lunedì 3 gennaio 2011

Che faccio, inizio con la solita solfa dei buoni propositi per l’anno nuovo oppure vi racconto una storia? 
Ok, vada per la storia.
Quando ero piccola passavo quasi tutti i pomeriggi a casa delle mie cugine, le quali vivevano oltre che con i loro genitori (che non c’erano quasi mai perché avevano ed hanno il ristorante) con una zia ed una vecchia nonna.
Io, mia sorella e le mie cugine giocavamo sempre insieme inscenando spesso e volentieri i classici giochi da bimbe: mamma e figlia, famiglia ricca contro famiglia povera, piccolo teatrino di giovani attrici squattrinate, la vera vita di Anna Frank,  la vecchia zia che si ritrova con tre nipotine orfane, il lontano parente emigrato in America che ritorna al paese ma non ricorda più l’italiano, il misero gruppetto di partigiani inseguito da sanguinari tedeschi nei boschi cersutari, Ulisse che affronta le mostruose arpie, il rapimento di ciccio bello da parte dell’anonima sequestri sarda, eccetera eccetera.
Se la stagione lo permetteva i nostri giochi si svolgevano all’aperto, magari in giardino oppure nei boschetti limitrofi alla casa, ma d’inverno c’era poco da fare, bisognava stare dentro al calduccio.
Avevamo a disposizione una casa intera e non eravamo controllate da nessuno, ma in una stanza della casa ci era vietato entrare, quella della nonna e della zia (che dormivano assieme). 
Indovinate un po’ noi dove stavamo sempre? Esattamente in quella stanza e sapete perché? Perché era terrorizzante!
Era buia, appena illuminata da due  ceri  posti sotto due nicchie contenenti una Maria Vergine, l’altra Maria Addolorata, la prima vestita d’azzurro con una vaga espressione di beatitudine, l’altra vestita di nero con una chiara espressione di dolore e angoscia. Ovviamente le nicchie erano posizionate proprio sopra i due letti, dalle testate nere intarsiate e dai copriletti di broccato verde scurissimo. Le statuette erano bellissime e molto veritiere, pezzi antichi di chissà quanti anni, con abiti cuciti a mano e tutti ricamati, ma viste in quel contesto erano un po’ inquietanti. 
Tutte le pareti della stanza erano tappezzate da cornici con foto in bianco e nero di parenti deceduti anche 100 anni prima: zii, zie, cugini, fratelli o sorelle. I soggetti delle foto sembravano attori degli anni trenta, le donne con acconciature alla Rita Hayworth  e con sguardi languidi e trasognati, gli uomini invece avevano tutti dei baffoni e basette precisissime, le sopracciglia ad ali di gabbiano ed erano in divisa (tutti morti in guerra, come si diceva allora e come purtroppo si dice ancora).
Solo da grande ho scoperto che le foto erano ritoccate e che le mie cugine in realtà non avevano parenti bellissimi come gli attori di Hollywood. Ora che ci penso anche a casa di mia nonna materna c’era un’unica grande foto delle mamma di mio nonno e tutti lì a dire che somigliava a questa o a quell’altra figlia, in realtà non somigliava proprio a nessuno perché era totalmente ritoccata, ma nessuno se ne faceva capace e per forza a qualcuno doveva somigliare.
In mezzo a tutte queste foto c’era anche un quadretto di Santa Lucia che era super angosciante e anche un po’ splatter. La Santa in primo piano con le orbite vuote e  con in mano un vassoio contenente i suoi occhi, restavo a bocca aperta nel guardarla non tanto per la potenza evocativa del ritratto, che non capivo ovviamente, ma per l'orrore che mi suscitava. Tutt’intorno alla cornice varie immaginette di santi di gran lunga meno tragici della povera santa Lucia.
Poi c’era un armadio scuro con al centro un’anta fatta di specchio malato, tutto pieno di chiazze gialline e opache che rifletteva immagini tutte deformi,  guai a specchiarti lì, con quella luce fioca se ti guardavi in quello specchio poteva venirti un infarto dalla paura.
Sotto una finestrella, sempre accuratamente chiusa, c’era una cassapanca che conteneva un corredo mai usato che in realtà era della zia che viveva con loro, ma che nei nostri racconti era di qualche parente lontana morta in circostanze misteriose e con qualche storia sordida alle spalle. C’erano camicie da notte di chiffon color pesco e azzurre, poi lenzuola e cose che ormai non ricordo più. Il gioco più eccitante era quello di indossare ognuna di noi una camicia da notte e svolazzare nella stanza fingendo di essere il fantasma di questa parente, quale modo migliore per esorcizzare la paura?
 Ma la cosa che più mi faceva spavento era una quadro che stava sulla parete al centro dei due letti, un’antica stampa che raffigurava l’inferno, il purgatorio e il paradiso. L’immagine era color seppia, anzi per la precisione dava più sul verdone e il grigio. Dunque, la parte più grande (quella dal basso) rappresentava l’inferno, pieno di anime dannate tutte scarnificate con smorfie facciali aberranti, ognuna di esse era in pose contorte e sofferenti, fiammelle in ogni dove, demoni cattivissimi che facevano la guardia e un groviglio di corpi  dove a stento riconoscevi un arto o una testa. Una cosa agghiacciante! 
Poi con lo sguardo salivi un pochino e c’era il reparto Purgatorio, dove i corpi  diventavano meno chiari, era tutto annebbiato e si faceva più aleatorio. Diciamo pure che  essendo la struttura del dipinto a forma di piramide o montagna già il purgatorio occupava meno spazio dell’inferno.
Alla’apice della piramide, sul cucuzzolo di questo monte c’era solo la Madonna, solo lei e basta.
Possibile che il Paradiso non avesse bisogno di più spazio? Possibile mai che nessuno meritasse di andarci in Paradiso?
Non venendo da una famiglia particolarmente cattolica, nessuno mi aveva spiegato come in realtà funzionava la cosa. E lì io che mi arrovellavo su questo dilemma, tutti saremmo andati all’inferno, qualche fortunato in Purgatorio e nessunissimo in Paradiso?
Quel quadro oltre a farmi una paura pazzesca mi aveva messa di fronte ad una realtà terribile. Che fine spaventosa ci toccava!
Non ne parlai mai con nessuno, in primis perché non  potevo dire dove avevo visto quel quadro dal momento che ci era vietato entrare in quella stanza,  e poi perché alle domande sui misteri della fede mi rispondevano sempre allo stesso modo “è così e basta”.
Qualche anno dopo, quando ho capito che il Paradiso era ubicato in cielo, mi sono chiesta perché in quell’immagine proprio il cielo occupasse soltanto un quinto dello spazio a disposizione, la risposta mi è tuttora oscura…sempre i soliti misteri della fede!
Non ho idea di che fine abbia fatto tutta la roba di quella stanza, se le mie cugine abbiano conservato qualche ritratto, se quel baule pieno di biancheria esista ancora, se quel quadro che mi ha impaurita così tanto non sia andato perduto e soprattutto non so dov’è il limite fra i miei ricordi e la mia immaginazione di bambina,  ma per me va bene così, se no che ricordi sono?

Nota a piè pagina
All’età di otto anni (credetemi) ho abbracciato la scelta dell’ateismo indipendentemente dalle influenze esterne e dalla mia giovane età,  è stata la prima decisione importante della mia vita.


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