lunedì 29 novembre 2010

La postazione di scrittura di oggi è un po’ inusuale. Sono in treno, torno a casa (a Maratea) dopo circa tre mesi.
Sono in un vagone con 5 americani (1 ragazza e 4 ragazzi) che da quando il treno è partito, un’ora più o meno, hanno bevuto 2 bottiglie di rum e cocacola e qualche lattina di birra. L’unica cosa che vorrei precisare è che è soltanto mezzogiorno. Per fortuna non sono molesti e chiacchierano amabilmente di problemi politici e di università, almeno credo, non ho una buona conoscenza dell’inglese. Se li vedesse qualcuno dall’esterno avrebbe dubbi a credere che hanno bevuto tutto quell’alcool ed essere (o sembrare) lucidi. Non ho nemmeno messo le cuffie nelle orecchie perché mi pace ascoltare le conversazioni in altre lingue. Mi piace osservare le espressioni del viso, il gesticolare delle mani per provare ad indovinare ciò che si dice. Comunque il componente più micidiale del gruppo è la ragazza che solina soletta si è fatta più di mezza bottiglia. Minchia che invidia, io sarei già svenuta, le adoro queste cose così “americane”. Sono scesi a Napoli, poverini, non sanno cosa li aspetta, muri di monnezza e gente comprensibilmente incazzata, magari sono così ubriachi che manco se ne accorgono.
Sono proprio contenta, non vedo l’ora di arrivare a casa e farmi coccolare da mamma e papà, quando si è grandi questo genere di cose si apprezzano di più.
In questi giorni mi sono accorta che il mio amatissimo PC mi sta abbandonando, praticamente mezzo schermo si è annebbiato,  si spegne spesso da solo e ogni volta perdo i documenti e li trovo in posti inaccessibili. Gli voglio bene a questo PC, mi ha scritto la tesi di laurea, l’ho riempito di foto e di musica e poi è bello. E’ pieno di figurine, di tabacco, briciole e cenere. Lo so che le cose che ci sono dentro le posso mettere in un altro computer, ma non sarebbe la stessa cosa. M dice che è durato pure troppo, ma per lui la tecnologia non ha un amina, M certe volte è senza cuore.
Ho deciso che mi spingerò a compiere l’estremo passo quando tutto lo schermo si sarà oscurato.
A lavoro il Natale si sta avvicinando in modo inesorabile e si palesa dal fatto che la quantità di pacchi regalo che devo fare tutti i giorni si è triplicata. La cosa che odio non sono i pacchi da fare, ma la gente che mi fissa mentre li faccio e regolarmente mi si intrecciano i nastri, mi si strappa la carta oppure ne taglio troppo poca. Per non parlare poi di quelli che mi suggeriscono gli accostamenti di colore tra carta e nastri, io sorrido sempre, ma siccome i pacchi li faccio io decido io come farli. Magari mi propongono un ansamble vomitevole e non so mai dove trovare la gentilezza per dire che mai e poi mai farei una cosa del genere.  Mi innervosisco perché se non sto sotto  pressione faccio dei pacchi da paura, bellissimi, che se lo ricevessi io un regalo con quel pacchetto mi dispiacerebbe aprirlo.
Mercoledì ho rivisto dopo tanto e troppo tempo la mia amica Enrica che ormai vive negli Stati Uniti. Siamo stati tutti a casa di mia sorella a cena ed è stato piacevole e romantico ricordare avvenimenti  comuni della nostra infanzia e farci delle risate grasse e genuine. I racconti che provocano da sempre maggiore ilarità  sono sempre le mie rocambolesche cadute dal motorino; del numero imprecisato di SI che ho distrutto e di quella volta che io e Ire, il nostro primo giorno di motorino in una  Fiumicello deserta ( era novembre), ci siamo tamponate a vicenda.  Senza mai dimenticare l’ultimo giorno di scuola (forse era il secondo liceo) che, dopo aver accompagnato a casa il mio amico Ginetto, mi sono schiantata contro la montagna dell’Armo rovinandomi tutta l’estate perché non avevo più un motorino per uscire la sera.
E poi giovedì per prepararci ad un periodo duro sono arrivati i classici 40 scatoloni di oggettistica da prezzare e sistemare. Mio fratello devo dire che certe volte è geniale, ci ha costrette a lavorare con un sottofondo di musica raggae tutti il giorno. Il risultato è garantito, lavori molto meglio e con più serenità. Mi verrebbe da dire anche con più leggerezza ma farei un torto a mia sorella che essendo molto incinta la leggiadria l’ha dimenticata.
Venerdì una ragazza mi ha raccontato una storia incredibile, ha fatto vacillare la certezza assoluta che ho sul fatto che i miracoli NON esistono. Era al maneggio, un cavallo si è impennato e praticamente  una zampa (e non dimentichiamoci lo zoccolo) le è finita in testa e l’altra (lei era già a terra svenuta) sul lato destro del viso. Mezza faccia sfondata. Lo sapevate che un cavallo pesa fra i 600 e 700 chili? Quando l’hanno portata in ospedale i medici pensavano che avesse perso l’occhio, il naso era inesistente e aveva un ematoma sulla testa tipo cocomero. Bèh dopo 4 ore di intervento il viso è ritornato come nuovo e dopo circa quindici giorni il versamento nell’occhio è scomparso, come anche l’ematoma sulla  testa.  Cazzo che esperienza!
Visto che gli americani sono scesi mi concedo un po’ di musica, accompagna queste righe un Ivano Fossati d’annata con  “Panama”.
Non posso fare a meno di pensare a mio fratello e M a casa da soli. Per festeggiare la mia partenza avranno fatto la stessa danza che facevano le scimmie in “2001 odissea nello spazio”, regrediranno fino a diventare l’anello di congiunzione tanto studiato dalla scienza. Lasceranno tracce di cibo in ogni dove e per comunicare grugniranno come i maiali. Che scena orrenda, il solo pensiero mi fa rabbrividire!
Sabato sera dal momento che non siamo usciti ho deciso che vedere un bel film leggero era il meglio che si potesse fare. La scelta è caduta su di un film appena uscito che dal trailer sembrava piuttosto divertente. “Stanno tutti bene” è il titolo e il protagonista è Robert Deniro, penso che sia un film di una tristezza quasi assoluta e  di una pesantezza spropositata! Un sabato sera all’insegna della malinconia.
Stamattina, oggi è lunedì, mi sono svegliata con un sottofondo di musica classica  e una fragranza di crostata all’arancia che mi ha fatto sentire in paradiso!  Sono scesa di sotto ed ho trovato la tavola imbandita e cani di papà che mi hanno accolta come la regina assoluta della casa. In verità però fanno così anche se non ti vedono per 10 minuti, per esempio se vai in bagno e poi ritorni in soggiorno ti fanno sempre delle feste commoventi. Inoltre  ai cani di mio padre manca soltanto una sigaretta in bocca per essere proprio identici a lui!
Subito dopo colazione siamo andati a fare un giro a Praia e in un negozio mio padre voleva comprare a tutti i costi un mischia carte elettrico. Io gli ho detto: “papà, ma nessuno gioca a carte a casa!” e lui “ vabbè, che c’entra, comunque è bellissimo”. Poi mia mamma si è come dire inalberata  e non glielo ha fatto prendere. Quando lui va a fare la spesa da solo porta degli oggetti a casa che possono definirsi “mai più senza”.
C’è cattivo tempo, il mare è grosso e piove spesso, ma che mi frega, sto a casa mia, con i miei genitori e col sedere quasi dentro al caminetto!

lunedì 22 novembre 2010

Direi proprio che è iniziata la stagione delle piogge. Benché non ci troviamo in un posto col clima equatoriale Roma sembra l’Amazzonia, dove però gli alberi sono diventati i palazzi!
Voglio rendervi partecipi del disagio che provo quando devo andare in motorino, ovvero sempre. Sono abbastanza equipaggiata, ho sia l’impermeabile che la copertina montata sul bolide, ma quando c’è un acquazzone non c’è niente da fare, l’acqua ti arriva dentro le ossa. Questa settimana è piovuto tutti i giorni, incessantemente, dalla mattina alla sera, un altro po’ e sotto i vestiti facevo i funghi. Ho attraversato pozzanghere così profonde che quando ne uscivo non ci potevo credere; le altre macchine mi hanno sommerso di schizzi fetenti che se non mi è venuto il colera è stato un miracolo; in via Spallanzani ho potuto verificare per la prima volta il fenomeno di acquaplaning,  mi sono terrorizzata quando ho sentito il motorino che se ne andava per i fatti suoi e … questo è solo l’inizio dell’inverno. Dite che mi daranno una medaglia d’oro per la disciplina “corsa sul motorino sotto la pioggia”? Spero solo di non essere ritrovata come un legno alla deriva in una cunetta della Tiburtina.
Al tempo di merda sono corrisposti giorni di una noia mortale, la noia mi fa diventare un’ameba. Avrei strisciato e grugnito da lunedì  a sabato. L’unica nota positiva è stato il mio walkman (è un i pod ma io lo chiamo walkman) che tutti i giorni fra 11 ore di musica mi ha fatto ascoltare sempre lo stesso brano pure essendo su modalità random. È evidente che sentiva il mio malessere, il brano in questione è “Funky raggae party”. Posso dire per certo che è la canzone che preferisco di Bob, per cui anche se ero sotto una pioggia torrenziale immaginavo con profonda convinzione di essere in Giamaica a fare la corista di Bob Marley. Molti di voi sanno già  che il mio sogno era quello di essere una delle coriste di Tom Jones (sto lavorando a un saggio  a tal proposito), ma devo dire che pure di Marley non mi sarebbe dispiaciuto. Avrei senz’altro usato la stessa parrucca che immaginavo di usare per Tom Jones, una bella parrucca afro, avrei dovuto cambiare però gli abiti. Abbandonare la mia bella tutina elasticizzata di acetato verde smeraldo e indossare magari un bel caftano lungo lungo più adatto al costume reggae e infine rimpiazzare i passi di danza pop convulsi con dei movimenti più tranquilli e cadenzati. Il mio lavoro sarebbe stato estremamente duro e sfiancante, pesanti responsabilità pesano sulle  spalle delle coriste. La riuscita vera e propria di un concerto dipende in gran parte da loro, dall’impegno che tutte le sere mettono a disposizione del pubblico intero. Essere corista è una dote naturale, non lo diventi, lo sei fin dalla nascita. E’ una missione, una presa di coscienza. Sei la regina delle vocali, una A e una O al posto giusto rendono il pezzo soave e gradevole alle orecchie di chi ti ascolta. Bob Marley (e anche Tom Jones) mi avrebbero apprezzato tantissimo e avrei avuto anche un nome d’arte che sarebbe stato Judit. In vecchiaia avrei scritto una biografia “Memorie di una corista”, dovrei avrei descritto con dovizia di particolari la vita dissoluta che si fa quando vai in tour. Ecco a cosa penso quando mi annoio!
Al lavoro si sono avvicendati  una serie di personaggi dalle sembianze fiabesche che mi hanno fatto credere più di una volta di vivere in uno dei miei universi paralleli mentre invece mi trovavo nella realtà.
Mercoledì una coppia di persone anziane mi ha portato ad  apprezzare il senso dell’umorismo che hai quando hai passato una vita insieme. Lei dice “sono così grassa che non riesco ad indossare niente…dovrei morire per questo” e lui risponde “ma no, dai, morire no…forse dovrebbero soltanto ucciderti”.
E poi si sono fatti una bella risata!
Giovedì tre generazioni a confronto: nonna, figlia, nipote. La nonna sembrava Pamela Anderson, tutta rifatta: labbra, occhi, zigomi, capelli, collo, naso, tette, culo…incredibile. Non posso nemmeno dire che era brutta, era barbie ma con le mani della strega cattiva e aveva una sola espressione facciale, quella meravigliata (a causa del lifting). La figlia era normale, però fra le due sembrava la sorella più grande e sfigata.
Venerdì signora vecchissima che mi chiede: “mi mostra le decorazioni natalizie?” Il negozio è praticamente una decorazione natalizia, sono appese ovunque, in ogni angolo, per terra, sul soffitto, ogni tavolo è ricoperto da angioletti, renne, stelle dorate, neve finta, ali, palline e quant’altro. L’unica cosa NON natalizia ero io. Sarà stata così attratta da me che non ha notato nulla di tutto ciò che la circondava?
Sabato ormai il tedio aveva fatto man bassa ed ero così appallata che mi veniva da piangere. Per fortuna ho sentito mio padre che si stava divertendo come un matto con mio (suo anche) nipote che non vedeva da troppo tempo. Cosa fa un nonno (normale) amorevole con il suo piccolino? Lo protegge dai mali del mondo, lo porta al bar a prendere il gelato o in edicola a comprare le figurine. Ma per il nonno in questione le priorità sono differenti, chi  poteva iniziare un piccolo bimbo alle arti  pirotecniche se non egli stesso? Così ha contagiato anche il bambino con la sua passione per i botti e i fuochi d’artificio, sparando all’impazzata anche se manca più di un mese per il Natale!
Per la serata M aveva organizzato per andare a vedere il concerto dei “ A toys orchestra” che sinceramente non avevo mai sentito. Ritornando al discorso musica ho ideato un paradigma: una donna in un gruppo, che non sia però la figura di spicco,  accresce le possibilità di successo del gruppo stesso. Il gruppo in questione era formato da 4 ragazzi ed una ragazza, la ragazza suonava le tastiere e la sua posizione sul palco non era centrale bensì laterale, quasi defilata. Morale della favola, oltre sicuramente ad aver ascoltato un’ottima musica, l’ottanta per cento degli essere umani maschili stava lì per vedere la bella mora che si muoveva flessuosa. Questo è puro marketing, consiglio a tutti voi amici che fate parte di una band di scritturare immediatamente una bella ragazza e farle  suonare qualcosa, anche se per finta!
Domenica mattina mi ha svegliato un verso gutturale che proveniva dal bagno, mio fratello anche chiamato “avere vent’anni”, stava vomitando. La cosa più divertente è che quando gli ho chiesto cosa avesse bevuto la sera prima  mi ha risposto “credo che sia un virus”. Questo virus, chiamato “alcoolvomitex”, lo colpisce praticamente tutte le volte che fa le quattro del mattino e gira tutti i pub di Sanlorenzo con gli amici. Mi chiedo perché il virus si accanisca in questo modo proprio con lui, esisterà un vaccino?
Per concludere degnamente la settimana non ha fatto che piovere tutta la domenica e l’unica cosa da fare era stare intabarrati dentro casa. Ho voluto però preparare un pranzo domenicale poiché tutte le volte si fa tardi e non mangiamo mai  e poi nel pomeriggio ci sfondiamo di mignon. Allora cosa c’è di meglio di pollo, patate e piselli? In ogni caso dopo pranzo un vassoio di dolci non ce lo ha tolto nessuno! Evviva!

lunedì 15 novembre 2010


Non ho mai compreso la smodata passione di mio padre per il calore. A casa mia, a Maratea intendo, in inverno la temperatura media è di circa 25 gradi. Oltre ad avere due caminetti, abbiamo a disposizione anche diversi impianti di riscaldamento. In primis, quello che fino alla settimana scorsa era in non plus ultra dell’ingegneria del riscaldamento, è composto addirittura da uno dei due camini. E’ comunemente chiamato termo camino, una caldaia che grazie ad un sistema di tubature riesce a riscaldare tutta la casa.  Il secondo sistema è quello a gas e infine troviamo quello parzialmente elettrico (al quale si arriva solo in casi limite).   Il primo sistema funziona (o funzionava) bruciando una quantità imbarazzante di legna tutto il giorno e tutti i giorni ( la foresta Amazzonica più o meno), ma  raggiungere la temperatura  desiderata è tremendamente dispendioso sia in termini di denaro che in termini ecologici. D’altra parte gli Umpalumpa boscaioli di papà si sono licenziati poiché hanno preferito unirsi ad un circo d’avanguardia  che passava da quelle parti.
In via teorica questo impianto a legna dovrebbe riscaldare anche l’acqua, ma non so come sia possibile, non c’è stata una volta, nemmeno una per esempio, che mentre mi facevo una doccia non sono rimasta congelata oppure ustionata nel giro di pochi secondi. Ho avuto paura di lavarmi per un bel po’ di tempo, poi siccome è successo anche a papà non ha potuto continuare a negare l’evidenza ed ha istallato uno scaldabagno. Per lui lo scaldabagno è un’eresia, a causa dell’elevato costo dell’elettricità si giunge all’uso dello scaldabagno solo in casi limite, tipo: disboscamento dell’intero pianeta oppure totale assenza di gas metano dal mondo.
Ho citato il gas metano non a caso, infatti, è il secondo, ma non meno importante metodo di riscaldamento. Se fosse esistito, mio padre, avrebbe voluto un bombolone di metano  pari al  diametro di una piscina olimpionica, per nostra grande fortuna non tutti i sogni sono avverabili e ci si accontenta anche di poco. Ha acquistato il bombolone formato gigante per il quale abbiamo dovuto scavare una buca in giardino che pare una voragine simile ai buchi neri stellari. Con il metano raggiungiamo facilmente i 25 gradi centigradi, ma ciò ancora non basta a soddisfare le sue ambizioni.
 Martedì ha comprato –tum tum tum tum- (rullo di tamburi) una  STUFA A PELLET.
Ennesima diavoleria che lui è certo gli farà raggiungere i tanto desiderati 26 gradi. E’ così preso dal nuovo giocattolo che ha addirittura ventilato l’idea di smontare il termo camino, allargare a dismisura la bocca di questo per poterci cucinare dentro più comodamente (arrostire carne, pane, formaggio). Mi ha detto che la stufa è un po’ brutta da vedere ma va come un vulcano. Pare sia molto conveniente, il pellet a parità di volume riscalda  il doppio della legna. Questo significa una sola cosa, mio padre non saprà fermarsi e quando si accorgerà che potrà anche superare di molto i 26 gradi inizierà a bruciare così tanto pellet che spenderà il doppio di prima. Un pensiero oscuro mi annebbia il cervello, non è che mi ritrovo i genitori cremati?
Mercoledì mattina  mia sorella, che chiamano anche in giro per il mondo per seminari di diplomazia e calma ascetica, stava accompagnando il bimbo a scuola quando incrocia  una signora che guidava parlando al cellulare. La scena si svolge in questo modo: signora in macchina molto molto grande (un suv a quanto pare) che parla al cellulare, accanto a lei colf filippina. Mia sorella nella seicento( per cui mezzo metro più in basso rispetto al suv) ferma nel traffico, inizia a fare “le mosse” alla signora al telefono. “Le mosse” vuol dire che cercava di farne una caricatura grottesca imitandola nei modi e canticchiando “gne gne gne”. La signora filippina quando si accorge di questa folle nella macchina accanto (mia sorella), chiama la sua “datrice di lavoro” e le mostra col dito cosa succede.
Urge il dialogo:
Signora: “ma che vuoi?”
Sorella: “non si parla al cellulare quando si guida, è pericoloso”
Signora: “fatti i fatti tuoi”
Con quest’ultima frase la signora ha segnato il suo destino, quello dei suoi  capelli biondi finti, dei suoi  jeans stretti dentro gli stivali e anche del suo cherokee.
Sorella: “sono fatti miei se uccidi qualcuno, stronza, tu e sta macchina di merda, mo ti regalo dieci euro così ti compri un auricolare, io ho un figlio in macchina al quale devo dare degli esempi e se incontro una scema come te che gli devo dire? Vedi a mamma che teste di cazzo ci sono in giro!?” Tutto questo detto urlando con la schiuma alla bocca, il fumo che usciva dal naso e gli occhi iniettati di sangue. La signora si è spaventata così tanto che è scappata  sgommando e strillando “questa è pazza”. Per sua fortuna è riuscita a guidare così tanto che quel mastino di mia sorella non l’ha più trovata, se no erano veramente cazzi! (scusate il francesismo).
Giovedì pomeriggio non si muoveva una mosca al negozio, quando irrompe un signore sulla sessantina che mi chiede il prezzo di un oggetto, la miniatura di un camioncino wolkswagen con sul tetto delle tavole da surf, sapete quelle cose un po’ hippie. Non ascolta nemmeno la risposta, che inizia un monologo di quindici minuti che recitava più o meno così: “ Sa, io sono stato il primo ad andare in surf in Italia, li disegnavo anche con un mio amico, facevamo un sacco di gare e un sacco di soldi. Ho avuto un sacco di macchine bellissime e pure le motociclette, ho viaggiato in tutto il mondo, mi sono divertito da morire. Mio nonno era un notaio lucano e tutti i miei parenti erano avvocati, per cui anche io lo sono diventato. Poi ho vissuto a Livorno con uno zio  che era un matematico dell’esercito, si occupava di balistica, era un genio folle. Poi nuotavo tantissimo e mia zia preparava dei dolci buonissimi, ho avuto un cane molto intelligente, nel Circeo c’era un albergo dove si mangiava benissimo. Il sud d’Italia è il  posto più bello del mondo, ho avuto una vita molto affascinate ed ho incontrato tanta gente strana, ma quanto mi sono divertito non posso nemmeno descriverlo.” L’ho interrotto solo perché è entrata una rompiscatole di cliente che mi ha chiesto una minchiata e avrei voluto cacciarla via perché il signore del surf era troppo interessante. Aveva uno sguardo infuocato e gli occhi vispi da bimbo. Non so se fosse starfatto o fosse solo un po’ pazzo, fatto sta che quando è andato via mi è dispiaciuto, speriamo che torni!!
Il fine settimana lavorativo è stato un po’ moscio, venerdì mi hanno raccontato una serie di storie tragiche e tristi con finali così scoraggiati che mentre tornavo a casa mi sono comprata una bottiglia di vino bianco per cena e l’ho bevuta quasi tutta da sola. Non è che mi sono proprio ubriacata, il vino era delicato, però mi sono sentita un pochino alleggerita dai mali del mondo e non ho nemmeno cazziato mio fratello che continuava a stare con le scarpe in casa. Qualche giorno fa il capo supremo di questa dimora (cioè io) ha varato una legge che impedisce a tutti gli inquilini (M e mio fratello) di stare con le scarpe in casa, optando per una più igienica ciabatta per tutti.
Per non abbandonare il discorso scarpe, mia sorella mi ha regalato degli stivali stilosissimi, quelli tutti imbottiti che sembrano pantofole da montagna. Mio fratello ha detto che così le mie gambe sembrano le zampe di un cavallo nano, per la precisione di un poni; è stato gentile vi assicuro, mi dice delle cose molto peggiori!
Domenica sono stata quasi tutto il giorno in posizione orizzontale, è sempre bello ricordare di vedere il mondo da un altro punto di vista. M ha guardato tutto lo scibile dello sport, addirittura è stato sintonizzato sul calcio e le macchinine contemporaneamente. Nel tardo pomeriggio siamo andati in libreria a fare una scorta di sapere, il nuovo telefilm che sto vedendo la sera prima di andare a dormire (big ban theory) mi sta portando lontano dalla lettura…e questo non va bene!!

lunedì 8 novembre 2010

Niente da dire


Motto della settimana: “Se non hai nulla di dire, non dire niente”.
Questo è quello che avrei voluto ripetere a tutti i clienti tutti i giorni.
Martedì ero concentrata in uno di i miei raid di pulizia, quando ho sentito una signora chiedere a mio fratello a cosa servisse una certa cosa, non vedendo il soggetto della conversazione (ero in un’altra stanza) ho sentito mio fratello (lo stoico) che rispondeva: “E’ una tazza, ci si può bere del the, del latte oppure latte e caffè”. Allora mi sono affacciata ed ho visto la signora con la tazza in mano, una comune tazza, la esaminava ed emetteva questi suoni “ah,mh, già”.
Come al solito la mia immaginazione è andata in tilt ed ho sognato mio fratello che rispondeva in quest’altro modo: “Mia cara signora, è un utensile inventato dall’homo erectus per portare più comodamente i liquidi dalla fonte alla bocca. Inizialmente era sprovvisto di manico, ma tutto fa pensare (come si nota sui papiri di Zurtokan) che durante il periodo del faraone Hammurabi, il grande inventore di corte Inventoran ne studiò il progetto per rendere la vita del faraone più semplice e felice. La tazza, infine,  ha subito nel tempo soltanto trasformazioni essenzialmente stilistiche.”
Quando ho finito di sognare, la signora era andata via comprando la tazza, senza andare a pescare nell’archeologia mio fratello era riuscito a vendere una comune tazza come se fosse stato il Santo Graal. 
Mercoledì c’è stata l’invasione degli ultra corpi, brutti momenti!
Per non farci mancare veramente niente già da una settimana abbiamo esposto le cose di Natale, siccome vivo un Natale lunghissimo (circa due mesi e mezzo) negli ultimi anni lo odio, così faccio finta di non vedere le cose che ci sono nel negozio. Almeno questo l’ho fatto fino a giovedì, quando una signora vecchissima mi ha costretto a descriverle ogni decorazione e l’uso di queste. Signore e signori, hanno una funzione le decorazioni? NO NO NO. Perché ostinarsi a trovarne una? A che può servire una pallina di Natale? Forse cercando di ingoiarla si potrebbe inventare un modo pittoresco per suicidarsi! A cosa può servire una ghirlanda? Magari per lanciarla sui dei birilli! Per non parlare dei presepi, o sono composti da quei personaggi di plastica orrendi, ancora mi ricordo una volta che hanno preso fuoco (avevo acceso un piccolo falò nel presepe), oppure niente, se sono diversi da quelli, devono servire a qualcosa. Magari potremmo creare una corrente, tipo le bambine che giocano con le barbie, i bimbi che giocano con i lego, qualcuno potrebbe giocare col presepe!
 Incredibile ma vero, questa signora mi ha chiesto a cosa servisse un presepe ed io, che non sono stoica come mio fratello, ho risposto solo così “signora E’  UN PRESEPEEE!”  Purtroppo le persone anziane non sono arrivate a capire che oggigiorno la maggior parte delle cose non servono proprio a niente.
Il top della giornata però è stato quando un ragazza mi ha detto che presagiva in sogno la caduta degli aeri… che culo! Meno male che me lo ha detto, come potevo vivere senza saperlo!
Venerdì pomeriggio eravamo presi da una conversazione con l’amico Greg ed una cliente circa la fine ingloriosa che ha fatto l’arte in generale nel bel paese, ovvero il nostro.
Si diceva fra di noi che non c’è più alcun rispetto per gli artisti, che per campare bisognerebbe uscire dall’Italia e tentare la fortuna altrove. La ragazza che chiacchierava con noi era  una costumista senza lavoro, mio fratello ci rendeva partecipe delle sue preoccupazioni essendo uno studente di pittura, Gregorio è un musicista e ci diceva che bisogna sempre scendere a compromessi per poter lavorare. Nonostante i natali dei più grandi artisti del mondo siano in Italia, la figura dell’artista non viene rispettata da nessuno, sicuramente non dalle istituzioni e figuriamoci dalla gente comune. Questo ed altro ancora ci raccontavamo, quando una signora di una certa età si è  avvicinata quatta quatta per ascoltare i nostri discorsi. Era vestita in un modo alquanto discutibile, a dire il vero era una tenuta ginnica un po’ sopra le righe, aveva una felpa panterata e dei pantacollant non adatti alla sua età. Ad un certo punto è intervenuta nella nostra conversazione in questo modo: “Non parlatemi di rispetto, oggi al circolo di canottaggio mi è successa una cosa tremenda. Una signora con cui remavo l’altro anno, oggi ha fatto finta di non riconoscermi! Che disdetta, una signora della mia età così maleducata, da non crederci. Allora per ripicca le ho chiesto di passarmi un remo dal pontile, così per forza ha dovuto salutarmi! Ormai al circolo fanno entrare cani e porci, io non vorrei dirlo però sono moglie di un pezzo grosso e noi siamo soci del circolo, mica come quelli che si imbucano. Essendo moglie di uno che conta potrei anche farli cacciare via”. Tutti noi siamo rimasti un po’ interdetti. Perché aveva intrapreso quel dialogo? Voleva forse che le chiedessimo chi fosse il marito pezzo grosso? Ovviamente nessuno glielo ha domandato, ma la mia mente è andata nuovamente in tilt ed è iniziato un nuovo sogno. Ecco che la signora dal pontile fa per passarle il remo e in un batti baleno inizia a mal menarla sbattendole ripetute volte il remo in testa. Il Tevere inizia a riempirsi di sangue e una milogna esce dalle acque e la sbrana mentre ancora urla di dolore. Vengo svegliata dal sogno da un pezzo di Paul Young che mio cognato naturalmente conosceva a memoria, ma per me Paul Young era troppo anni ottanta anche negli anni ottanta.  Venerdì o sabato, non ricordo, una madre con una figlia mi fanno questa domanda: “i prezzi scritti sul cartellino sono proprio i prezzi…?”
Che avrei dovuto rispondere? “No signora, sono dei codici segretissimi che si interpretano soltanto conoscendo i cicli lunari dei maya!”. Invece il mio ruolo mi ha portato a rispondere che certamente quelli erano i prezzi.
La settimana è giunta al termine con una bella domenica riposante, ma stamattina è successo l’indicibile. Mi sono svegliata e non sentivo più da un orecchio. Non sentivo veramente niente. Mi sono spaventata a morte, mi girava la testa, perdevo l’equilibrio, una cosa terrificante. Proprio stamattina che dovevo andare da Ikea a comprare un Besenter. Mi sono fatta coraggio e mi sono sparata una siringa di acqua tiepida dentro l’orecchio (i magici consigli di mamma) e l’udito è tornato. Anche stamattina il mio povero M. ha dovuto sopportare un’altra delle mie tragedie piagnucolose…quindi sono anche andata da Ikea con mia sorella e abbiamo comprato: 2 Trkilnst, 1 Unilimd, qualche Dertrsk, ecc ecc…

lunedì 1 novembre 2010





Il “Sempre di lunedì” di oggi avrà un sottotitolo, ovvero: “Breve riassunto di un lungo finesettimana che rischiava di non esistere ma che poi alla fine c’è stato”.
L’incipit del venerdì mattina (giorno della partenza) è stato mio fratello che, mentre ancora avevo gli occhi chiusi, mi dice da lontano: “oggi c’è sciopero dei mezzi”. Il problema essenzialmente era soltanto quello di arrivare a Termini, con un taxi tutto si poteva risolvere. Sempre prima che aprissi gli occhi un’altra infausta nuova, M. dal soggiorno mi urla che lo sciopero era di TUTTI i mezzi di trasporto, compreso il treno. Ecco questo cominciava ad essere un problema un pochino più serio. M. ha deciso quindi di andare alla stazione per studiare la situazione da vicino, mentre io sono rimasta a casa cercando di farmi passare il mal di gola e quella maledette linee di febbre (che mi viene mezza giornata all’anno ma che si presenta proprio il giorno che devo partire). Il mio corpo è stato in bilico tra una pronta guarigione e una lavanda gastrica assicurata da tutti i medicinali che ho preso. Mi sono ubriacata di propoli, ho bevuto tachiflu dec con il secchio e per non farmi mancare niente ho preso anche un po’ di antibiotico, così per gradire. 
M. è ritornato a casa abbastanza fiducioso, la situazione a Termini sembrava regolare, quindi abbiamo preso i bagagli, chiuso la porta di casa e chiamato l’ascensore. Qui gli ho chiesto con nonchalance “hai preso il biglietto?”
Ha messo le mani nelle tasche della giacca, poi in quelle dei pantaloni, è ripassato a quelle della giacca, è ritornato a quelle dei pantaloni….niente biglietto. Ho visto nei suoi occhi il fantasma della disperazione, il colorito del suo volto è andato dal rosa al verde\grigio in un attimo, infine credo che gli stesse per esplodere il cervello.
Siamo rientrati in casa e per quanto mi riguardava già stavo per disfare le valigie. Il mio M. però non ha demorso, ha guardato in giro per casa, nello svuota tasche, tra la posta, ma ancora il burlone (il biglietto) si voleva nascondere. Alla fine lo abbiamo trovato incastrato nel borsello dei documenti del motorino. Pensate, se non lo avessimo cercato lì e magari nel pomeriggio fossimo usciti, avremmo preso i documenti e lo avremmo ritrovato solo allora.  Io, se lo avessi trovato da sola, lo avrei strappato e non gli avrei detto niente.
Finalmente siamo riusciti a scendere in strada per aspettare il taxi, che ovviamente, per far andare proprio tutte le cose storte altrimenti sembrava brutto,  tardava ad  arrivare. Quanti tassisti ci saranno a Roma? Quanti di questi guidano come dannati? Credo più o meno tutti, tranne quello nostro, che senza traffico (lo giuro) ha messo la terza solo una volta per qualche metro. Sono stati i 15 euro peggio spesi nella mia vita.
Quando siamo entrati nel treno non potevo crederci, davvero io avevo potuto trascorrere quelle tre ore di panico senza versare nemmeno una misera lacrimuccia? Si vede che sto proprio cambiando!
Dopo tutto questo casino vi starete chiedendo dove stavamo andando, ecco ve lo dico, destinazione Treviso, ridente cittadina del Veneto.
Siamo stati accolti dai coniugi Romilli, una coppia assai bizzarra che si contraddistingue per la sua ospitalità e per l’immensa ametista, scusate volevo dire amicizia.
La loro dimora è un grande museo di modernariato dove puoi trovare veramente di tutto e per ogni domanda c’è sempre l’anfitrione Raudo che ti da spiegazioni su ogni singolo oggetto. La padrona di casa è una giovane donna di nobili origini che per quanto riguarda lo stile è notevolmente all’avanguardia. La sera stessa del nostro arrivo siamo stai a festeggiare il compleanno di Madama Romina in un ristorante tipico di Treviso. Il proprietario è un signore grande e grosso che ti recita il menu in trevigiano stretto, se lo capisci va bene, altrimenti ti attacchi!
Egli è famoso in tutto il nord est per le sue qualità canore, pensate che riesce ad adattare il testo di “Rising sun” o quello di “My way” su ogni tipo di melodia, verrebbe da pensare che conosca solo le parole di quelle canzoni…ma non è possibile!! Prima il suo fido aiutante era il vino, ora lo sostengono due o tre by pass, a causa di ciò mancava un po’ di brio etilico.
 Il giorno dopo abbiamo girato Venezia in lungo e in largo, una passeggiata di 5 ore, purtroppo però la schiena di  Raudo ha fatto le bizze  e ciò lo ha portato a diventare un  Voltaren addict (tossico di voltaren). Nonostante tutto siamo riusciti anche a bere uno spriz in compagnia della mia adorata Chiara con il suo possente Valentino.
C’è poco a dire sulla bellezza di Venezia,  bisogna soltanto andarci e goderla in tutte le sue forme.
Domenica il tempo non è stato dalla nostra parte, ma poco importa, in tuta e pantofole ci siamo spalmati sui vari divani in pelle nera e abbiamo chiacchierato bevendo tisane e mangiando cioccolato. Tralascio particolari vari solo perché sono tornata da poco e sono stanca, la sveglia stamattina è suonata alle sette meno un quarto. Inoltre la tristezza di fine vacanza (anche se breve) ti lascia sempre l’amaro in bocca ed il pensiero che faccio è sempre lo stesso: passo troppo poco tempo con le persone a cui voglio bene!

Chiedo scusa se la consecutio temporum è un po’ a cazzo!