Per di più ho appena scoperto di avere il programma word in inglese e quindi non posso usare i vari gadgets (tipo il correttore automatico) che uso di solito mentre scrivo e questa cosa mi manda in bestia.
Vabbè mi arrangio, vediamo cosa si può fare, il mio nuovo pc mi riserva ancora delle sorprese.
Sto cercando un’ispirazione per iniziare questo post ma questa settimana ho preso acqua a secchiate  e mi si sono infradiciati i pensieri, sono stata con mio fratello praticamente 24 ore al giorno e questa cosa è molto rilevante per quanto riguarda la mia sanità mentale.
Giovedì mentre chiacchieravamo del più e del meno....ragà, cambio computer e riprendo quello vecchio, mo esco di testa con questi tasti del cacchio, un attimo solo. Ecco, come volevasi dimmostrare ho perso il trasformatore dell’altro pc, sto per avere una crisi di nervi multimediale, ma cazzo...volevo il mio word e basta, niente di più!
Dunque, ecco di cosa parlavamo...
A casa mia avere un giocattolo nuovo era sempre considerata una richiesta estrosa,  ma ancora più incredibile era chiedere una batteria di ricambio per il gioco ormai scarico. In pratica finita la batteria finito il gioco, così fu per la mia mini macchina da cucire, per il proiettore di mia sorella,  per la macchina telecomandata di mio fratello e così via. Non ricordo se il fatto si palesava per il costo troppo alto delle batterie o per la noncuranza dei miei genitori, ad ogni modo ben presto capimmo che non era il caso farci regalare cose elettriche, tanto era inutile.
 E così ci fu l’avvento delle barbie (almeno per me) che mi piacevano moltissimo e per di più avevo mia cugina che ne collezionava tantissime ma non ci faceva giocare mai nessuno. Allora per il mio compleanno mamma me ne regalò una, era la “barbie college”, tutta di bianco vestita, con una folta chioma di capelli platino ed un fiocco rosa sull’abito da far girar la testa. La portavo ovunque, mi piaceva da morire, finchè un giorno mia sorella presa da un raptus di follia (cosa che capitava più e più volte al giorno) me la rubò e la fece sparire per delle ore. Quando me la restituì notai che il bel faccino della bambola era tutto sfigurato, cosa mai era potuto accadere? L’aveva morsa tutta quanta dicendomi che così era più credibile dal momento che per l’età indicativa della barbie (circa 16 anni) doveva avere per forza l’acne giovanile, solo così il gioco poteva sembrare più veritiero. Io avevo una barbie con l’acne, mi aveva così convinta che fosse una cosa fica che quando la mostrai a mia cugina collezionista fece una smorfia così disgustata che piansi tutte le lacrime che avevo.  Mia sorella dopo questa nefandezza ebbe  solo barbie tarocche, quelle di plastica scadente, senza la mobilità degli arti e dei capelli da schifo. Mentre per me ce ne fu un’altra (seconda e ultima barbie della mia vita) detta anche “barbie rockstar”. Giocare a barbie consisteva nell’arredare una casa dalle pareti immaginarie, fare finta che una delle bambole fosse  uomo che poi si scopriva essere donna che poi in fine  era gay e tutti vissero felici e contenti!
Poi ci fu il momento dei pattini, potevamo mai vivere senza pattini? Certo che no, soprattutto in un posto come Maratea dove le strade in piano e senza fossi non esistono. Così andavamo sui pattini soltanto nel ristorante di mio zio, che era grande di certo ma dopo averlo percorso per tre mesi consecutivi non ne potevamo più. Idem per le biciclette, eravamo troppo scapestrate per andare per strada da sole, così sempre nella sala esterna del ristorante di mio zio avevamo organizzato il giro d’Italia. Ho avuto le ginocchia e le mani sbucciate per anni, ma guai a dirlo a mamma, che se scopriva che avevo rotto i pantaloni mi dava pure il resto.
Ero una bambina selvatica e se ci penso ora mi faccio tanta tenerezza, se giocavo con un ramoscello per più di 10 minuti mi ci affezionavo e poi me lo portavo pure a casa. Se c’era vento forte e volevo giocare all’aperto mamma mi diceva di riempirmi le tasche di sassi perchè ero così leggera che potevo volarmene via e io pedissequamente mi tenevo le pietre in tasca fino a sera, poi mi sembrava così una brutta cosa buttarle via che me le portavo in camera, in fondo quelle pietruzze mi avavevno salvato la vita, come potevo lasciarle fuori al freddo e al  gelo?
Poi nacque mio fratello, che da quel momento in poi fu il mio cicciobello personale in carne ed ossa e mia madre spesso me lo lasciava tenere anche da sola, certo che era veramente una donna coraggiosa! Una sola volta stavo per ucciderlo, ma tanto non è successo per cui possiamo farci anche una risata raccontando la dinamica dell’incidente. Ero al parco giochi con mia cugina e il piccoletto. Noi ci facevamo abbondantemente gli affari nostri  mentre mio fratello si aggirava tra le giostrine. Mia cugina mi spingeva su un’altalena , mi spingeva fortissimo e io planavo come un uccello, salivo e scendevo, e così numerose volte, fino a quando nella mia traiettoria di discesa vedo mio fratello fermo immobile davanti a me. Inutile dirvi che non tentai neppure di fermarmi, tanto era inutile, così lo presi in pieno, ma proprio in pieno volto! Scesi come un lampo dalla segiolina e mi diressi verso quel piccolo ammasso di carne e sangue che giaceva per terra. “L’ho ucciso” questo pensai sulle prime, poi mi accorsi che piangeva, lo presi in braccio e lo portai a lavare sotto una fontana, da lì iniziò il processo anche detto “lavaggio del cervello”. Non ero stata io, non ero stata io, era capitato altrove e io non me ne ero accorta. Per  creare una verità artificiale ad un bambino di 3 anni ci vogliono 10 minuti, garantito! Glio ho detto come erano andate le cose parecchi anni dopo, questa cosa me l’ha insegnata mia sorella, che a tal proposito potrebbe scrivere un compedio intitolato :
Tomo primo: -Come tentare di uccidere una sorella senza farsene accorgere da nessuno.
Tomo secondo: -Storia del lavaggio del cervello dalle origini ai giorni nostri, ovvero come manipolare la realtà.
Tomo terzo: -L’arte di trovarsi in situazioni pericolosissime e mettere a repentaglio la vita di persone a te care.
Nonostante tutto credo di aver avuto un’infanzia felice e serena, ricca di colpi di scena, pochi giocattoli ma felicità a go go!


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